C’è un momento nel libro di Christopher McDougall in cui tutto cambia. Non è la gara. Non è l’incontro con i Tarahumara. È quando un ricercatore di Harvard di nome Daniel Lieberman gli spiega, con la precisione pacata di chi ha passato anni a studiare fossili e biomeccanica, che il corpo umano è una macchina da corsa. Non metaforicamente. Letteralmente, anatomicamente, evolutivamente. Il tendine di Achille, il legamento nucale che stabilizza la testa durante il passo, le ghiandole sudoripare distribuite su tutto il corpo, il gluteo massimo — uno dei muscoli più grandi dell’organismo umano, quasi inutile per camminare ma fondamentale per correre — sono tutti adattamenti specifici che l’evoluzione ha selezionato in due milioni di anni per fare di noi i migliori corridori di lunga distanza del pianeta.
Quasi ogni altro animale ci batte sui cento metri. Ma sui cinquanta chilometri, nella calura di mezzogiorno, un uomo allenato può inseguire un cervo fino a farlo collassare per il surriscaldamento. I Tarahumara lo sapevano. I Khoisan del Kalahari lo sanno ancora. I paleontologi l’hanno ricostruito dai fossili. Noi lo abbiamo dimenticato — e poi abbiamo costruito un’industria multimiliardaria per compensare quello che avevamo dimenticato.
Born to Run — pubblicato in Italia da Mondadori nel 2014, quindici anni dopo la prima edizione americana — è il libro che racconta questa storia. Ma non è solo un libro sulla corsa. È un libro su come funziona il meccanismo con cui il progresso ci priva sistematicamente di competenze che abbiamo impiegato milioni di anni a sviluppare, convincendoci che ne abbiamo bisogno sempre di meno — e poi vendendoci la protesi tecnologica per compensare la perdita.
La macchina da corsa più sofisticata del mondo indossa scarpe sbagliate
L’industria delle scarpe da running nasce negli anni Settanta. Prima di allora gli esseri umani correvano come avevano sempre corso: con suole sottili, con scarpe piatte, o scalzi (sì, Abebe Bikila). Poi Nike e le altre aziende del settore introdussero l’ammortizzazione, il supporto della volta plantare, il drop — il dislivello tra tallone e punta — e il controllo della pronazione. Tecnologie pensate per proteggere il piede dai traumi.
Il problema, documentato da McDougall con una serie di studi biomeccanici che il libro porta in superficie, è che più le scarpe proteggono il piede, meno il piede lavora. I muscoli intrinseci del piede si atrofizzano. Il tendine di Achille si accorcia. La muscolatura della caviglia si indebolisce. Il pattern di corsa cambia: con l’ammortizzazione spessa sotto il tallone diventa naturale attaccare con il tallone invece che con il mesopiede, generando un impatto molto più brusco sul ginocchio e sull’anca. Risultato paradossale ma documentato: più scarpe tecniche, più infortuni. L’industria che aveva promesso di proteggerci dai danni della corsa stava producendo esattamente quei danni.
È il meccanismo che McDougall chiama, implicitamente, la trappola della soluzione che crea il problema che risolve. Non vendono solo scarpe. Vendono la soluzione a un problema che hanno loro stessi generato togliendo al piede la possibilità di fare quello che sa fare da due milioni di anni.
Regressione per progresso: il principio che vale per tutto
Fin qui potrebbe sembrare una storia specifica, circoscritta al mondo del running e del marketing. Ma la tesi che Born to Run porta in superficie — anche se McDougall non la enuncia mai esplicitamente in questi termini — è molto più generale e molto più inquietante.
Ogni volta che deleghiamo una competenza corporea o cognitiva a uno strumento tecnologico, quella competenza regredisce. Non sparisce del tutto — la neuroplasticità lascia sempre qualche margine di recupero — ma si atrofizza, si fa lenta, si fa incerta. È lo stesso principio in tutte le scale.
Il GPS ci orienta, ma ci disabilita l’orientamento spaziale. Non è un’impressione: è fisiologia. L’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla memoria spaziale e alla costruzione di mappe mentali, è plastico — si sviluppa con l’uso e si riduce con il disuso. I tassisti londinesi, che fino a qualche anno fa dovevano memorizzare l’intera mappa di Londra per ottenere la licenza, avevano un ippocampo posteriore significativamente più sviluppato della media. Da quando la navigazione GPS è diventata la norma anche per loro, quella differenza si è ridotta. Stiamo letteralmente rimpicciolendo la parte del cervello che ci permette di capire dove siamo nel mondo — e come avevamo scritto parlando dell’elogio del perdersi, perdere la capacità di orientarsi non è solo un inconveniente pratico: è perdere un modo di stare nel mondo, di essere presenti, di leggere l’ambiente invece di attraversarlo guardando uno schermo.

