Le Olimpiadi di Markus Eder – intervista

Messa momentaneamente fra parentesi l’attività da freerider, l’altoatesino Markus Eder rispolvera la sua passione per il freestyle e si prepara a correre alle Olimpiadi di Sochi con i colori azzurri, il 13 febbraio. Lo abbiamo raggiunto mentre andava a “riscaldarsi” alla tappa di Courmayeur dello Swatch Freeride World Tour by The North Face, e ci ha raccontato cosa si aspetta dai Giochi, come si è preparato e che piani ha in serbo per il futuro.

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Che aspettative hai per la tua partecipazione a Sochi?
L’obiettivo più grande era qualificarmi per le Olimpiadi: era abbastanza difficile, visto che da due anni faccio freeride all’80%. Sono contentissimo di avercela fatta. Ovviamente, adesso non mi basta solo esserci arrivato: voglio anche fare bene, però sarà dura.

Stai sentendo l’importanza dell’evento? Rispetto alle solite gare c’è un tipo di attesa diversa?
Sentivo tanta tensione alle qualifiche, anche se tutti i miei sponsor mi dicevano: “Sappiamo che non è facile per te, visto che non facevi freestyle da parecchio”. Loro non mi creavano tensione, me la creavo io. Adesso che mi sono qualificato non la sento più: posso sciare come voglio, tranquillo, ed è così che escono delle belle cose.

Ci spieghi come funziona lo slopestyle?
Si tratta di una discesa con quattro rail (tubi su cui si scivola con gli sci) e tre salti di fila, e bisogna fare dei trick in aria sia girando a destra che a sinistra. Si fanno due run, conta quella migliore, e chi la fa meglio di tutti vince.

Quanto viene studiato in anticipo e quanto invece ti affidi all’intuizione del momento?
Non c’è improvvisazione quando stai sciando. I trick li impari prima che inizi la stagione; a Sochi devo vedere come sono i salti, che trick si riescono a fare, poi penso un po’ alla run. Ma quando sto sciando non cambio più niente della mia linea.

Come ci si prepara mentalmente per un appuntamento così importante? È una cosa diversa rispetto alle solite gare?
No, direi che mentalmente affronto tutte le gare più o meno nello stesso modo. Non c’è qualche preoccupazione speciale.

Se dovesse andare bene a Sochi, pensi che la tua vita cambierebbe?
Un buon piazzamento non cambierebbe niente nelle mie prospettive. Ormai non faccio freestyle da tanto, voglio entrare un po’ di più nel mondo del freeride. Anche se ottengo un buon risultato a Sochi mi sa che non andrò più avanti con il freestyle, soprattutto con Olimpiadi e coppe del mondo.

Come mai?
Questo sport è nato perché volevamo uscire dalla mentalità delle gobbe e dello sci alpino. Quelli che hanno iniziato il freestyle non amavano le regole, volevano fare a modo loro, ma adesso che è parte delle Olimpiadi ci sono di nuovo regole e allenatori che ti dicono cosa devi fare. È tornato quasi troppo serio. Questa volta ci sta, perché voglio fare parte delle Olimpiadi, ma non intendo continuare per sempre: voglio fare le mie cose, non quelle che mi dicono l’allenatore o quelli della nazionale o gli sponsor.

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