A circa 1.400 metri di quota, nel cuore del Parco Regionale dei Monti Simbruini, l’autunno non arriva piano, ma tutto in una volta, con una settimana di piogge fredde e poi un mattino di luce radente che trasforma ogni faggio in una fonte di calore. Siamo a Monte Livata, una montagna del comune di Subiaco, nel Lazio profondo, a meno di 90 minuti da Roma. Uno posto dove il foliage è uno di quegli spettacoli che sembrano riservati a chi conosce la strada giusta.
La zona confina con i piccoli borghi di Vallepietra, Jenne e Cervara di Roma, nomi che già suonano come qualcosa di antico. E in effetti la storia di questo territorio è lunga: il Parco dei Simbruini, il più esteso del Lazio con oltre 30.000 ettari di boschi, fu istituito nel 1983 e protegge uno dei lembi di Appennino centrale ancora relativamente intatti, con fauna selvatica che include il lupo e diverse specie di rapaci.
Quello che non ci si aspetta, però, è la qualità della luce: i faggi qui hanno tronchi chiari e riflettono il giallo e il rosso delle chiome creando un effetto di profondità visiva difficile da fotografare senza che la scena risulti comunque memorabile. Tra fine ottobre e i primi di novembre, la saturazione cromatica raggiunge il picco, e anche solo fermarsi in uno degli spiazzi lungo la strada (alcuni attrezzati con tavoli e bracieri ad uso libero) regala una prospettiva che pochi si immaginano possibile a così poca distanza dalla città.
La montagna della capitale in autunno
Monte Livata deve il soprannome di “Montagna della Capitale” alla sua posizione. Si raggiunge in circa un’ora e mezza dall’uscita della A24 Roma–L’Aquila a Vicovaro Mandela, attraverso una serie di tornanti che salgono veloci e già nell’ultimo tratto segnalano che qualcosa sta cambiando. Il paesaggio si fa stretto, la luce filtra diversamente e l’asfalto comincia a risuonare sotto le ruote in modo più cavo.
La vetta fa parte di un sistema orografico che include il Monte Autore (1.855 m), una delle cime più alta del gruppo, e si sviluppa su un altopiano che in inverno ospita anche impianti sciistici. D’estate e d’autunno quella conformazione si traduce in ampie radure aperte, comodi punti di sosta e sentieri ben segnalati. Con gli impianti fermi e pochi turisti, l’atmosfera autunnale è del tutto diversa rispetto ai mesi invernali: più silenziosa e più propria.
La vegetazione dominante è la faggeta, con esemplari che in certi punti raggiungono dimensioni ragguardevoli, affiancata da carpini, aceri e castagni nelle quote più basse. È questa varietà a rendere il foliage cromaticamente ricco: a differenza di una monocultura forestale, i colori si sovrappongono per strati, con le prime sfumature dorate che compaiono già a metà ottobre sulle querce più esposte, mentre i faggi più alti tengono il loro rosso fino a novembre inoltrato.
Quando i faggi diventano oro
Il momento migliore cade quasi sempre tra l’ultima settimana di ottobre e i primi dieci giorni di novembre, ma la finestra esatta dipende dalle temperature di settembre. Anni con estati prolungate spostano il picco anche di dieci giorni in avanti. Vale la pena monitorare le previsioni meteo della settimana precedente: dopo una notte sotto i 5 gradi, la trasformazione accelera visibilmente.
La luce del mattino presto, radente e ancora bassa sull’orizzonte, è quella che valorizza di più i colori. Arrivare entro le 9.00 equivale perciò a trovare i raggi del sole che attraversano le chiome ancora trasparenti. Nel pomeriggio la luce si ammorbidisce e i toni virano verso l’ocra e il rame, diversi ma altrettanto efficaci.
Per chi vuole abbinare al paesaggio anche una nota culturale, Subiaco dista pochi chilometri ed è un borgo medievale con un’identità storica notevole. Ospita il Sacro Speco, un complesso monastico rupestre dedicato a San Benedetto, scavato nella roccia sopra la valle dell’Aniene.
Sentieri tra i colori e pause tra i castagni
I sentieri attorno a Monte Livata sono adatti a escursionisti di ogni livello. Il percorso più frequentato in autunno segue il crinale tra la zona degli impianti e il bosco di faggi verso nord, con dislivelli contenuti e fondo sterrato compatto.
Per chi preferisce restare a bassa quota, i boschi del Parco dei Simbruini offrono diversi anelli nella faggeta, alcuni accessibili anche a bambini piccoli. Poco prima di raggiungere la quota più alta, ci si imbatte spesso in famiglie che hanno allestito il pranzo sui tavoli di legno negli spiazzi attrezzati, con legna da ardere disponibile e bracieri fissi.
È un’abitudine locale che sopravvive da decenni, e che dice qualcosa sul rapporto diretto e senza filtri che i romani mantengono con questa montagna. Se si arriva da queste parti per il foliage, vale la pena sapere che il Lazio autunnale offre altri scenari paragonabili: la faggeta del Monte Cimino in Tuscia, per esempio, aggiunge il fascino di alberi centenari riconosciuti dall’UNESCO, un’esperienza diversa ma ugualmente intensa.
L’ultima ora di luce a Monte Livata, con il sole che si abbassa oltre il crinale e i faggi che diventano quasi trasparenti, è quella che rimane più impressa.
Foto Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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