La scena è questa: una palestra di Los Angeles, la scorsa estate, e il giocatore più straordinario visto in NBA dagli anni di LeBron, Victor Wembanyama. Reduce da un infortunio, il lungo dei San Antonio Spurs — 2,24 metri, movenze da guardia, qualcosa di mai visto nell’Olimpo del basket mondiale — cercava qualcosa di diverso con cui occupare i mesi prima della pre-season. Qualcosa che non fosse la solita routine da off-season. Lo ha trovato in una palestra di Los Angeles, con il compagno di squadra Harrison Barnes e il suo allenatore personale, Noah LaRoche. Quello che hanno fatto insieme è balzato immediatamente agli onori della cronaca perché non era un allenamento nel senso tradizionale del termine. Non il solito gesto tecnico da perfezionare, lo schema da memorizzare, un modello a cui tendere. C’era invece una serie di situazioni volutamente imprevedibili, costruite per costringere Wembanyama a trovare soluzioni sul momento, ad adattarsi, a improvvisare dentro confini precisi. Chi conosce di metodologia sa che si tratta di Constraints-Led Approach. In italiano suona un po’ burocratico: Approccio Basato sui Vincoli. Oppure Approccio Ecologico. E l’idea che c’è dietro è abbastanza interessante da raccontare.
Il problema con il gesto perfetto
Per capire cos’è il CLA bisogna partire da quello che non è, e cioè dal modo in cui abbiamo sempre pensato all’allenamento sportivo. Anche dei giochi sportivi, non solo delle discipline.
Il modello classico — quello con cui sono cresciute generazioni di atleti in tutto il mondo — funziona così: esiste un gesto tecnico ottimale, quasi ideale, identificato dall’allenatore o dalla biomeccanica sportiva, e il compito dell’atleta è replicarlo il più fedelmente possibile, migliaia di volte, fino a che diventa automatico. Naturale nella sua “artificiosità”. Il tiro a canestro perfetto. Il rovescio a una mano perfetto. Il bagher perfetto. La falcata del corridore perfetta. L’allenamento è una fabbrica di automatismi, e l’automatismo è l’obiettivo.
Questo modello ha una logica. Ha anche prodotto grandi atleti. Ma ha anche un problema fondamentale, che chiunque abbia mai praticato uno sport — anche a livello amatoriale — conosce bene: la gara non è un laboratorio. La palla non arriva mai esattamente dove ti aspetti. L’avversario non si muove come hai previsto. Il vento cambia direzione. Il terreno è diverso da quello su cui ti sei allenato. La fatica distorce le percezioni. Il gesto perfetto, in quelle condizioni, spesso non funziona. Infatti si parla ormai da decenni di sport di situazione.
Il CLA nasce esattamente da questa consapevolezza.
Non è il cervello che comanda
I fondamenti teorici del CLA affondano le radici in decenni di ricerca in psicologia ecologica e neuroscienze. Il lavoro del biologo e teorico del movimento Karl Newell, che negli anni Ottanta identificò per primo il ruolo dei constraints — vincoli — nell’apprendimento motorio, e poi quello di Keith Davids, professore all’Università di Sheffield e probabilmente il massimo esperto mondiale di dinamiche ecologiche applicate allo sport.
La tesi di fondo è questa: il movimento – il gesto sportivo nello specifico – non è il risultato di un comando che parte dal cervello e scende al corpo. È qualcosa che emerge dal dialogo continuo tra il corpo, la mente e l’ambiente. Non c’è un centro di controllo che pianifica ogni gesto: c’è un sistema che percepisce e risponde, percepisce e risponde, in un loop costante e adattivo.
James Gibson, psicologo americano, aveva chiamato affordances le opportunità d’azione che l’ambiente offre a chi lo abita. Una roccia non è solo una roccia: per un arrampicatore è una presa, per un trail runner è un ostacolo, per un bambino è qualcosa su cui saltare. Quello che vediamo dipende da quello che siamo e da quello che vogliamo fare. Il CLA costruisce ambienti ricchi di affordances rilevanti, situazioni che parlano al corpo nel suo linguaggio naturale.
Detto in modo più semplice: non si allena il gesto. Si allena la capacità di trovare la soluzione giusta in quella situazione specifica.
I tre vincoli e come si manipolano
Il cuore pratico del metodo sta nella classificazione dei vincoli in tre categorie.
