Piazza del Duomo a Parma svela improvvisamente una mole geometrica insolita che spezza la classica armonia della pianura emiliana grazie alle sfumature cangianti del marmo rosa di Verona. Questo blocco monumentale, iniziato nel 1196 e completato nel 1307, attrae lo sguardo dei viandanti per la sua bizzarra forma a otto lati che svetta verso il cielo padano, dichiarando fin dal primo impatto visivo la propria unicità nel panorama architettonico italiano. Chi si ferma ad ammirare la facciata del Battistero di Parma nota subito un linguaggio nuovo, un momento di passaggio cruciale in cui la solennità del romanico accoglie lo slancio verticale del primo gotico, lasciando intravedere storie scolpite nella pietra che attendono solo di essere lette dai visitatori attenti.
Otto secoli di pietra e ingegno
Il cantiere del Battistero di Parma prense vita negli ultimi anni del XII secolo sotto la guida di Benedetto Antelami, una figura di scultore e architetto che ha impresso il proprio nome direttamente sull’architrave del portale settentrionale. I lavori di edificazione hanno attraversato diverse fasi storiche subendo interruzioni e riprese, fino alla definitiva conclusione avvenuta agli inizi del XIV secolo.
Questa continuità temporale ha permesso la fusione armonica di elementi stilistici differenti, trasformando l’edificio nell’emblema del trapasso tra due epoche artistiche. La scelta della pianta ottagonale risponde a una precisa simbologia numerica antica, legata al concetto di rinascita e di eternità che andava oltre i sette giorni della creazione della settimana terrena.
I segreti dei tre portali e lo Zooforo
La scoperta della struttura esterna comincia dalle tre grandi aperture decorate, ciascuna destinata in passato a un preciso transito cerimoniale. La porta nord, denominata “della Vergine“, mostra la Madonna con il Bambino affiancata da alberi genealogici che uniscono le figure bibliche di Giacobbe e Jesse. Verso ovest si apre il portale del Redentore o del Giudizio Finale, dominato dalla figura di Cristo in trono con la tunica rossa, in cui due angeli suonano le trombe del risveglio eterno.
Il terzo accesso, rivolto a meridione e chiamato del Battista o della Vita, presenta la suggestiva parabola orientale del principe Josaphat e dell’eremita Barlaam, caratterizzata da un giovane che raccoglie miele su un albero insidiato da un drago e da due topi, allegoria del tempo che scorre scandito dai carri del sole e della luna. Lungo il basamento esterno corre lo Zooforo, una serie continua di 75 formelle scolpite dalla bottega antelamica con esseri fantastici come centauri, sirene, grifoni e liocorni, alternate a 4 formelle raffiguranti le virtù teologali.
L’accesso all’interno, consentito tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 con ultimo ingresso fissato alle 17:30, spalanca la vista su uno spazio monumentale organizzato in 16 nicchioni perimetrali affrescati nei secoli successivi da maestri emiliani. Al centro del pavimento risalta la grande vasca ottagonale in pietra veronese utilizzata per il rito della purificazione, che custodisce al suo interno una seconda conca più piccola a forma di quadrifoglio destinata ai sacerdoti. Poco distante, la nicchia sud-ovest conserva un ulteriore fonte trecentesco decorato con motivi vegetali e sorretto da un leone accovacciato.
Il cielo a ombrello e l’allegoria dei Mesi
La vera meraviglia interna si rivela sollevando gli occhi verso la spettacolare cupola ad ombrello, dove 16 nervature a raggiera convergono in una chiave di volta ad anello. La superficie è interamente rivestita da pitture a tempera realizzate intorno al 1230 da maestranze padane fortemente influenzate dall’arte bizantina, suddivise in 6 fasce concentriche che raccontano le storie di Abramo, la via di San Giovanni Battista, il Cristo glorioso tra i profeti, gli apostoli e la Gerusalemme celeste, fino a culminare nel rosso intenso dell’Empireo.
Lungo la prima galleria orientale si trova la più celebre particolarità dell’intero complesso: la serie scultorea dei Mesi e delle Stagioni, rimasta parzialmente incompiuta. Le sculture antelamiche non mostrano una semplice rappresentazione dei lavori agricoli medievali, ma nobilitano la fatica quotidiana della terra raffigurando i contadini con abiti eleganti e movenze aristocratiche, elevando il lavoro manuale a mezzo di redenzione spirituale.
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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