Scuole chiuse per Covid, ma secondo la scienza il contagio resta basso

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Le scuole chiuse in varie regioni italiane per Covid-19 e la didattica a distanza sono una scelta che si scontra con i dati scientifici emersi da alcuni studi, fra cui uno italiano, che spiegano come le scuole non sono punti caldi per le infezioni da coronavirus e che il contagio negli istituti resta basso.
Da quando scuole e asili hanno riaperto in autunno, le infezioni da Covid non sono aumentate. E i casi di focolai in genere provocano un basso numero di ammalati. Nonostante questo nel dibattito pubblico, oltre alle polemiche fra Ministero e Regioni,  circola l’ipotesi di un nuovo lockdown scolastico. Cerchiamo di capire il punto di vista della scienza, che in ogni caso non è l’unico da prendere in considerazione durante le decisioni politiche che riguardano un intero paese.

 

Scuole chiuse per Covid, ma secondo la scienza il contagio resta basso

Chiaramente la scelta di chiudere alcune scuole e della didattica a distanza negli istituti secondari superiori fa parte di una strategia più ampia di contenimento del virus (anche gli assembramenti del trasporto pubblico fra gli altri elementi contano eccome). Ma la ricerca italiana condotta dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la prima a mettere in prospettiva l’andamento della pandemia rispetto alla scuola, mostra che la scuola di per sé non è un ambiente a rischio, anche se i bambini possono prendere il virus e diffondere particelle virali, e anche se i ragazzi più grandi hanno maggiori probabilità rispetto ai bambini molto piccoli di trasmetterlo ad altri.
Gli scienziati, confermando altre ricerche, spiegano che i motivi di questo trend nel contagio scolastico non sono chiari, ma che sono fatti incontrovertibili. Che dovrebbero essere presi in considerazione nelle scelte politiche.

Scuole chiuse, ma pochi rischi in Italia

A livello globale, le infezioni da COVID-19 sono ancora molto più basse tra i bambini che tra gli adulti. Ad esempio, oltre 65.000 scuole in Italia hanno riaperto a settembre, nel frattempo il livello di contagio è salito notevolmente, ma solo 1.212 istituti avevano focolai quattro settimane dopo. Nel 93% dei casi, è stata segnalata solo un’infezione e solo una scuola superiore aveva un gruppo di oltre 10 persone infette.
La ricerca italiana (in fase di pre-review) condotta da Danilo Buonsenso e Cristina De Rose, a cui ha partecipato la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS Università Cattolica del Sacro ha indagato l’impatto dell’apertura della scuola sulla pandemia di SARS-CoV-2. Il team ha estratto e analizzato dati da un dataset online aperto che monitora quotidianamente le notizie dei media sulle infezioni da SARS-CoV-2 degli studenti che frequentano le scuole italiane. Al 5 ottobre 2020, sono stati registrati un totale di 1350 casi di infezioni da SARS-CoV-2 nelle scuole del territorio italiano (coinvolgendo 1059 studenti, 145 insegnanti e 146 altri membri della scuola), per un totale di 1212 su 65104, corrispondente all’1,8%.

Come va il contagio da Covid a scuola

Le scuole nazionali hanno riportato solo 1 caso di infezione da SARS-CoV-2 in oltre il 90% dei casi e solo in una scuola superiore è stato descritto un gruppo di oltre 10 casi. La rilevazione di una o più infezioni da SARS-CoV-2 ha portato alla chiusura di 192 (14,2%) intere scuole, più frequentemente asili nido / scuole materne.
“I nostri dati preliminari supportano una bassa trasmissione di SARS-CoV-2 all’interno delle scuole, almeno tra gli studenti più giovani. Tuttavia, intere scuole sono spesso chiuse per paura di focolai più grandi”, si legge nel paper, “Il monitoraggio continuo delle strutture scolastiche, si spera attraverso set di dati ad accesso aperto aggiornati quotidianamente, è necessario per comprendere meglio l’impatto delle scuole sulla pandemia e fornire linee guida che considerino meglio i diversi rischi all’interno dei diversi gruppi di età”.

I bambini piccoli difficilmente trasmettono il Covid

Anche altre ricerche hanno mostrato che uno dei motivi per cui le scuole non sono diventate focolai del COVID-19 è che i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai 12-14 anni, sono meno suscettibili alle infezioni rispetto agli adulti. E una volta infettati, i bambini piccoli, compresi quelli di età compresa tra 0 e 5 anni, hanno meno probabilità di trasmettere il virus ad altri.
In un’analisi delle scuole tedesche si è scoperto che le infezioni erano meno comuni nei bambini di età compresa tra 6 e 10 anni rispetto ai bambini più grandi e agli adulti che lavorano nelle scuole.

Adolescenti più a rischio contagio

E questo livello di contagiosità sta emergendo anche da uno studio condotto negli Stati Uniti, dove si è visto che il tasso di infezione è due volte più alto nei bambini di età compresa tra 12 e 17 anni rispetto a quelli di età compresa tra 5 e 11 anni (qui c’è anche il fattore sport ad aumentare i rischi).
Il motivo per cui i bambini piccoli sembrano meno propensi a diffondere il nuovo coronavirus ad altri non è ancora chiaro: un’ipotesi è che avendo polmoni più piccoli, sono meno in grado di proiettare aerosol contagiosi come fanno gli adulti.
Nel complesso, anche se si tratta di dati fermi all’inizio di ottobre, la scienza sembra affermare che il rischio di infezione a scuola è basso, soprattutto fra bambini piccoli.
Poi c’è il problema del resto della società…
[foto Foto di Alexandra_Koch da Pixabay]

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