Tor des Géants 2013: il dietro le quinte nel racconto dei volontari

Il Tor des Geants (8-15 settembre l’edizione 2013) non è solo il trail running più lungo (e forse duro) al mondo, con i suoi 330km di percorso e i 24.000 metri di dislivello. Il Tor des Geants è anche una vera e propria macchina organizzativa che per la settimana della corsa deve provvedere a 2500 pasti al giorno da cucinare, 330 km di sentieri da preparare e circa 700 corridori da incoraggiare, sostenere, guidare. Per chi l’ha visto dal vivo è un’emozione vera, di quelle che ti lasciano un groppo in gola, e così è anche nei racconti dei volontari, 1500 persone che per un anno intero dedicano tempo, passione ed energie affinché tutto fili per il verso giusto in una gara che ha ben poco di programmabile.

E allora eccoli i racconti di alcuni di questi angeli custodi delle Alte Vie della Valle d’Aosta.

Piero Bordon, veterano del Tor fin dalla prima edizione, è il responsabile dei volontari. “C’è tutta la Valle d’Aosta dietro il Tor des Géants” racconta Piero Bordon. “C’è chi lavora prima della gara, organizzando gli ordini e stipando i materiali, chi prepara i rifugi, i bivacchi, le basi e i punti di ristoro, chi sistema le bandierine della gara, gli striscioni, le transenne, chi consegna i pettorali, chi prepara le sacche. Basta pensare anche solo al cibo, che va ordinato e portato nelle giuste quantità in ogni base o punto di ristoro: servono 2500 pasti al giorno, per i corridori, i volontari, le guide, la croce rossa. Anche i sentieri devono essere controllati, sia quelli attraversati dalla manifestazione, sia quelli di riserva, utilizzati per le emergenze. Se una frana rende inagibile un sentiero, o se il maltempo imperversa, la gara non si interrompe, ma prosegue a quota più bassa, su un percorso alternativo. I tracciatori controllano i percorsi e posizionano le bandierine gialle catarifrangenti sufficientemente vicine per poter essere notate in ogni punto del percorso. Abbiamo scoperto che camosci, mucche e stambecchi le considerano una leccornia, perciò i volontari salgono nuovamente a controllare che tutto sia pronto a ridosso del passaggio degli atleti. Durante la gara la tensione è massima. C’è chi accoglie gli atleti in corsa, nei punti di passaggio o di sosta più o meno attrezzati, mantiene i collegamenti radio, si assicura che non manchi nulla, e che nulla sia di troppo. Il quartier generale è vicino alla sede della protezione civile, da lì è possibile seguire via radio tutti i punti della gara, e sapere dove si trova ogni singolo corridore. Intanto, in questo modo, siamo sempre accanto ai corridori, come presenza discreta e necessaria. In condizioni tanto estreme si stringono legami forti, tanti ci chiedono di aspettarli al traguardo, Per questo all’arrivo, a Courmayeur, ci sono sempre così tanti volontari”.

Riccardo Taolin ha seguito da volontario le prime tre edizioni della manifestazione. “Ero appena arrivato in Valle d’Aosta, sono appassionato di corsa, cercavo un modo per continuare a vivere in quell’ambiente. E ho trovato molto di più di quello che pensavo” racconta. “Il mio coinvolgimento è andato crescendo, il primo anno accoglievo i corridori al Bertone, il secondo ho lavorato alle partenze, il terzo ho seguito sia la questione del vettovagliamento, con la distribuzione del cibo in tutte e 34 le postazioni, sia, durante la gara, il trasporto delle sacche. Assieme ad altri due volontari abbiamo portato su e giù ininterrottamente i borsoni dei partecipanti, con tre pullman, arrivando a fare 1500 km ciascuno in una sola settimana, girando tutta la Valle. Per me il momento più emozionante è la partenza: tutta la tensione accumulata si scioglie al via, finalmente si parte, l’avventura ha inizio”.

Anche Daniele Mombelli non nasconde l’entusiasmo. Lui copre un ruolo delicato, quello di ‘scopa’. Non si tratta di ramazzare i pavimenti dei rifugi, tutt’altro. “Seguiamo gli ultimi concorrenti, tappa dopo tappa, metro dopo metro, siamo i loro compagni di strada. Se qualcuno ha dei problemi siamo lì per fornire pronta assistenza, se un concorrente si ritira ci occupiamo di lui. I corridori ci chiamano angeli custodi”. Non è retorica, come spiega Daniele. “Sono tanti 330 km, le persone sono stravolte, dobbiamo essere un po’ psicologi, capire come motivarle, intuire quando hanno bisogno di silenzio per concentrarsi e quando invece cercano qualcuno con cui parlare. Per lo più anche noi siamo corridori, quindi sappiamo cosa stanno passando. Ricordo con grande emozione quando l’anno scorso abbiamo accompagnato Francis De Stefani, un italo-francese, 67 anni, l’ultimo finisher. Abbiamo parlato e scherzato moltissimo, ci descriveva in diretta le allucinazioni dovute alla fatica, alla stanchezza, vedeva i nostri visi cambiare colore. Quando ha tagliato il traguardo, acclamato dalla folla, beh, le lacrime sono scese anche a noi. Siamo un bel gruppo di amici, e vedere dei ragazzoni ben piantati piangere all’arrivo è incredibile. E’ tanta l’emozione che ci investe in quei momenti che le parole non sono sufficienti a descriverla”.
Per informazioniwww.tordesgeants.it

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