Everesting, la sfida di ciclisti e runner per superare gli 8.848 metri di dislivello

Everesting, la nuova sfida per ciclisti e runner

Si chiama Everesting e, come dice il nome, che è la trasformazione in verbo del nome della montagna più alta del mondo, è la nuova sfida per ciclisti e runner. Nuova non in assoluto, perché la storia di questo cimento arriva da molto lontano, ma nuova perché stando ai dati del sito ufficiale Everesting.cc in questo 2020 vi si sono dedicati in molti se non moltissimi. L’Everesting consiste sostanzialmente nel ripetere una salita tante volte quante ne servono per superare un dislivello pari all’altezza dell’Everest, 8,848m, con poche e semplici regole: usare le proprie gambe, a piedi o in bici, e non dormire per tutto il tempo necessario alla prova. Poi è concesso prendersi pause (come i veri alpinisti), rifocillarsi o avere supporto logistico lungo il percorso, ma sostanzialmente bisogna pedalare, correre o camminare in salita fino ad accumulare un dislivello positivo, una “salita” di 8848 metri. È dal 2014 che esiste “ufficialmente” questa sfida ma il vero boom si è avuto solo in questo 2020, complici probabilmente il lockdown dovuto al Coronavirus (ricordate Rob Ferguson che ha fatto le scale di casa per un dislivello pari?) e l’assenza di vere e proprie competizioni ciclistiche e podistiche.

Everesting: come è nata la sfida di superare il dislivello della montagna più alta del mondo

La storia dell’Everesting è curiosa e arriva da molto lontano addirittura da George Mallory, l’alpinista inglese che prese parte alle prime tre spedizioni britanniche di conquista della vetta del monte Everest, perdendovi la vita nell’ultima delle 3. Il suo corpo fu recuperato solo nel 1999 ma nel frattempo un suo nipote, anch’egli di nome George Mallory ma appassionato di ciclismo e residente in Australia, aveva deciso di rendergli in qualche modo omaggio unendo le proprie due passioni, la bici e la montagna: nel 1994 George Mallory il nipote decise di salire e scendere in bicicletta, per 8 volte consecutive, il monte Donna Buang, una montagna alta 1.200 metri che si trova a una ottantina di km da Melbourne. Ci riuscì dopo alcuni tentativi e la cosa rimase una soddisfazione personale.
La sfida dell’Everesting rimase lì, dormiente, per quasi una ventina d’anni fino a quando un altro australiano non la recuperò e in qualche modo la istituzionalizzò. Andy van Bergen era un cicloamatore che, come molti se non tutti noi, amava raccontare le sue imprese in sella. Un lunedì mattina raccontò a un collega di aver fatto un giro lungo 300 km e con salite, cioè dislivello positivo, per oltre 6.000 metri. Cioè più di quanto normalmente succeda in una tappa alpina del Tour de France o del Giro d’Italia. Come capita e capitato a tutti noi il collega a cui raccontò questa sua impresa non rimase particolarmente impressionato (lo stesso Andy van Bergen nel 2016 ha raccontato ad Outside che la risposta fu più o meno: “Ah, e poi che hai fatto?“) e Andy van Bergen ci rimase ovviamente male. Deluso e frustrato cominciò a cercare online qualche metro di paragone per quell’impresa per cui si era allenato un anno intero e capitò su un articolo della rivista Cycling che raccontava la storia di George Mallory e del monte Donna Buang: aveva fatto bingo!
In effetti “scalare l’Everest in bicicletta” era un termine di paragone abbastanza chiaro per tutti e così Andy van Bergen e sua moglie crearono il sito Everesting e istituzionalizzarono la sfida, con poche, semplici e chiare regole: prendi una salita, qualunque essa sia, e percorrila tante volte quante necessarie per coprire un dislivello positivo pari all’altezza dell’Everest; non c’è limite di tempo, la salita può essere lunga e/o ripida quanto si vuole, puoi mangiare, bere e fare brevi pause ma non dormire; ovviamente non sono ammesse le bici elettriche a pedalata assistita; il tutto deve essere certificato da una traccia GPS presa con un ciclocomputer, uno sportwatch o un’App tipo Strava.
Al primo tentativo di Everesting si iscrissero in 65, a inizio 2020 ci erano riusciti in poco più di 5.000 in tutto il mondo, ora siamo già a oltre 10.000 “Everesters”, con tanto di record di velocità che si susseguono a ritmo incessante (a inizio luglio l’ex corridore professionista Alberto Contador ci ha messo 7 ore e 27 minuti, e già a fine luglio un altro ex pro, Ronan McLaughlin, ha fermato il cronometro a 7 ore e 4 minuti). I record di velocità sono però solo una delle due faccia della medaglia dell’Everesting: c’è sì chi è già sicuro di riuscirci e punta a farlo nel minor tempo possibile, come in una competizione, e c’è invece chi si pone l’Everesting come obiettivo, nello stesso spirito dei primi tentativi di George Mallory sul Donna Buang. Compete vs Complete direbbero gli anglosassoni, cioè la sfida contro gli altri e il cronometro o la sfida con se stessi, a voler semplificare.

Everesting: le varie sfide sul dislivello dell’Everest

L’intuizione di Andy van Bergen era ovviamente troppo ammiccante, nel senso buono del termine, per rimanere confinata al solo ciclismo da strada, e così nel frattempo sono nate molte altre sfide per superare il dislivello dell’Everest: a piedi, di corsa, sulle scale, in mountain bike su sterrato, su salite brevi e ripide o lunghe e con minori pendenze, sui rulli, con le bici storiche o d’epoca, sulle salite più famose e iconiche del mondo e chi più ne ha più ne metta. Addirittura c’è anche chi non si accontenta del singolo Everesting ma, come negli Ironman, si è inventato il doppio, triplo o quadruplo Everesting.
Molte di queste sfide sono “riconosciute” e “omologate” (il tutto tra virgolette perché non si vince nulla se non la soddisfazione personale) dal sito di Andy van Bergen ma in fondo è l’essenza della sfida ciò che conta davvero: superare il dislivello dell’Everest a piedi o in bicicletta by fair means, per usare la storica frase di Albert Frederick Mummery.

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