20 frasi di Walter Bonatti sulla natura e l’avventura

 

Il 13 settembre 2011 scompariva a 81 anni Walter Bonatti, fra i più grandi alpinisti e esploratori italiani, se no il più grande, che ci ha lasciato tante imprese da raccontare e tanti pensieri efrasi sulla natura e l’avventura. Bonatti per 30 anni ha fatto viaggi del grande esploratore alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra, mostrandoceli in foto e servizi TV. Ha preso posizioni dure e scomode (vedi la celebre disputa sulla conquista del K2 da parte della spedizione italiana del 1954. E’ stato un personaggio fuori degli schemi, per questo molto amato da chi ama la montagna, la natura, l’avventura. Abbiamo riletto “In terre lontane” (Baldini Castoldi Editore, 448 pagine, 8,99 euro) sottolineando 20 frasi che, tra le molte, ci sembrava descrivessero al meglio quella travolgente passione per l’avventura.

 

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Nei miei viaggi e nelle mie esperienze non ho mai cercato la lotta contro qualcosa o qualcuno, uomo o animale temibile che fosse, la mia era bensì la ricerca di un punto d’incontro con il mondo selvaggio per meglio conoscerlo, assimilarlo e trasmetterlo poi con parole e immagini ad altri.

 

Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero.

 

Per quel tipo di avventura da me praticata, il troppo e il troppo poco coraggio si equivalgono: sono pericolosi entrambi e possono creare seri guai.

 

In definitiva ho inteso sempre, in ogni mia esperienza, ricercare alcuni aspetti del passato riscoprendovi possibilmente qualche pregio che i nostri progenitori sicuramente possedevano. Questi lontani avventurosi avevano avanti a sé un mondo assolutamente sconosciuto e ostile, e per affrontarlo erano forti soltanto del loro elementare sapere e di limitatissimi mezzi empirici; eppure avevano una irriducibile determinazione.

 

Alla solitudine, che è isolamento, io do un valore grandissimo, perché acutizza la sensibilità e amplifica le emozioni. La solitudine inoltre ci mette di fronte a una dimensione divenuta ormai rara, quasi sconosciuta all’uomo moderno.

 

Pur riconoscendo che il nostro destino di uomini progrediti è irreversibile, e giustamente volto in avanti, penso tuttavia che mai dovremmo abbandonare la nostra origine, mai dovremmo tagliare quel ponte che da sempre ci unisce al passato.

 

L’uomo si è talmente distaccato dalla propria origine che non sa pensare agli animali, ai predatori in particolare, se non attribuendo loro la propria logica e i propri impulsi di essere umano.

 

Una bestia impazzita, o per lo meno incattivita, è naturalmente temibile e pericolosa, ma lo è in percentuale minima rispetto all’aberrazione degli uomini folli, che crudeli e pericolosi agiscono ogni giorno liberamente nella vita sociale.

 

Pensare che gli animali agiscano con la nostra stessa carica di violenza è un grosso errore. Siamo noi antagonisti a loro e non viceversa.

 

Se per ogni nostra impressa – ovviamente del tipo tradizionale e quindi su terreni già percorsi – ci avvalessimo, nei limiti del ragionevole, dei soli mezzi umani che la natura ci ha fornito, è certo che vedremmo più chiaramente quel che cerchiamo e fin dove ci è consentito arrivare.

 

La natura è vita ed è la nostra salvezza, non soltanto fisica.

 

Uccidere una fiera con un’arma da fuoco è fin troppo facile, e nel farlo non c’è niente di ardimentoso né di astuto; avveduto e valido è invece l’impegno che la situazione comporta, quello di riuscire ad avvicinare un animale nel suo habitat.

 

Nella consapevolezza del privilegio che avevamo di poter vedere assai più in là di quanto non riservi il piccolo destino agli uomini di città, accalcati gli uni sugli altri in monotona esistenza, lasciavamo vivere tutta la fantasia che il quadro davanti a noi suggeriva.

 

Anche stanotte, come tutte le notti, si consuma il rito crudele della lotta per l’esistenza. In nessun altro luogo come nella savana la morte incombe su tutto, ne è la nota predominante.

 

Una cosa è immaginare questa natura, altra è viverla.

 

Il pianeta Terra non appartiene all’uomo, ma è costui ad appartenere al pianeta.

 

Nell’esperienza appena fatta ho inoltre conosciuto ancor meglio l’incanto e la dignità della natura, la meraviglia della libertà.

 

Questo spettacolo della natura viva, dove l’uomo non è niente, ha qualcosa di paradossale e oppressivo.

 

Certo per me non era stato facile passare dal XX secolo all’età della pietra; tuttavia ero riuscito ad adeguarmi all’ambiente e a far fronte alle sue condizioni ostili.

 

A vivere con i pigmei ci si sente veramente come pesanti carcasse, e si ha chiara la misura di quanto ormai noi “evoluti” ci siamo distaccati da madre natura e di quanto abbiamo perduto in energia fisica, in intelligenza – la cultura è un’altra cosa – in saggezza e in buon umore.

 

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