Sembra la Giungla Pluviale, invece è il Lazio: il canyon segreto amato dal cinema e sacro per gli Etruschi

Nel cuore del Parco di Vulci, incastonato tra pareti vulcaniche e tombe etrusche, si nasconde uno specchio d\'acqua che ha fatto da set a film cult. Pochi lo conoscono davvero

Laghetto del Pellicone a Vulci

In tanti conoscono la Maremma Toscana, ma in molti ignorano che la Maremma si trova anche nel Lazio. E proprio qui, in queste terra un tempo sacra agli Etruschi, c’è un angolo in cui il paesaggio smette di essere campagna e diventa qualcosa di più selvaggio, tanto da apparire quasi come Giungla Pluviale. Invece, quello, è l’ambiente del Laghetto del Pellicone, nel comune di Montalto di Castro, all’interno del Parco Naturalistico Archeologico di Vulci (VT).

È formato dal fiume Fiora, che a monte si è incuneato nei secoli tra le rocce scavando un canyon stretto tra basalto e calcare, due materiali che l’acqua lavora in modo diverso, creando pareti dove il nero vulcanico si alterna al bianco grigio della pietra sedimentaria. Prima di gettarsi nello specchio d’acqua, il Fiora precipita con una cascata di circa sei metri: abbastanza da sentire il rumore ancora prima di vederla, abbastanza da rendere l’arrivo al lago qualcosa di teatrale. Un paesaggio eccezionale, quindi, tanto da piacere anche a registi di film cult.

Il canyon che nessuno si aspetta in Maremma

Le due scogliere che chiudono il lago su entrambi i lati sembrano fatte apposta per isolare questo posto dal resto del mondo. La vegetazione scende fino all’acqua, fitta e poco disciplinata. In basso, quando il livello del fiume lo permette, compare una spiaggetta di ghiaia che in periodo di piena sparisce del tutto, inghiottita dalla corrente.

Cascata Laghetto del Pellicone a Vulci

Il colore dell’acqua muta con la stagione e con la luce del pomeriggio: a volte è verde scuro, quasi opaco; in certe mattine di primavera vira verso un turchese sorprendente che stona con l’idea che si ha solitamente della Tuscia. Il Parco di Vulci si estende su entrambe le sponde, e il Pellicone ne rappresenta forse il punto più spettacolare.

Quando il lago diventa set cinematografico

Il Pellicone ha una seconda vita impressa su pellicola: è qui che Roberto Benigni e Massimo Troisi, nel 1984, giravano Non ci resta che piangere, nella scena in cui i due protagonisti (catapultati per errore nel Quattrocento) incrociano Leonardo da Vinci accampato in questo spazio fuori dal tempo, intento a testare le sue invenzioni.

La scelta del luogo non era casuale: le pareti di roccia, la cascata, l’assenza di qualsiasi riferimento moderno rendevano il Pellicone un set naturale perfetto per un Rinascimento immaginato.

Anni dopo, Aldo, Giovanni e Giacomo ci tornarono per Tre uomini e una gamba, usando la spiaggetta per una sosta balneare nel mezzo del loro viaggio scompaginato. Poi arrivarono le produzioni più recenti, tra cui la serie Romulus di Sky, che ha trovato in questi canyon una Lazio arcaica ancora riconoscibile. Il Pellicone appare anche nel Nome della Rosa, a riprova di una versatilità scenografica rara per un luogo così piccolo.

Scorcio del Laghetto del Pellicone, Lazio

Gli Etruschi a due passi dall’acqua

A poca distanza dal lago si trova il Castello dell’Abbadia, che ospita il Museo Archeologico Nazionale di Vulci, una collezione che raccoglie i reperti dell’antica città etrusca tra i più rilevanti dell’Italia centrale. Vulci fu una delle dodici lucumonie della Lega etrusca, una città che nel VI e V secolo a.C. esportava ceramica in tutto il Mediterraneo.

Il Ponte del Diavolo, un’arcata prima romana e poi medievale che scavalca il Fiora, è l’accesso principale al parco. Da lì i sentieri di trekking portano sia alle tombe etrusche scavate nel tufo sia verso il lago, attraversando macchia mediterranea e affacci sul canyon.

Veduta di Vulci

Vale la pena dedicare una giornata intera a questo angolo di Tuscia: la mattina agli scavi e il pomeriggio al Pellicone, ovvero quando la luce bassa di fine giornata colora di arancio le pareti di basalto.

Foto Canva

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