Dormire in tenda ai 3585 metri del Monte Rosa

Del laboratorio outdoor di Ferrino sul Monte Rosa, in Valle d’Aosta, ormai sapete tutti. O quasi (nel caso: ve ne abbiamo parlato). Ma cosa significa passare una notte in tenda a 3585 metri?
Un silenzio assoluto, quasi assordante, spezzato soltanto dal rumore degli aerei di passaggio – più o meno fino a mezzanotte – e dai battiti cardiaci accelerati a causa della prima notte in quota e che mi martellano nella testa. 78 a riposo per la cronaca. Pensavo peggio…

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Anche se saliamo alla fine di agosto, a queste altitudini la priorità è, innanzitutto, quella di non patire troppo freddo, specialmente quando le temperature scendono sotto lo zero termico. È un tentativo di stare sempre bene coperti (naso incluso per quanto possibile) e di mantenere una temperatura sopportabile per riuscire a dormire un po’. La differenza – dovuta anche a una particolare predisposizione naturale e un’abitudine alle basse temperature – la fanno poi i materiali tecnici che si utilizzano. Quelli testati al Ferrino High Lab del Rifugio Quintino Sella sul Monte Rosa (che quest’anno compie 20 anni di attività) sono studiati per temperature e altitudini ancora più severe. Va da sé, quindi, che dormire una notte qui nelle tende e nei sacchi a pelo realizzati dall’azienda torinese specializzata nel materiale d’alta montagna non sarà certo come dormire nel proprio letto.

Tutto questo è, secondariamente, un’esperienza personale e intima con se stessi e coi propri pensieri. Solo in queste condizioni si può provare la sensazione di pacifica solitudine immersi completamente nella natura, seppur questo sia solo un esperimento euristico dato che il rifugio è solo a pochi metri di distanza dalle tende. Personalmente si è trattato di rivivere una passione antica – l’alpinismo – nel tentativo di rimettere ordine e logica in decisioni e paure di molti anni fa. La montagna, tuttavia, pur essendo l’ambiente che ha ispirato i sentimenti romantici del sublime e delle grandi passioni, è – al tempo stesso – un luogo dove regnano la razionalità, il calcolo e la semplicità. È il tempio dell’essenzialità. Ogni grande ragionamento o speculazione astratta si bilancia sempre con le regole e l’austerità di un ambiente esterno (a cominciare dalla gestione del poco ossigeno nell’aria) che portano l’individuo ad agire e comportarsi in modo funzionale e pragmatico.

Stare una notte in tenda a quest’altezza è stata anche una lotta di nervi con il vento e con quelle folate che, dalle 2 del mattino in avanti, hanno iniziato a spezzare il silenzio della notte alpina. È un continuo essere interrotti e frustati dall’aria gelida che in alcuni momenti piega le pareti del tuo piccolo riparo e te le scaraventa in faccia senza complimenti. È un’altalena tra la quiete e la tempesta, tra l’addormentarsi e l’essere risvegliati di colpo.

Adriano Favre – direttore del Soccorso alpino valdostano, gestore del Quintino Sella dal 1987, presidente della Fondazione Mezzalama, guida alpina con più di 20 spedizioni in Himalaya alle spalle – ricorda bene le esperienze in tenda durante le scalate sugli ottomila: “Una volta sul K2 abbiamo dovuto passare due giorni di fila dentro una tenda monoposto. Eravamo in tre e avevamo tre tende, ma non potevamo muoverci a causa del vento. Tutto quello che abbiamo fatto in quel caso è stato rimanere al riparo, prepararci qualcosa da mangiare e aspettare che il tempo migliorasse”.

Dopo aver passato una notte in tenda sul Rosa con un po’ di vento a darti noia e dopo aver ascoltato i racconti di Favre, ciò che impressiona delle spedizioni himalayane è la lunghezza del tempo passato in tenda: “Due mesi. Al campo base ci sono tende più grandi in cui ci si stende su brandine senza essere costantemente a contatto col terreno, mentre nei campi avanzati si dorme in sacco a pelo e su un piccolo materassino. Devo dire che il Ferino High Lab simula bene cosa si prova in quelle circostanze“.

Provo a immaginare lontanamente cosa significhi dormire due mesi in una tenda come quella dove ho passato l’ultima notte. Mi chiedo – e chiedo a Favre – se dopo un po’ di giorni sia effettivamente possibile abituarsi alla tenda e riuscire a riposare per fare il pieno di energie necessarie a una scalata impegnativa: “Certo!” conclude Favre con un sorriso che rivela molto più di quel che dice. “Poi dormi come un pascià”.

E al risveglio mi ritrovo immerso in uno spettacolo fatto di neve e ghiaccio semplicemente indescrivibile.

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