Vale per la memoria. Gli smartphone ci ricordano tutto — compleanni, appuntamenti, numeri di telefono — e la nostra memoria episodica e semantica smette di allenarsi. Vale per il sonno: la luce artificiale ha disaccoppiato il nostro ritmo circadiano dal ciclo della luce naturale, con effetti documentati sulla qualità del riposo e sulla regolazione ormonale. Vale per l’alimentazione: i cibi ultraprocessati ci danno le calorie senza l’attività metabolica necessaria per ricavarle da cibi complessi, e il microbioma intestinale — uno degli ecosistemi più sofisticati che l’evoluzione abbia prodotto — degenera per mancanza di lavoro.
E vale per la capacità di orientarsi nello spazio in senso più ampio. C’è un motivo per cui uomini e donne mostrano differenze statisticamente significative nell’orientamento spaziale — differenze che la ricerca riconduce a millenni di pressione evolutiva diversa, con i maschi selezionati per la caccia a lunga distanza e le femmine per la raccolta in territori conosciuti. Competenze diverse, entrambe sofisticate, entrambe preziose. Entrambe in via di obsolescenza accelerata nel momento in cui affidiamo a un algoritmo il compito di dirci dove andare.
In tutti questi casi il meccanismo è identico a quello delle scarpe ammortizzate di McDougall: lo strumento risolve un problema immediato e nel farlo elimina la necessità di esercitare la competenza che risolveva quel problema. Nel breve periodo è un guadagno. Nel lungo periodo è una perdita che non vediamo perché avviene lentamente, silenziosamente, senza che nessuno ci mandi una notifica.
I bambini lo sanno ancora
C’è una cosa che McDougall osserva nel libro e che chiunque abbia trascorso tempo con bambini piccoli riconosce immediatamente: i bambini corrono. Non perché gli venga chiesto. Non perché si allenino. Perché correre è la risposta naturale di un corpo giovane all’eccitazione, alla curiosità, alla gioia, all’urgenza. Corrono verso qualcosa che li incuriosisce. Corrono per il piacere puro del movimento. Corrono perché è quello che fa un corpo umano quando non glielo impedisci.
Poi crescono. Vengono messi sulle sedie. Vengono trasportati in macchina. Vengono dotati di schermi che risolvono la noia senza richiedere movimento. E quella spinta istintiva — quella gioia fisica, immediata, gratuita del correre — si atrofizza come i muscoli del piede dentro le scarpe ammortizzate. Non sparisce del tutto. Ma diventa qualcosa che va recuperato con fatica, con disciplina, con un piano di allenamento e le scarpe giuste — e preferibilmente documentato su Strava.
Il paradosso è completo: siamo la specie che ha costruito la civiltà sulla capacità di correre, e siamo diventati una specie che deve imparare di nuovo a correre come se fosse una competenza acquisita, non innata.
Correre come atto di recupero
Quello che Born to Run ha fatto — e il motivo per cui ha venduto milioni di copie e ha cambiato la vita di molte persone, corridori e non — non è stato convincere il mondo che correre scalzi è meglio che correre con le scarpe. Ha fatto qualcosa di più sottile e più importante: ha ricordato a milioni di persone che il loro corpo non è un problema da risolvere con la tecnologia giusta, ma uno strumento straordinario con una storia evolutiva di due milioni di anni alle spalle.
È lo stesso insight che Thoreau aveva portato a Walden — vivere deliberatamente, affrontare i fatti essenziali dell’esistenza — applicato alla biologia invece che alla filosofia. È la stessa domanda che percorre tutta questa serie di libri, declinata stavolta nel modo più concreto e più fisico possibile: quanta parte di quello che siamo, di quello che sappiamo fare, di quello che proviamo a fare stiamo delegando a sistemi che ci semplificano la vita nel breve periodo e ci impoveriscono nel lungo?
La risposta non è buttare le scarpe e correre scalzi su un sentiero di montagna — anche se qualcuno lo fa, con risultati interessanti. La risposta è più difficile e meno immediata: prestare attenzione a quello che si perde ogni volta che si guadagna comodità. Chiedersi se quella perdita vale il guadagno. E ogni tanto, deliberatamente, scegliere la strada più lunga — quella che richiede di usare le gambe, la testa, i piedi, i sensi — invece di quella che richiede solo di seguire le istruzioni.
I Tarahumara non corrono perché non hanno alternative. Corrono perché hanno capito — o forse semplicemente non hanno dimenticato — che correre è quello che sono.
Noi stiamo ancora cercando di ricordarlo.
Born to Run di Christopher McDougall è disponibile in italiano nella traduzione Mondadori.
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