Ci sono i vincoli dell’organismo: tutto quello che riguarda l’atleta — la sua morfologia, la sua forza, la sua esperienza, il suo stato emotivo quel giorno. Wembanyama è alto 2,24 metri con un’apertura alare di 2,43: il suo corpo non è quello di nessun altro essere umano che abbia mai giocato a basket. Non ha senso insegnargli a muoversi come qualcun altro. Così come non ha senso che un amatore da 1.80 metri voglia replicare i movimenti di Wembanyama.
Ci sono i vincoli ambientali: la luce, il rumore, il tipo di superficie, la temperatura, la presenza del pubblico. Chi ha mai corso su un sentiero di montagna sa che non esistono due metri di percorso uguali, e che il corpo deve adattarsi in continuazione senza che nessuno lo stia istruendo esplicitamente su come farlo. In fondo è la tesi di Natural Born Herose, il libro di Chris McDougall che ha fatto seguito al successo di Born to Run.
Ci sono infine i vincoli del compito: le regole, le dimensioni del campo, il numero di avversari, il tipo di attrezzo, l’obiettivo specifico. E questi sono quelli che l’allenatore può manipolare più facilmente, costruendo situazioni che spingono l’atleta verso certi comportamenti senza prescriverglieli.
Un campo da gioco più piccolo aumenta la pressione e accelera le decisioni. Un 3 contro 2 obbliga a trovare soluzioni rapide fuori dagli schemi. La regola “puoi segnare solo con un colpo di testa” costringe a riorganizzare tutto il gioco offensivo. Non si dice all’atleta cosa fare: si costruisce un ambiente in cui certe soluzioni emergono naturalmente dai vincoli che si impostano, perché sono quelle che funzionano.
Disimparare è la parte difficile
C’è un concetto in particolare intorno a questa narrazione su Wembanyama che vale la pena fermarsi a considerare: il CLA, si dice, insegna soprattutto a disimparare.
Kelsey Plum, guardia delle Los Angeles Sparks e quattro volte All-Star WNBA, descrive così in un articolo la sua esperienza con il metodo: «Prima ero molto abile. Ma non credo di essere mai stata molto propositiva». È una distinzione sottile ma fondamentale. Essere abile significa saper replicare gesti acquisiti. Essere propositiva significa trovare soluzioni nuove quando i gesti acquisiti non bastano.

Gli atleti molto tecnici — quelli che hanno trascorso migliaia di ore a perfezionare movimenti specifici — sono spesso i più resistenti al CLA, proprio perché hanno automatismi molto consolidati da smontare. Il corpo tende a fare quello che sa fare, anche quando non è la risposta giusta. Disimparare è più difficile che imparare, perché richiede di mettere in discussione qualcosa che sembra sicuro.
Brandon Gomes, direttore generale dei Los Angeles Dodgers — una delle squadre di baseball più titolate degli ultimi anni — lo dice con la chiarezza di chi deve giustificare le scelte a una proprietà miliardaria: «Il CLA sta creando atmosfere diverse e una cultura in cui la parte più difficile della giornata nello sviluppo dei giocatori è l’allenamento». Non la partita. L’allenamento.
Ohtani: quando il corpo trova la strada da solo
Nell’estate del 2023, Shohei Ohtani si trovava di fronte a una sfida di quelle che mettono fine alle carriere. Reduce dal secondo intervento chirurgico al gomito destro — quello del lancio, il braccio che lo aveva reso il giocatore più straordinario nella storia del baseball moderno, l’unico in grado di competere sia come pitcher che come battitore a livello d’élite — doveva ricostruire non solo la forza muscolare ma l’intera architettura percettivo-motoria del suo gesto.
Ha scelto di farlo attraverso i principi del CLA. Non tornando a un “lancio corretto” predefinito, non replicando i video del sé stesso prima dell’infortunio, ma ricostruendo dall’interno il dialogo tra percezione e azione, esponendosi a situazioni variabili che obbligassero il sistema corpo-mente a trovare le proprie soluzioni adattive.
I risultati sono noti: nella stagione 2024 con i Los Angeles Dodgers, Ohtani ha firmato probabilmente la stagione offensiva più dominante della sua carriera. Ha contribuito in modo determinante alla vittoria delle World Series. Ha vinto per la terza volta il premio MVP della American League. Il corpo ha trovato la strada.
