Valle Soana e i suoi borghi fantasma: un viaggio nel Piemonte alpino più autentico

Tra boschi, torrenti e le montagne del Parco Nazionale Gran Paradiso, la Valle Soana custodisce numerose borgate segnate dallo spopolamento. Monteu, Querio, Beirasso, Nivolastro e Andorina raccontano ancora oggi la storia di comunità alpine un tempo vive e oggi in stato di abbandono

valle soana paesi fantasma

Ci sono valli alpine in cui il tempo sembra aver rallentato, lasciando dietro di sé interi paesi tenacemente aggrappati ai versanti più impervi, con vecchie mulattiere e case di pietra, un tempo vive, oggi immerse in silenzio irreale. La Valle Soana, in Piemonte, è uno di questi luoghi: una valle appartata del Canavese dove lo spopolamento del Novecento ha trasformato numerose borgate in piccoli paesi fantasma.
Non sempre si tratta di villaggi completamente dimenticati. Alcune case sono state recuperate, altre tornano a essere frequentate durante l’estate da escursionisti e turisti, ma la popolazione vera, quella stabile, è scomparsa da molti nuclei montani. Camminare da una borgata all’altra significa così attraversare non soltanto boschi e valloni, ma anche quello che resta di una società alpina fondata sull’agricoltura, sull’allevamento e sugli antichi mestieri.
Tra Monteu, Querio, Beirasso, Bettassa, Nivolastro e Andorina, il paesaggio conserva ancora molte delle tracce lasciate da chi per secoli ha abitato queste montagne. Proviamo a ripercorrerle.

Valle Soana, la valle più “nascosta” del Canavese

La Valle Soana si apre a nord di Pont Canavese, tra la Valle Orco, la Valchiusella e la Valle d’Aosta. È una valle stretta, modellata dal torrente Soana e circondata da versanti coperti da una vegetazione particolarmente rigogliosa. Alle quote più basse dominano castagni e altri boschi di latifoglie, mentre salendo compaiono faggi, larici e conifere. Una parte importante del territorio rientra nel Parco Nazionale Gran Paradiso, dove non è raro incontrare camosci, marmotte e altri animali tipici dell’ambiente alpino.


Oggi la valle comprende i comuni di Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, insieme a numerose frazioni e piccoli nuclei distribuiti sui versanti. È proprio questa frammentazione dell’insediamento a raccontare meglio di ogni altra cosa la storia locale.
La cultura della valle conserva ancora il legame con il francoprovenzale, il patois parlato storicamente dalle comunità della zona, e con tradizioni nate dalla necessità di adattarsi a un territorio difficile. Per molti abitanti, soprattutto uomini, era normale lasciare periodicamente il paese per lavorare altrove come arrotini, stagnini, vetrai o altri artigiani ambulanti. Con il secondo dopoguerra, però, l’emigrazione stagionale si trasformò progressivamente in abbandono definitivo. Il lavoro nelle città e nelle industrie della pianura attirò intere famiglie e molte borgate rimasero lentamente senza abitanti.

Monteu e Querio, i borghi fantasma della Val Verdassa

Uno dei luoghi più interessanti per osservare gli effetti dello spopolamento è la Val Verdassa, o vallone di Codebiollo, tra Ingria e Frassinetto. Qui antiche mulattiere collegano una serie di piccoli nuclei oggi in gran parte disabitati. Tra i più suggestivi c’è Monteu, borgata formata da una ventina di edifici tradizionali costruiti soprattutto in pietra e coperti dalle tipiche lose. In passato intorno alle case si trovavano piccoli appezzamenti coltivati, orti e pascoli. Si produceva quello che poteva servire alla famiglia durante l’anno, mentre molti uomini lasciavano periodicamente la montagna per lavorare come arrotini.
Nel borgo rimangono ancora la cappella dedicata a Sant’Antonio e l’edificio che un tempo ospitava la scuola elementare. L’abbandono non è però totale: alcune costruzioni sono state recuperate e utilizzate soprattutto nella bella stagione.

Più in alto si trova Querio, o Quer in patois, situato a circa 1.300 metri su un costone della parte alta della Val Verdassa. Le caratteristiche degli edifici più antichi permettono di far risalire l’insediamento almeno al Medioevo. Nel corso dei secoli la borgata crebbe fino a diventare una piccola comunità autonoma, anch’essa profondamente legata al mestiere dell’arrotino. Gli uomini partivano durante i mesi invernali portando con sé la mola e raggiungevano altre località del Piemonte, della Lombardia e della Liguria. Tornavano in primavera per riprendere il lavoro nei campi e ricongiungersi con le famiglie.
Negli anni Sessanta Querio rimase senza abitanti stabili, trasformandosi in uno dei paesi fantasma più affascinanti della zona. Oggi il sentiero attraversa edifici in parte crollati e muri ormai riconquistati dalla vegetazione.

