Angoli d’Italia che sembrano usciti da un altro continente: guglie di argilla grigia, creste affilate, versanti striati, niente vegetazione, niente ombra, solo la terra che si modella anno dopo anno in forme sempre diverse.
Le badlands italiane, i calanchi, appartengono a questo mondo strano e affascinante.

Eppure sono luoghi bellissimi, che ti costringono a guardare, a rallentare, a chiederti com’è possibile che una distesa di fango secco possa diventare così varia e bella, così sorprendente.
Cosa sono le “badlands” italiane
Il termine badlands arriva dal Dakota del Nord, dove i coloni europei trovarono un territorio così eroso e frammentato da renderlo inutilizzabile per l’agricoltura.
Tradotto letteralmente significa “terre cattive” o “terra difficile”, e in italiano manca un equivalente diretto altrettanto evocativo.
La parola italiana che più le identifica, anche se non c’entra nulla, è calanchi: un termine tecnico di geologia che indica forme di erosione tipiche dei terreni argillosi, dove l’acqua piovana scava solchi profondi, crea creste, pinnacoli e versanti nudi che franano lentamente ma inesorabilmente.
Il meccanismo è semplice: l’argilla, impermeabile, lascia scorrere l’acqua in superficie invece di assorbirla. La pioggia porta via qualcosa a ogni passaggio.
Nel tempo, quello che resta è un paesaggio da un’altra epoca geologica, spesso di colore grigio cenere o beige dorato, che con la luce del tramonto vira verso il rosso, l’arancio, il viola.
In Italia i calanchi si concentrano in tre grandi aree: la Val d’Orcia e le Crete Senesi in Toscana, la zona di Civita di Bagnoregio al confine tra Umbria e Lazio, e la Basilicata, dove le colline argillose della Valle del Basento sembrano modellate da un artista minimalista con troppo tempo libero.
I calanchi da vedere in Italia
Se hai già esplorato i deserti italiani, i calanchi sono il passo successivo: stessa stranezza, stesso effetto di spaesamento, meccanismo geologico completamente diverso.
Il momento migliore per vederli è la primavera inoltrata o l’autunno: la luce è bassa, i colori più saturi, e il terreno ancora non si è indurito come in estate. L’alba, su qualsiasi calanco italiano, vale la sveglia alle cinque.
Questi sono da non perdere.
Crete Senesi e Val d’Orcia, Toscana
Le Crete Senesi sono forse il paesaggio più fotografato della Toscana dopo i cipressi e le colline del Chianti. Tra Asciano, San Giovanni d’Asso e Radicofani, il terreno argilloso crea ondulazioni lunari interrotte da creste bianche e isolate.
Non sono i calanchi più spettacolari in assoluto per profondità e irregolarità, ma la luce ci fa di tutto, specialmente in inverno quando la nebbia bassa esalta i contorni.
Il punto di partenza migliore è Asciano, un borgo che non si aspetta nessuno e che per questo mantiene ancora una misura umana autentica.
Spostandosi verso sud, nella Val d’Orcia, i calanchi cedono il passo a colline più morbide ma il paesaggio rimane quello: argilla, cielo e qualche cipresso in lontananza.
L’UNESCO ha riconosciuto questo territorio come Patrimonio Mondiale, e basta uno sguardo per capire perché.
Civita di Bagnoregio, tra Umbria e Lazio
Civita di Bagnoregio è il caso più estremo: un intero borgo medievale rimasto su un’altura di tufo, circondato da un’arena di calanchi che ha già divorato gran parte della collina originale. Il paese si raggiunge solo a piedi, attraverso un ponte pedonale, e dall’alto della rupe il panorama sui calanchi circostanti è da perdere l’orientamento.
Gli strati di argilla grigia e tufo giallo si alternano in modo irregolare, formando pareti verticali che franano stagione dopo stagione.
Pochi posti in Italia rendono visibile così chiaramente il tempo geologico, la progressione lenta e inarrestabile di un’erosione che alla fine avrà la meglio.
Basilicata, la badlands più autentica
Se la Toscana è la versione elegante e la Campania quella turistica, la Basilicata è la versione selvaggia dei calanchi italiani.
La zona tra Pisticci, Aliano e il Parco della Murgia Materana offre paesaggi di argilla che non hanno nulla da invidiare alle vere badlands nordamericane.
Carlo Levi ci visse al confino e le descrisse con parole così nitide e vive che ancora nessun documentario riesce ad eguagliarlo. Le colline si sgretolano lentamente, il silenzio è totale, i colori variano dal grigio ardesia al marrone rosato secondo l’ora.
Aliano, in particolare, è il paese che Levi chiamava “Gagliano” in Cristo si è fermato a Eboli. Qui esiste ancora un museo a lui dedicato, e i calanchi che circondano il paese sono quasi identici a quelli che lui osservava dalla finestra dell’esilio. Vedere quei paesaggi sapendo che storia ci è passata sopra cambia il modo in cui li si guarda.
Più a nord, nella zona di Pisticci, i calanchi diventano più fitti e più ripidi.
Alcune creste raggiungono i venti metri di altezza e il terreno cambia consistenza dopo la pioggia, rendendo certi sentieri percorribili solo d’estate, con scarpe chiuse e attenzione alle sconnessioni.
Foto pexels, Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37374078
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