Qualcuno lo ha chiamato la “Thailandia d’Albania” e, una volta viste le fotografie, si capisce il perché: acque turchesi tra pareti di roccia calcarea alte decine di metri, vegetazione fitta che scende fino al pelo dell’acqua e un silenzio che pesa quanto la pietra. Il fiume Shala si trova nel nord dell’Albania, a circa 130 km da Tirana, in un angolo delle Alpi locali che la maggior parte dei viaggiatori europei ancora non ha scoperto.
Il Lumi i Shales (questo il suo nome in albanese) nasce vicino alla cima Radohina a Theth, quasi sul confine con il Montenegro, e percorre 37 km prima di gettarsi nel bacino artificiale di Koman. Ed è proprio in quel tratto finale, nel punto in cui la corrente rallenta e le pareti si alzano, che si possono ammirare paesaggi che fanno girare la testa, molto simili a quelli delle ben più lontane Phi Phi Islands.
Dove finisce l’Europa e comincia qualcos’altro
Le Alpi albanesi, note anche come Alpi Dinariche settentrionali, sono tra le catene montuose meno frequentate del continente. Villaggi di pietra, greggi sulle creste e strade sterrate che si arrampicano su pendii ripidissimi sono rimaste praticamente isolate, una condizione che ha inevitabilmente preservato una natura che altrove in Europa è andata perduta da decenni.
Il fiume scorre in una valle stretta, la Valle dello Shala, fiancheggiata da formazioni rocciose imponenti modellate dall’erosione nel corso di millenni. La roccia calcarea, dal canto suo, riflette la luce in modo particolare, restituendo all’acqua quella tinta incredibile che oscilla tra il turchese e il blu cobalto a seconda dell’ora.
Al mattino, quando il sole ancora radente colpisce le pareti a est, il riflesso vira quasi verso il verde. Nel pomeriggio il blu si intensifica fino a sembrare finto. Lungo le rive crescono salici, ontani e una vegetazione rigogliosa che ospita numerose specie ittiche. Il fatto che per molti è particolarmente interessante, però, è che l’acqua è fredda anche d’estate, cristallina, e nei punti più calmi si vede il fondo di ghiaia chiara a diversi metri di profondità
Le rocce, l’acqua e quella luce che cambia tutto
Il Lago di Koman è venne creato negli anni ’80 per alimentare una centrale idroelettrica. La costruzione della diga ha sommerso parte della valle, trasformando il paesaggio in qualcosa di inaspettato: un fiordo alpino con l’acqua color Caraibi. Le formazioni rocciose emergono come torri, alcune larghe pochi metri alla base e con la vegetazione aggrappata in cima come ciuffi di capelli su una testa calva.
Il punto più scenografico del fiume si trova nelle ultime centinaia di metri prima della confluenza con il lago, nel tratto in cui le pareti si stringono quasi a formare un canyon. Qui la luce filtra dall’alto in fasci obliqui, le rondini da torrente sfiorano la superficie e le barche dei locali scivolano lente, senza motore, per non disturbare il riflesso.
Chi arriva in estate può fermarsi su alcune piattaforme rocciose, perfette per stendersi al sole dopo un tuffo. L’acqua è abbastanza profonda da immergersi in sicurezza nei punti segnalati dai barcaioli, e abbastanza fredda da far capire, in un attimo, che non si è ai Tropici (anche se sì, sembra di esserlo per davvero)
Il viaggio per arrivarci (che è già metà dell’esperienza)
Non si raggiunge il fiume Shala in auto: l’unico accesso praticabile per i turisti è una gita in barca attraverso il Lago di Koman, che richiede circa due ore di navigazione tra le pareti rocciose. Il traghetto parte dal villaggio di Koman e segue una rotta che attraversa il bacino artificiale fino all’imbocco del fiume.
Il tragitto in barca è già uno spettacolo autonomo: le rive sono disabitate per lunghi tratti, con i resti di qualche casa sommersa visibili nelle giornate di bassa portata. Ogni curva apre su un panorama diverso, al punto che a volte la roccia scende quasi verticale fino all’acqua, mentre altre si allarga in piccole baie con canneti e rane.
Il ritorno avviene in tarda mattinata o nel primo pomeriggio. I barcaioli locali, quasi tutti della zona, conoscono ogni sasso del letto del fiume e qualcuno parla un italiano approssimativo che mescola parole imparate dalla televisione negli anni ’90, quando i canali nostrani erano per loro l’unica finestra sul mondo.
A casa, invece, rimane addosso quell’immagine delle pareti di calcare bianco contro l’azzurro dell’acqua, e la sensazione che il viaggio più lontano (ed emozionante), a volte, si trovi a sole un paio d’ore di aereo.
Foto di copertina: By Ardit Marku – https://wildtouralbania.com/, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia; Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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