Liverpool, i Cavs, e una benda da pirata a Coverciano
Non sono solo storie americane. Il Liverpool FC di Jürgen Klopp aveva integrato principi del CLA nel suo modello di gioco già da anni, costruendo esercitazioni che simulavano la complessità e l’imprevedibilità delle partite piuttosto che isolare gesti tecnici. I Cleveland Cavaliers e i Memphis Grizzlies hanno ingaggiato assistenti allenatori specificamente dedicati a integrare il CLA nelle routine quotidiane. Tuomas Iisalo, prima al Paris Basketball e poi a Memphis, è uno degli allenatori europei che più ha investito in questa direzione.
E poi c’è un caso italiano che merita una menzione, anche perché racconta con un’immagine molto concreta cosa significa manipolare i vincoli dell’organismo. Silvio Baldini, commissario tecnico dell’Under 21 azzurra, aveva fatto allenare i suoi giocatori con una benda su un occhio — una vera benda da pirata, letteralmente. L’effetto è quello di alterare la percezione della profondità, costringendo il sistema nervoso a ricalibrare in tempo reale la relazione tra quello che vede e quello che fa. Non è una trovata estemporanea: è esattamente il tipo di manipolazione che il CLA prevede per uscire dalla zona di comfort sensoriale e obbligare il corpo a trovare nuovi equilibri.
E noi? Già lo facciamo, senza saperlo
C’è un motivo per cui questa metodologia ci riguarda più di quanto sembri, anche se non giochiamo in NBA e non lanciamo come Ohtani.
Chi di noi ha mai fatto un’escursione in montagna, ha pedalato su un single track di ghiaia bagnata, si è trovato a gestire una parete di arrampicata su cui i passaggi non erano quelli che si aspettava, o ha sciato in un fuoripista dove la neve cambiava consistenza continuamente — sa già, nel proprio corpo, cosa significa il CLA. Sa cosa vuol dire non poter applicare un gesto memorizzato, dover leggere in tempo reale quello che il terreno ti dice, adattare il peso, la traiettoria, il ritmo senza che nessuno te lo stia istruendo.

Tutta l’attività outdoor è, per sua natura, un training CLA. L’ambiente non è mai controllato, le variabili non sono mai le stesse, il corpo deve costantemente negoziare con quello che trova. È esattamente l’opposto della palestra con i pesi calibrati e lo specchio davanti: è un sistema aperto, vivo, imprevedibile.
E la ricerca sembra darci ragione. Uno studio pubblicato sul Journal of Motor Behavior da Renshaw e colleghi ha mostrato che atleti allenati in ambienti variabili sviluppano capacità di adattamento significativamente superiori rispetto a quelli allenati in condizioni standardizzate, anche quando poi vengono testati su compiti tecnici precisi. La variabilità, in altre parole, non distrae dall’apprendimento: lo accelera.
La domanda che vale la pena farsi
C’è però un risvolto di questa storia che va oltre la metodologia sportiva, e che ha a che fare con come pensiamo all’apprendimento in generale.
Il modello tradizionale di allenamento — quello del gesto perfetto da replicare all’infinito — non è solo un metodo sportivo. È una metafora culturale. È lo stesso modello con cui insegniamo nelle scuole (esiste la risposta giusta, l’obiettivo è trovarla), con cui organizziamo molti ambienti di lavoro (esiste la procedura corretta, l’obiettivo è seguirla), con cui spesso alleniamo anche i bambini nello sport.
Il CLA dice qualcosa di diverso e in un certo senso più scomodo: che la risposta giusta non esiste in astratto o in assoluto, esiste solo in relazione alla situazione specifica in cui ti trovi. Che l’obiettivo non è avere la tecnica migliore, ma avere la capacità di trovare la soluzione migliore in quel momento, con quel corpo, in quell’ambiente. Che la variabilità non è un problema da eliminare ma una risorsa da coltivare.
Wembanyama in quella palestra di Los Angeles non stava imparando a essere un giocatore migliore nel senso classico del termine. Stava imparando a essere un sistema più adattivo. Stava allenando la capacità di rispondere all’imprevedibile — che è, in fondo, l’unica abilità che conta quando il fischio dell’arbitro segna l’inizio della partita.
O quando il sentiero davanti a noi prende una piega che non avevamo previsto.
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Fonti: Karl Newell, “Constraints on the development of coordination” (1986); Keith Davids, Chris Button, Simon Bennett, “Dynamics of Skill Acquisition” (2008); Ian Renshaw et al., “A Constraints-Led Approach to Practice Design in Athletics” (Journal of Motor Behavior); The Athletic / New York Times, settembre 2025; Repubblica, ottobre 2025.
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