Sotto i pavimenti del tempio dedicato alla dea Ishtar ad Assur (l’odierna Qal’at Sherqat), in Iraq, il tempo aveva nascosto un dettaglio fondamentale che nemmeno i grandi scavi del Novecento avevano individuato. Un team internazionale guidato dalla Ludwig Maximilian University di Monaco ha trapassato il terreno con carotaggi meccanici nel 2024, trovando uno strato di sabbia gialla spesso un metro, piazzato lì di proposito prima di tirare su i muri.
Lo studio, uscito a febbraio 2026 sulla rivista Journal of Archaeological Science: Reports, chiarisce che quel sedimento è la prova cronologica che mancava. I test al radiocarbonio eseguiti a Mannheim sui frammenti di carbone presenti nella sabbia fissano la nascita del tempio tra il 2896 e il 2702 a.C. Ciò significa che la città è molto più antica di quanto credevamo: era un centro urbano già maturo e organizzato secoli prima della datazione ufficiale usata finora.
Minerali “stranieri” per un santuario d’eccezione
La parte incredibile della ricerca arriva dai laboratori dell’Università di Milano-Bicocca. Al microscopio, quella sabbia ha rivelato una carta d’identità inaspettata: contiene epidoto, glaucofane e zoisite, ovvero minerali tipici delle rocce metamorfiche dei monti Zagros, una catena montuosa che svetta a est, lontano dal sito.
Gli antichi abitanti scelsero di ignorare la sabbia del Tigri, che avevano a portata di mano, per andare a prendere quella delle vette trasportata dal fiume Piccolo Zab. Fu uno sforzo logistico enorme, dettato dal bisogno di avere un pezzo di terra “sacra” e lontana proprio sotto il cuore del santuario.
Il complesso templare di Ishtar/Nabû (linea bianca tratteggiata) nella Città Interna di Assur e la posizione dei quattro carotaggi di sedimento analizzati nello studio. Foto: M. Altaweel et al. 2026
Un ponte spirituale tra le montagne e il deserto
Sistemare della sabbia pulita sotto le basi di un edificio era un rito di purificazione tipico del sud della Mesopotamia (Sumer e Akkad), ma questa è la prima volta in assoluto che se ne trova traccia nel nord. I costruttori di Assur presero l’idea dai vicini del sud, ma la personalizzarono usando materiali legati al mondo culturale hurrita.
L’idea dei ricercatori è che quel gesto servisse a unire Ishtar alla dea delle montagne, Shawushka. Usando la sabbia degli Zagros, i fondatori volevano probabilmente radicare il culto di Ishtar in una tradizione che metteva insieme il prestigio delle civiltà meridionali con le radici delle popolazioni montane.
Perché è una scoperta importantissima
Il tempio di Ishtar resta un unicum. Altre indagini fatte nel 2025 su templi vicini, come quelli di Sin-Shamash o Anu-Adad, hanno confermato che lì non c’è traccia di sabbia speciale. Questo rende il santuario di Ishtar un progetto fuori dal comune, pensato con una cura e una visione che dimostrano quanto Assur fosse già all’avanguardia all’alba del terzo millennio a.C.
Oggi, grazie all’incrocio tra geologia e archeologia, quei granelli di sabbia rimasti in silenzio per 4.700 anni raccontano la storia di una metropoli nata da un mix di culture, fedi e rotte commerciali che attraversavano l’intera Mesopotamia.
Foto copertina: Fakhri Mahmood – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=111644965
Leggi Anche
- Il cuore di marmo che batte a Roma: tutto il fascino (e i segreti) della Fontana di Trevi
- Tra pietre antiche e panorami incantati: il fascino di Santa Cristina
- Luni sul Mignone: la “città perduta” nel cuore del Lazio che il tempo ha dimenticato
©RIPRODUZIONE RISERVATA