Beirasso, Bettassa e Bech: la montagna rimasta senza abitanti

La Val Verdassa custodisce diversi altri nuclei segnati dallo stesso destino. A Beirasso, ad esempio, restano la chiesa di San Lorenzo e il piccolo cimitero della valle, per ripercorrere i nomi di quando queste montagne ospitavano una comunità molto più numerosa. Proseguendo lungo gli antichi collegamenti si incontrano anche Fenoglia e altri gruppi di case ormai privi di residenti permanenti.
A Bettassa si trova invece la chiesa di Santa Libera, mentre la vicina Bech conserva la memoria di un altro mestiere tradizionale, quello dello stagnino. Gli stagnini partivano dalle borgate per raggiungere centri del Piemonte e della Lombardia, dove riparavano e stagnavano pentole e recipienti di rame. Era uno dei modi con cui le famiglie riuscivano a integrare le limitate risorse offerte dai terreni di alta montagna. Edifici diroccati accanto ad abitazioni ristrutturate, piccole cappelle, terrazzamenti quasi scomparsi appaiono lungo i sentieri che un tempo erano le vere strade di collegamento tra una borgata e l’altra.

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Nivolastro e Andorina, i borghi abbandonati sopra Ronco

Un altro itinerario particolarmente suggestivo parte da Ronco Canavese e sale verso Nivolastro, borgata situata a circa 1.400 metri e considerata uno degli esempi più interessanti dell’architettura tradizionale della Valle Soana. Un tempo vi abitavano numerose famiglie. Oggi non esiste più una comunità residente stabile, ma il paese conserva ancora le sue case sempre in pietra, oltre ad altri scorci dell’antico impianto urbano e la chiesa di San Grato.
Nivolastro non è però un luogo completamente dimenticato. Negli ultimi anni alcune iniziative hanno riportato vita nella borgata durante la stagione estiva, mostrando come i paesi fantasma della Valle Soana possano “rinascere”.
Continuando lungo il percorso si può raggiungere Andorina, piccolo nucleo posto in posizione panoramica sopra Valprato Soana. Anche qui restano antiche abitazioni in pietra e una chiesetta, in un ambiente dove boschi e montagne hanno progressivamente ripreso lo spazio lasciato libero dagli abitanti.

Non solo paesi fantasma: cosa vedere in Valle Soana

I villaggi abbandonati sono soltanto uno dei motivi per visitare la valle. Da Campiglia Soana si può raggiungere il Pian dell’Azaria, ampia conca alpina immersa nel Parco Nazionale Gran Paradiso e punto di partenza per diversi itinerari. Tra le escursioni più conosciute c’è quella verso il Santuario di San Besso, costruito a oltre 2.000 metri di quota ai piedi di una grande parete rocciosa. Ogni 10 agosto le comunità della Valle Soana e quelle provenienti dal versante di Cogne raggiungono il santuario per una tradizionale festa religiosa che testimonia gli antichi rapporti tra le due valli.
A Campiglia si trova inoltre il centro visitatori “L’uomo e i coltivi”, dedicato alla storia dell’agricoltura, delle coltivazioni e delle tradizioni della zona.

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A Ronco Canavese si trova invece l’antica Fucina del Rame di Castellaro, nata in un edificio risalente alla fine del Seicento e legata alla tradizionale lavorazione del metallo.

Come arrivare e come visitare i paesi fantasma della Valle Soana

La principale porta d’accesso alla Valle Soana è Pont Canavese. Da qui la strada risale progressivamente verso Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana. Per raggiungere i paesi fantasma occorre però quasi sempre proseguire a piedi. I percorsi seguono antiche mulattiere di montagna e possono presentare dislivelli, tratti sconnessi, vegetazione fitta e condizioni molto diverse a seconda della stagione e del livello di abbandono.
Da Ingria si può entrare nella Val Verdassa e raggiungere progressivamente Bettassa, Beirasso, Monteu e Querio lungo diversi itinerari. Alcuni percorsi richiedono diverse ore di cammino e sono quindi indicati a chi ha già una certa abitudine alle escursioni.
Prima di partire si consiglia sempre di controllare lo stato aggiornato dei tracciati attraverso app dedicate o i canali ufficiali del Parco Nazionale Gran Paradiso, dei Comuni interessati o altre informazioni turistiche locali, soprattutto dopo piogge intense, nevicate e nei mesi più freddi.
Chi visita queste borgate deve inoltre ricordare che si tratta di luoghi montani delicati, con edifici spesso privati, pericolanti o non accessibili. Le case abbandonate vanno quindi osservate dall’esterno, senza entrare nelle strutture e rispettando proprietà, segnaletica ed eventuali indicazioni presenti lungo i sentieri.

Foto TurismoinCanavese.com, FAI

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