Lo scontro Trainer VS Personal Trainer all’interno dei centri fitness

trainer vs personal trainer

In molti centri fitness, all’improvviso e a una certa ora, e ciò si suppone sia strategico ma non lo è, il trainer si traveste da personal trainer alla velocità con cui Bruce Wayne si riconfigura in Batman. Strano modo di operare che nasce dalla contrapposizione “Gym Trainer” (ovvero trainer sala) e “Personal Trainer” (esterno). Ma è qui lo snodo tecnico del servizio erogato dal Club, nonché la forza o debolezza con cui esprime il proprio modello di gestione.

Quando i PT esterni non sono soggetti a controllo, eppure dovrebbero esserlo visto l’operare indisturbati nei Club anche da remoto, convogliano clienti e fatturato solo su se stessi. Tema trito e ritrito. È l’effetto di un contratto di locazione sottoscritto con una palestra piuttosto che un’altra, agreement dal quale sperano di cavarci tutti qualcosa. Non è così, se non all’inizio. Lo scopo di un PT è soggiogare allievi mediante raggiungimento spasmodico degli obiettivi e controllo maniacale d’ogni fase d’allenamento. Controllo che però, secondo la loro legge, è figlio del loro modo di vedere le cose che non coincide con la wellness-policy del Club. Non di rado si è visto qualche personal trainer esterno analizzare con superiorità il lavoro del trainer di sala che, nello stesso istante, gestiva stoicamente sei, sette persone in contemporanea. E non finisce qui.

A tale danno, dovuto a uno scontro d’interessi che vede pure l’appropriazione indebita di attrezzi del personal trainer a svantaggio (ancora una volta!) del trainer di sala, si aggiunge per il Club l’ultima beffa. Nel ginepraio dei “Certified Trainer” operanti in remoto, molti costringono alla spiegazione fattuale dell’esercizio quell’istruttore di sala (ancora lui) che viaggia a cinque euro/ora. Ora, col dovuto rispetto per i personal trainer che hanno requisiti, formazione teorica, sul campo, etica e pubblicazioni, resta il fatto che il match “GT vs PT” danneggia trainer, personal trainer e club. E alla lunga scontenta i clienti, confusi da verità tecniche contrastanti in cui traspare la fragilità gestionale di un Club che, attraverso i compromessi di cui prima, non può più dettare legge.

La partita descritta, quasi una guerra sommersa tra Club, trainer, personal trainer under-cover, esterni, interni, percentilizzati, va, stante così le cose, assoggettata a un “Metodo” che salvaguardi strategie tecniche e commerciali dell’azienda. Il motivo? Semplice. Il cliente che al secondo giorno in palestra si vede cambiare il programma dal trainer di turno, è alla stregua del cliente che vede sostituirsi il piatto dall’altro cameriere che passa. È per questo che la micro-frammentazione servizi esterni alla palestra e l’anarchia tecnica interna, imporrà un “Metodo” che abbracci operatori interni ed esterni al Club. Perché, come sostenuto in premessa, la categoria dei trainer non è né sarà mai più “categorizzabile” come qualche anno fa.

Ipotetico metodo di controllo:

Metodo “Fase 1”: il Club accentra coordinamento e controllo di trainer, personal trainer e remotizzati. Grazie alla digitalizzazione, rintraccia hard&soft skills corredate da risultati, pubblicazioni, attestati e recensioni sull’operatore. Niente tracce sul web, niente skills, quindi poca affidabilità del trainer, interno o “virtuale” che sia rispetto al Club e alle sue regole.

(Tempistica di attuazione: 7 giorni)

Metodo “Fase 2”: ogni trainer inoltra C.V. al manager, non limitandosi alle esperienze palestrare ma estendendo il resoconto a molto altro. Ognuno allega al C.V. un progetto che focalizzi il proprio stato di attualizzazione professionale.

(Tempistica di attuazione: 10 giorni)

Metodo “Fase 3”: dopo inoltro C.V. ogni trainer e personal trainer incontra individualmente il manager che, all’atto del colloquio, consegna anch’egli al trainer il proprio C.V. La legge è uguale per tutti: ogni operatore ha il diritto di sapere chi è che lo coordina e quale back-ground può realmente trasmettergli. (Tempistica di attuazione: 15 giorni).

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