Coronavirus, cosa devono fare scienziati e giornalisti

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Oltre al Coronavirus, in questi giorni stiamo assistendo al propagarsi al virtus della cattiva informazione: cosa devono fare scienziati e giornalisti per dare una corretta informazione e evitare il diffondersi panico? Gli esempi che osserviamo, anche in Italia, con le polemiche fra biologi e l’ossessione giornalistica nella conta delle vittime senza distinzioni, fanno pensare che ci sia bisogno di una maggiore attenzione. Non lo diciamo (solo) noi ma anche Scientific American, una delle più importanti riviste scientifiche, che in un articolo spiega gli effetti della cattiva stampa. E fornisce raccomandazioni a scienziati e giornalisti per fare informazione corretta, onorando la responsabilità sociale che hanno.

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Coronavirus, cosa devono fare scienziati e giornalisti

Le tonnellate di notizie e articoli sull’epidemia di COVID-19 è una sfida sia per il giornalismo che per la scienza, in cui è fondamentale offrire completezza di informazione e distinguere fra le fonti di informazione credibili da quelle non affidabili, oltre alle bufale e alla propaganda politica.
Secondo Scientific American, il giornalismo ha il compito di distinguere almeno tre livelli di informazione:
1. Quello che sappiamo essere vero: i fatti, nella loro completezza. Il numero di vittime crescente va analizzato a fondo per distinguere chi è deceduto a causa del coronavirus e chi invece è deceduto per altre cause ma aveva ANCHE il virus
2. Quello che pensiamo sia vero, cioè le valutazioni basate su fatti
3. Le opinioni e le speculazioni

Raccontare i fatti per come sono

Nella prima categoria ci sono fatti accertati, come ad esempio la causa dell’infezione, che è provocata da un beta-coronavirus. È importante spiegare che la trasmissione da essere umano a essere umano avviene con elevata frequenza, suffragando le notizie da studi scientifici certificati e citando i rapporti delle autorità sanitarie pubbliche.

Dare valutazioni utilizzando dati certi

Riguardo le valutazioni sul tema (cioè quello che vorremmo sapere sull’epidemia), va spiegato che non esistono dati sistematici sul numero reale di casi in ogni località, va specificata la dimensione della trasmissione nelle comunità al di fuori della Cina e che esistono casi che si diffondono senza essere rilevati, vanno citate quali sono le reali proporzioni di infezioni lievi, asintomatiche o subcliniche, così come la frequenza di trasmissione dei casi presintomatici.
Secondo Scientific American, solo alcuni esperti infettivologi possono fornire opinioni qualificate, evitando di dedurre le conseguenze dai dati che non sono disponibili. Questa categoria di informazioni comprende ad esempio le stime sulla probabile traiettoria a lungo termine dell’epidemia. Queste opinioni, giudizi qualificati di scienziati, devono essere distinte dai fatti concreti.

Opinioni da prendere con le molle

La sfera delle opinioni comprende molte altre questioni per cui le prove sono estremamente limitate, per esempio l’effetto della distanza sociale sul rallentamento dell’epidemia, ma anche le motivazioni dei governi e delle autorità sanitarie nelle politiche di contenimento. Sono argomenti importanti ma che non si basano su dati scientifici e non vano enfatizzate o prese per definitive.
In sintesi, scienziati e giornalisti devono fornire informazioni accurate, anche interpretandole, ma rispettando il pubblico (e le sue paure) e dandole al momento giusto.

Come informare senza seminare il panico

L’articolo esorta la stampa e gli scienziati a seguire tre raccomandazioni.
La prima è quella di cercare fonti di informazione diverse. Nessuno è stato in grado di assimilare tutto sullo stato dell’epidemia: esperti diversi sapranno cose diverse e avranno punti di vista diversi.
Scienziati e giornalisti devono consultare i colleghi e cercare i punti deboli nel loro lavoro prima di condividerlo in modo più ampio, soprattutto in un contesto come questo.
La seconda è “rallentare un po’”. Se i media hanno scadenze da rispettare per evitare di essere anticipati da altri, ma il rischio è usare dati sbagliati. È stato notato che i dati sul Coronavirus più affidabili sono quelli che sono stati fatti ‘decantare per qualche giorno’. A una domanda a cui oggi si può rispondere solo con le valutazioni qualificate si potrà forse rispondere domani con un fatto accertato.
La terza raccomandazione è distinguere tra qualcosa che accade o meno e qualcosa che sta accadendo con una certa frequenza. Un esempio è la questione della trasmissione presintomatica, che se si verifica frequentemente renderà meno efficaci le misure di controllo sulle persone malate (isolamento, trattamento e ricerca di contatti). È molto probabile che questo tipo di trasmissione avvenga con una certa frequenza, ma al momento le prove sono molto limitate.
Un’informazione accurata dovrebbe essere consapevole di questo rischio, cercare di evitare di contribuirvi e correggere rapidamente le menzogne quando diventano chiare. Perché, chiude l’articolo, il virus non segue le notizie e non si preoccupa dei social media, ma gli scienziati che i giornalisti hanno la responsabilità di proteggere la salute pubblica.

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