Milano Ride 2018: la DJ100 e quella voglia di lasagne

Milano Ride 2018 dj100

Ripensandoci, la DJ100 della Milano Ride 2018 è la prima granfondo dove non mi son fermato ai ristori. Sì, ne sono certo. Normalmente, quando mi fermo a un ristoro, per creare una certa sintonia con i volontari che stanno dall’altra parte, scatta un’occhiata al tavolo, pieno di biscotti, frutta secca, magari ci sono delle fette biscottate con marmellata, se va bene c’è la Nutella sopra. A volte ci sono anche le albicocche secche, che poi secche non sono perché sono disidratate. Presente? Ecco quelle lì. E poi bicchierate infinite di “polase”, termine usato impropriamente perché quello è il nome di un integratore (che tra l’altro non vedo più nelle gare…) ma utilizzato per dire che in quei bicchieri c’è acqua e sali. Spesso ci trovi delle gran bottiglie di Coca Cola formato famiglia, che un organizzatore sa che se piazza la Coca Cola al ristoro fa felici il 99 per cento dei ciclisti.

Allora, io quando arrivo al ristoro faccio sempre questa scenetta: col dito faccio un cenno circolare indicando la tavolata con tutto quello che loro mettono a disposizione dei ciclisti e poi chiedo, tra il deluso e il sorpreso: “Ma le lasagne non ci sono?”. Questa triste commedia normalmente provoca una reazione diversa a seconda della regione d’Italia in cui mi trovo. In Emilia Romagna, per esempio, la pronta risposta è stata: “Ma valà, se passi per mezzogiorno le trovi..”. Più in là un altro volontario aggiunge ”patacca”. In Veneto la reazione scatena panico tra gli addetti: “Mi ghe lo dito di prepararne, ma lori..”. Il profondo nordest non smentisce mai. In Lombardia la reazione è la più sorprendente: nessuna reazione. Magari i miei conterranei non l’hanno capita.

La cosa delle lasagne non è peraltro un caso, perché alla prima Nove Colli di trent’anni fa, non so più su quale valico, un’area ristoro aveva persino delle gran teglie calde e profumate: fino ad allora le migliori lasagne ma assaggiate. Ricordo anche l’effetto collaterale di un pisolo sotto una pianta. Potrei usare un altro piatto, che ne so le melanzane alla parmigiana o la polenta e coniglio, ma mi piace l’idea di riassaggiare quelle lasagne là.

Questo sketch in cui chiedo un piatto di grande gastronomia lo uso anche all’estero, perché si sa che la cucina italiana è internazionale. Ad agosto, alla Haute Route in Norvegia a un ristoro pieno di gel energetici e barrette alimentari, ho chiesto un “spaghetti bolognese”. Ho pensato che le lasagne in Scandinavia non fossero ancora arrivate. Il quintale biondo dall’altra parte del tavolo è scoppiata in una fragorosa risata e per tutta risposta mi ha versato un bicchiere di succo di mirtillo.

A parte il maldestro tentativo di essere simpatico anche oltre il confine italiano, io ai ristori mi fermo sempre. Questa è la mia regola. Un po’ perché del tempo finale non mi interessa più di tanto, e un po’ per la paura di una crisi di fame, e poi come la finisci la gara. Ecco perché non accetto deroghe alla mia autodisciplina. Tutti i ristori sono miei.

Milano Ride 2018 DJ100

Ma ieri mattina alla Milano Ride 2018, detta anche DJ100, i ristori li ho solo sfiorati. DJ100, cento come i chilometri, tutti ricavati nel Parco Sud di Milano (che poi mica tanto sud visto che si sviluppa nella parte occidentale): praticamente le uniche salite sono state un paio di ponti sulla autostrada. Quindi la classica prova in cui si va a tutta. Sempre. Dall’inizio alla fine. Uno dice: se non ci sono salite, non si fa fatica. Errore! Proprio perché non ci sono salite che si fa una fatica porca. Ventre basso, rapportone (o qualcosa che gli assomiglia) e via a limare la ruota di quello che ti sta davanti a sfruttare la scia.

Dopo un’ora di gara credo di aver fatto 44 chilometri, quindi 44 all’ora di media. E l’importante è non mollare il gruppo davanti a te. Io per esempio, ho perso il treno del Bort e del Mauri perché a uno spartitraffico per non stamparmi sul cartello azzurro con la freccia verso il basso ho dovuto virare a sinistra allungando nel lato lungo della rotatoria. Alla fine, loro davanti una trentina di metri, io dietro ad arrancare. Poi un buco nel gruppone e ciao, persi. Li vedrò all’arrivo e nelle classifiche che leggo sul divano sullo smartphone.

Quindi, se una gara si svolge così, dove basta una curva presa male per perdere il treno giusto, figurati se ti fermi al ristoro. E così ho fatto. I ristori li ho visti: fiuuffff, passati via così. Però io sono anche uno che beve tanto, e quindi mi sono portato due borracce, ma non di quelle normali, ma nella versione da 750 cc, tipo una bottiglia di vino per intenderci. In una c’ho messo i sali (hai presente il “polase”), e nell’altra due gel di Pegaso, roba tosta e a base naturale. E nelle tasche un paio di barrette che mi ha dato l’Aldo Rock settimana scorsa, roba sua e della azienda per cui lavora, e una splendida banana rubata questa mattina presto dal cestino della frutta di casa mia mentre tutti dormivano.

Le andature erano così alte che persino bere e mangiare la banana è stata un’impresa. Anche perché gli occhi devono essere ben puntati davanti, a curare le traiettorie di chi ti precede. Noi siamo mica professionisti (che poi cadono anche loro quando sono in gruppo). Quando arrivo a Milano City Life il Garmin segna 100 chilometri e il crono di due ore e quaranta minuti. Mamma mia. Finisco la borraccia dei sali. Quella delle maltodestrine è a metà. Mi cambio nel parcheggio e giro la macchina per tornare a casa. È mezzogiorno. Chissà, magari a casa sono già svegli e in tavola ci sono le lasagne. Magari.

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