Doppler, Vita con l’Alce di Erlend Loe è da rileggere adesso per ridere un sacco su noi stessi: non ha perso un grammo di attualità

Erlend Loe ha pubblicato "Doppler" in Norvegia nel 2004. In Italia è uscito nel 2007 per Iperborea. È un romanzo breve, ironico, apparentemente leggero, su un uomo che abbandona la famiglia, il lavoro e il benessere per andare a vivere in una tenda a poche centinaia di metri da casa sua. Non è una storia di fuga romantica. Fa molto ridere e molto pensare 

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“Doppler, Vita con l’Alce” è uno dei libri che mi ha fatto più ridere e commuovere in assoluto, anche dopo averlo riletto a distanza di 20 anni.
Andreas Doppler
è un quarantenne norvegese, padre di famiglia esemplare, professionista irreprensibile, che un giorno cade dalla bicicletta, batte la testa e nel momento in cui si rialza capisce una cosa sola: è stato troppo bravo.

Troppo bravo a studiare, troppo bravo a lavorare, troppo bravo a sposarsi e comprare casa e guardare i cartoni animati con i figli e frequentare lo Smart Club e fare tutto quello che ci si aspettava da lui. Così pianta una tenda nel bosco a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, uccide un’alce per fame, adotta il cucciolo orfano che chiama Bongo, e inizia una nuova vita il cui programma è rigoroso e preciso: non fare nulla. Ci riesce? Forse, dipende.
Non è una storia di fuga romantica nella natura. Loe è troppo intelligente per scrivere quella storia. È qualcosa di più scomodo.

Il problema della bravura

La questione centrale del libro è quella parola: bravo. Doppler non scappa dalla povertà, dall’oppressione, dalla guerra. Scappa dal benessere. Scappa da quella versione della vita in cui ogni cosa — la scuola, il lavoro, il matrimonio, i figli, la casa, le vacanze — è una prova da superare con il massimo dei voti. Una sequenza di obiettivi da raggiungere, ognuno dei quali porta al successivo, in una progressione che sembra avere senso finché non ti fermi a chiedere dove porta.

Doppler si ferma. Batte la testa e si ferma. E da quel momento inizia a fare domande per cui non ha risposte ma che non riesce più a smettere di fare. Perché dobbiamo essere bravi? Per chi? Chi ha deciso che questa è la scala giusta? E cosa succede se scendo?doppler-cover

Il bosco alle porte di Oslo non è un paradiso. Doppler mangia carne di alce, fa freddo, si annoia, ha a che fare con personaggi bizzarri che si presentano al suo accampamento attratti dal suo esempio — un pensionato ossessionato dalla ricostruzione in scala della battaglia delle Ardenne, un vicino di destra che cerca di imitarlo goffamente. La solitudine che cercava non arriva mai in modo pulito. Ma lui continua a stare lì, perché tornare sarebbe ammettere che la vita che ha lasciato aveva senso, e non riesce ancora a crederci. Ricorda un po’ Forrest Gump quando si mette a correre da solo e pian piano un sacco di gente si mette a seguirlo.

L’alce come specchio

Bongo è un personaggio clamoroso, forse il più riuscito del libro, e non è un essere umano. Il cucciolo di alce orfano è l’interlocutore privilegiato di Doppler — l’unico con cui riesce a parlare senza fingere, senza performare, senza essere bravo. I monologhi che Doppler intrattiene con Bongo sono la parte più bella e più commovente del romanzo: un uomo adulto che spiega al suo alce il funzionamento della società, i meccanismi del capitalismo, le aspettative dei genitori, la logica dei consumi.
Bongo non risponde. Ma annuisce, o almeno così sembra a Doppler. E quello gli basta.

Con gli esseri umani del libro — la moglie, i colleghi, il cognato, i vicini — Doppler non riesce a comunicare davvero. Con un alce, sì. Loe non lo spiega e non lo commenta. Lo mostra e basta, con quella leggerezza nordica che lascia i lettori a fare il lavoro da soli.

La natura non è una soluzione

Il punto in cui “Doppler” diverge da quasi tutta la narrativa di fuga nella natura — da Thoreau in poi — è questo: la natura non salva Doppler. Non lo redime, non lo guarisce, non gli dà le risposte che cercava. Il bosco alle porte di Oslo è bello ma è anche freddo, umido e pieno di moscerini. Vivere all’aria aperta è fisicamente impegnativo in modi che Doppler non aveva previsto. La solitudine volontaria ha i suoi costi.

Ma — e questo è il punto — nemmeno tornare a casa lo salverebbe. Il problema non è dove stare. Il problema è come stare, con quali aspettative, in quale sistema di significati. E quella domanda Loe non la risolve. Doppler alla fine parte — con Bongo e con il figlio minore Gregus, a cui sta cercando di insegnare a non imparare a leggere, a stare alla larga dalle vittorie, a non essere bravo. Non è un finale consolatorio.

Perché rileggerlo adesso

Abbiamo scelto di riproporre la lettura di ‘Into the wild’ di Jon Krakauer, ma anche di ‘Born to run’ di Christopher McDougall, altri due libri che hanno a che fare con la natura e i limiti.
Vent’anni dopo la sua pubblicazione originale, “Doppler” ha acquisito una dimensione ulteriore che nel 2004 forse non era ancora del tutto visibile. Allora il libro poteva sembrare la storia un po’ estrema di un quarantenne in crisi. Oggi, con il burnout come diagnosi diffusa, con il dibattito sul quiet quitting, con la Great Resignation, con i millennial che rifiutano la narrativa del successo a tutti i costi, Doppler sembra meno un personaggio bizzarro e più un precursore.

tenda-soltariaNon ha un nome per quello che sente. Non va dallo psicologo, non fa meditazione, non scarica un’app per il benessere mentale. Pianta una tenda. È una soluzione rozza, impraticabile per la maggior parte delle persone, piena di problemi. Ma la domanda che la genera — quella sulla bravura, sulla performance, sul senso di tutto questo correre — è la stessa che si fa chiunque abbia mai passato una domenica sera con quell’ansia vaga che arriva pensando al lunedì mattina.

Loe la fa con ironia, con leggerezza, senza mai alzare la voce. Senza mai dire “questo è il senso del libro”. Lo lascia lì, nella tenda, con Bongo che annuisce e il bosco che è bello ma non abbastanza da essere la risposta.
In più, ci sono momenti davvero esilaranti, come la battaglia per il toblerone e la prigionia temporanea di Doppler. Il mood tragicomico è impareggiabile.

Il libro giusto da portare nel bosco

C’è un’ultima cosa che vale la pena dire su “Doppler”: è un libro breve. Circa 170 pagine, ritmo sostenuto, capitoli corti, prosa diretta. Si legge in un giorno, volendo. Oppure, con più gusto, in tre giorni su un sentiero di montagna, un capitolo alla sera in tenda, con il bosco vero fuori dalla zip.
È il libro che racconta meglio di qualsiasi saggio il motivo vero per cui andiamo in natura — non per riposarci, non per fare sport, non per Instagram. Per smettere, anche solo per qualche giorno, di essere bravi e avere un po’ di disagio.

“Doppler. Vita con l’Alce” di Erlend Loe è disponibile in italiano, per l’editore Iperborea.

Esiste anche una specie di sequel, altrettanto interessante e divertente, che segue la peregrinazione di Andreas Doppler e il figlio: si intitola Volvo.

 

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