A pochi chilometri da Massa Marittima, incastonato tra boschi e ginepri odorosi delle Colline Metallifere grossetane, c’è qualcosa che ti fa dubitare di quello che si sta guardando. Le Roste di Boccheggiano sono calanchi rosso mattone, talvolta arancioni sotto la luce del pomeriggio, scavati da solchi profondi e precisi come se qualcuno avesse inciso il terreno con uno strumento enorme.
Il contrasto con il verde circostante è talmente netto da sembrare digitale, e la loro storia è molto più strana di quanto l’aspetto già bizzarro lasci intuire.
Un paesaggio che sembra sbagliato
Boccheggiano è un borgo medievale del XII secolo aggrappato a una collina nel comune di Montieri, in provincia di Grosseto. Intorno, il paesaggio è quello tipico della Maremma interna: querce, pascoli e qualche strada sterrata che sparisce nel bosco. Le Roste stanno a valle, nascoste fino all’improvviso, e quando si vedono per la prima volta la sensazione è quella di essere al cospetto di un errore geologico, un qualcosa che non appartiene minimamente a questo angolo di Toscana.
Foto: By Aerospike – Own work, Public Domain, via Wikimedia
Il colore è la prima cosa che colpisce. Non il marrone dei calanchi senesi e nemmeno grigio delle argille, perché qui il suolo vira su tonalità ferrigne, quasi violacee nelle zone d’ombra e aranciate dove batte il sole.
La seconda cosa che lascia sbalorditi è il silenzio. Nessuna pianta riesce a radicarsi su quella terra satura di minerali, e la superficie rimane nuda, levigata dalla pioggia, solcata da rivoli che la modellano stagione dopo stagione.
L’ossessione di Raffaello Conedera
La storia vera delle Roste comincia alla fine dell’800, dentro una miniera di calcopirite attiva nei pressi di Boccheggiano fino al 1914, anno in cui i filoni cupriferi si esaurirono definitivamente. Il problema era che dalla miniera uscivano enormi quantità di fanghi piritici, materiale povero di rame ma non abbastanza da ignorarlo.
Fu allora che entrò in scena Raimondo Conedera, ingegnere con una vera e propria fissazione: estrarre il rame residuo da quel materiale di scarto usando un metodo in grado di eliminare la fonderia, il calore e le spese energetiche enormi dell’epoca. Il suo sistema, passato alla storia come metodo Conedera, prevedeva di frantumare e arrostire all’aperto il minerale a basso tenore di rame, poi lisciviarlo con acqua che si arricchiva di solfati di rame e ferro, e infine separare il metallo per via elettrochimica.
Foto: By LigaDue – Own work, CC BY 3.0, via Wikimedia
Nelle intenzioni di Conedera, quindi, il sistema avrebbe dovuto recuperare rame anche da minerali poveri, contenendo i costi energetici della lavorazione. La miniera però chiuse nel 1914 soprattutto per l’esaurimento dei filoni, e i depositi di materiale trattato rimasero lì, abbandonati sul versante collinare.
Cosa si vede quando si è dentro
Nei decenni successivi, l’acqua fece fatto il resto. La pioggia ha eroso i depositi di minerale con la stessa pazienza con cui modella le argille delle crete senesi, scavando solchi sempre più profondi, costruendo pinnacoli e pareti verticali, creando una morfologia che oggi ricorda i canyon in miniatura del Nuovo Messico più che la campagna toscana.
Il risultato è una scultura chimica e geologica che nessun artista ha progettato, ma che porta comunque l’impronta di una mente umana ottocentesca. La passeggiata lungo il perimetro delle Roste è breve, meno di un’ora, e non richiede attrezzatura particolare. Il sentiero sterrato corre sul bordo dei calanchi, e da lì si vede bene come il colore cambia con l’angolo della luce.
Foto: By LigaDue – Own work, CC BY 3.0, via Wikimedia
Il terreno intorno alla formazione è friabile e scivoloso dopo la pioggia, quindi meglio tenersi sul percorso segnato. Ciò che rende le Roste diverse da qualsiasi altra curiosità geologica della zona è proprio questa doppia natura: sono il prodotto di una chimica precisa e allo stesso tempo di una casualità totale, ovvero l’erosione che ha scelto quelle forme e non altre, quella luce specifica che le trasforma a ogni ora del giorno.
Foto di Copertina: By Cristina Maioglio – Own work, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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