Con la terza ondata di caldo africano dell’estate 2026 in corso — fino a 39°C in Val Padana e 40°C in diverse zone del Centro-Sud — la domanda che si pongono runner, camminatori e ciclisti è sempre la stessa: conviene fermarsi del tutto o si può continuare ad allenarsi? La risposta della fisiologia dello sforzo è che si può continuare, ma cambiando parametri che normalmente diamo per scontati.
Perché il caldo cambia le regole
Sotto sforzo il cuore deve svolgere due compiti insieme: pompare sangue ai muscoli che lavorano e, contemporaneamente, verso la pelle per favorire la dispersione del calore. Le due richieste competono tra loro, e il risultato è una frequenza cardiaca più alta a parità di intensità: uno sforzo che normalmente corrisponde a 130 battiti può facilmente diventare 145-150. La percezione della fatica sale anche se l’impegno soggettivo resta lo stesso — motivo per cui il primo errore, in questi giorni, è pretendere gli stessi ritmi delle settimane più fresche.
Le fasce orarie che funzionano
La finestra più sicura resta la fascia mattutina, tra le 6 e le 8, oppure quella serale dopo le 19, quando la temperatura dell’aria è più bassa e soprattutto manca l’irraggiamento solare diretto, che sul corpo pesa più della temperatura stessa. Le ore centrali della giornata — indicativamente dalle 12 alle 16, quelle dei bollini rossi nei bollettini del Ministero della Salute — andrebbero evitate per qualsiasi uscita all’aperto, anche leggera.
Regolare l’intensità: usa la frequenza cardiaca, non il passo
Con temperature elevate il riferimento più affidabile non è più il ritmo/passo abituale ma la frequenza cardiaca: accettare un pace più lento a parità di FC è la scelta corretta, non un cedimento. Per chi lavora su ripetute o allenamenti di qualità, la strategia più efficace è accorciare le prove e allungare i recuperi, mantenendo l’intensità target ma riducendone la durata complessiva.
Idratazione: non solo acqua
Con il caldo intenso il sudore fa perdere non solo acqua ma anche sodio, in quantità che variano molto da persona a persona. Le linee guida internazionali di riferimento in ambito sportivo raccomandano l’integrazione di sodio durante lo sforzo proprio nelle giornate più calde o nei primi giorni di esposizione al caldo, quando il corpo non si è ancora acclimatato. Per le uscite lunghe o intense, bere a piccoli sorsi durante l’attività — non solo prima e dopo — fa la differenza.
Acclimatazione: il vantaggio che si costruisce in 10-14 giorni
La buona notizia è che il corpo si adatta. L’esposizione ripetuta al caldo durante l’allenamento produce, secondo la ricerca sulla fisiologia da sforzo in ambiente caldo, adattamenti misurabili nell’arco di 10-14 giorni: aumento del volume plasmatico, sudorazione più precoce ed efficiente, frequenza cardiaca più bassa a parità di carico. In pratica, chi si espone con regolarità — anche solo con uscite leggere di 45-60 minuti a bassa intensità nelle ore ancora calde ma non estreme — nel giro di due settimane recupera gran parte della performance che sembrava persa.

Le raccomandazioni internazionali su allenamento e gara in ambiente caldo, elaborate da un gruppo di esperti di medicina dello sport, indicano proprio in questa esposizione progressiva e controllata — mai improvvisata, mai in solitaria nei giorni di caldo estremo — la strategia più efficace per ridurre il rischio senza rinunciare alla preparazione.
Quando invece è meglio fermarsi
Ci sono giorni in cui la scelta giusta è spostare l’allenamento al chiuso o rimandarlo. Se il bollettino del Ministero della Salute segna bollino rosso nella tua città, se non hai dormito bene, se sei nei primi giorni di esposizione a temperature così alte, o se durante l’uscita compaiono i primi segnali descritti nell’articolo di lunedì su questo tema, la scelta più intelligente non è spingere ma rimandare. La palestra climatizzata nei giorni peggiori e l’outdoor nelle fasce fresche è, in questo periodo, la combinazione più sostenibile.
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