Renato Da Pozzo: non temete la paura

Renato Da Pozzo, atleta estremo ed esploratore professionista, è originario delle Alpi Carniche. La sua ultra trentennale esperienza di alpinista lo ha spinto dal Nord Europa al Circolo Polare Artico, passando dalla Terra del Fuoco e compiendo alcune delle imprese no limits più importanti degli anni Novanta. Le sue esplorazioni in luoghi estremi hanno acquistato negli anni il valore di indagine scientifica sull’uomo e su ciò che gli accade in una dimensione limite. Da queste esperienze Renato Da Pozzo ha elaborato un metodo di ripristino psicofisico, un vero e proprio allenamento che mira a riannodare il legame ancestrale tra l’uomo e la sua prima casa, cioè la terra. Quello che segue è un suo scritto sulla paura, su come possiamo affrontarla e su come ci può aiutare a crescere, come atleti e come uomini.

La paura è un istinto ancestrale che appartiene a tutti. E’ un impulso congenito, un naturale segnale di allerta che ci sorprende, cioè “ci prende prima” dell’atto stesso che vorremmo compiere, qualunque esso sia: un’impresa atletica estrema o la perorazione della nostra candidatura in un colloquio di lavoro.

La percezione della paura è un senso indispensabile che guida all’autoconservazione e mira alla protezione di se e di ciò che ci è proprio e ci appartiene. E’ un sentire, un percepire che, da sempre, ha sostenuto l’uomo nel suo cammino di crescita dall’essere protetto al proteggere.

I percorsi educativi della civiltà contemporanea si sono emancipati da alcune tappe fondamentali al raggiungimento di una profonda maturità emotiva dell’individuo ed è frequente che al cospetto della paura si soccomba, si trascenda in comportamenti svantaggiosi, controproducenti, nocivi. La paura trasfigura in aggressività, tracotanza, prepotenza o nell’insicurezza, smarrimento, panico, paralisi.

La paura è un concetto privo di senso se è intuita come ostacolo e non come risorsa, come mezzo per catalizzare le forze mentali e fisiche utili a raggiungere l’obiettivo superando i limiti personali.

La paura segnala solo apparentemente un pericolo-limite esterno da noi stessi; molto spesso la paura vira uno spot luminoso verso l’interno di ognuno e indica i punti deboli, le maglie lente, l’inadeguatezza, i desideri inespressi, i valori imprescindibili, le necessità, mettendo a fuoco la strada per raggiungere il traguardo, l’autostima, il benessere. Seguendo quella luce ci si allena con la paura individuandone la radice: si prende coscienza di sé, si assume consapevolezza, si irrobustiscono i muscoli deboli, si stringono le maglie slabbrate, si ristabilisce l’armonia tra l’interiorità e l’ambiente circostante. L’accettazione è la palestra.

Prendere atto è l’esercizio interiore che individua le lacune, le mancanze, le fiacchezze; sta ad ognuno di noi lavorare per arginarle e tendere a rimuoverle. E come il fisico si prepara e si allena per molto tempo prima di una prestazione sportiva, così l’accettazione è un addestramento costante che ha bisogno di tempo e di lentezza. La paura degenera nella sua accezione negativa a causa della velocità, della frenesia, del rincorre il tempo per il timore di perdere un’occasione irripetibile.

Riappropriarsi del tempo in funzione di una più corretta lettura di se è un segreto, lasciare squillare più volte il telefonino prima di rispondere è una piccola e banale esercitazione: prima di tutto RALLENTO e RESPIRO.

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