Libri da (ri)leggere: Aria Sottile. Jon Krakauer sull’Everest nel 1996 stava già descrivendo il nostro feed di Instagram

Quella notte in cui morirono otto persone sulla montagna più alta del mondo era anche la notte in cui l'avventura diventava definitivamente un prodotto. Trent'anni dopo, non abbiamo ancora smesso di comprarlo.

Aria Sottile. Jon Krakauer

C’è una scena che Jon Krakauer non riesce a togliersi dalla testa. È il pomeriggio del 10 maggio 1996, è esausto, sta scendendo dalla vetta dell’Everest che ha appena raggiunto, e incontra una fila di persone che sale ancora. Tra loro ci sono clienti paganti di spedizioni commerciali — persone che hanno versato decine di migliaia di dollari per avere il diritto di provare a toccare il tetto del mondo con una guida accanto. Krakauer è lì come giornalista di Outside Magazine, inviato a documentare esattamente questo fenomeno: la democratizzazione dell’Everest, l’alpinismo come prodotto di lusso accessibile a chiunque abbia il conto in banca giusto. Quella notte una tempesta improvvisa ucciderà otto di quelle persone. E Krakauer, al sicuro nella sua tenda, ascolterà le voci che si spengono via radio.

Libri da (ri)leggere: Aria Sottile di Jon Krakauer

Aria Sottile, pubblicato nel 1997, è il libro in cui ha cercato di fare i conti con quello che aveva visto — e con quello che era. Non è un libro sull’Everest. È un libro sul senso di colpa di chi racconta senza poter salvare, di chi partecipa a un sistema che sa essere sbagliato, di chi è lì per documentare una cosa e si ritrova dentro la cosa stessa. È uno dei libri più onesti e più scomodi mai scritti sul mondo dell’outdoor. Ed è, a rileggerlo oggi, un libro di una contemporaneità quasi insopportabile.

Il primo influencer dell’Everest

Facciamo un passo indietro. Krakauer non era sulla montagna per scalarla. Era lì per raccontarla. Outside voleva un pezzo sul boom delle spedizioni commerciali sull’Everest: guide professioniste che per cifre nell’ordine dei sessantacinquemila dollari a testa si impegnavano a portare clienti — imprenditori, professionisti, persone con sogni e disponibilità economica ma spesso senza la preparazione tecnica adeguata — sulla vetta più alta del mondo. Era una storia interessante, un fenomeno nuovo, qualcosa che stava cambiando per sempre la natura di quella montagna e, per estensione, dell’alpinismo intero.

Krakauer era, in sostanza, un content creator ante litteram. Era lì per produrre un contenuto su un’esperienza estrema. Il suo editore pagava la sua quota di spedizione in cambio di un articolo. La sua presenza aveva un valore commerciale. E la sua presenza — insieme a quella di tutti gli altri giornalisti, fotografi, troupe televisive che in quegli anni avevano cominciato a popolare il campo base dell’Everest — contribuiva a costruire e alimentare esattamente il mito che rendeva quella montagna desiderabile, accessibile, vendibile.

È il cerchio vizioso che Krakauer descrive con una lucidità che fa ancora male: il racconto crea il desiderio, il desiderio crea il mercato, il mercato crea le condizioni per la tragedia, la tragedia crea il racconto. E il ciclo riparte.

Sessantacinquemila dollari per un sogno acquistato

Nel 1996 fu uno scandalo. L’idea che si potesse comprare una vetta — la vetta — era percepita come una profanazione. I puristi dell’alpinismo inorridirono. Reinhold Messner, che l’Everest lo aveva salito in solitaria e senza ossigeno, definì quelle spedizioni commerciali una distorsione dell’etica alpinistica. La montagna più alta del mondo stava diventando un parco giochi per ricchi, gestito da guide-imprenditori che si assumevano la responsabilità di portare clienti in luoghi dove un errore di giudizio poteva costare la vita — la propria o quella degli altri.

Trent’anni dopo, quella che sembrava un’eccezione scandalosa è diventata la norma. Sull’Everest ci sono le code. La fotografia scattata nel maggio 2019 — una fila interminabile di alpinisti aggrappati alla corda fissa sulla cresta della Hillary Step, a ottomila e passa metri, come passeggeri in attesa di imbarcarsi su un aereo — ha fatto il giro del mondo e ha scioccato anche chi all’alpinismo non si è mai interessato. Quello stesso anno morirono undici persone, molte delle quali per cause direttamente riconducibili all’affollamento, all’impreparazione, ai ritardi nella discesa.

Il mercato ha vinto. La vetta più alta del mondo è acquistabile. E non è solo l’Everest.

Il problema non è la montagna. Siamo noi.

Perché val la pena parlare di Aria Sottile oggi, nel 2026, a trent’anni esatti dalla tragedia che racconta? Perché il meccanismo che Krakauer aveva identificato sull’Everest nel 1996 si è nel frattempo replicato ovunque, a tutte le scale, con strumenti che nel 1996 non esistevano ancora e che ne hanno moltiplicato la potenza in modo esponenziale.

Pensate a come funziona oggi. Un creator con qualche decina di migliaia di follower pubblica una foto di un lago alpino raggiunto dopo tre ore di cammino. La foto è bella, la luce è perfetta, il posto sembra incontaminato e segreto. Nel giro di poche settimane quel sentiero è percorso da centinaia di persone che non l’avrebbero mai trovato altrimenti, molte delle quali non hanno la preparazione per affrontarlo in sicurezza, quasi nessuna delle quali ha il minimo interesse per quell’ecosistema al di là della sua fotogenicità. Il lago che sembrava segreto diventa instagrammabile. Il posto instagrammabile si degrada. Il posto degradato perde quella stessa qualità che lo rendeva degno di essere fotografato. E il creator è già altrove, a cercare il prossimo posto ancora inviolato.

È lo stesso cerchio vizioso di Krakauer, con la velocità e la scala dei social media. Con una differenza cruciale: Krakauer almeno se ne rendeva conto, e ne soffriva. La domanda che si pone per tutto il libro — qual è la mia responsabilità in quello che sta succedendo? — è la domanda che la stragrande maggioranza dei creator oggi non si fa mai.

Non per malvagità. Per un sistema di incentivi che rende quella domanda invisibile. I like arrivano subito. I follower crescono. I brand mandano prodotti. Il danno all’ecosistema, l’overtourism, la messa in pericolo di persone impreparate che seguiranno le tue tracce GPS — tutto questo è lento, diffuso, difficile da attribuire, facile da ignorare.

Comprare un’esperienza autentica è una contraddizione in termini

C’è un’altra cosa che Aria Sottile mette a nudo con una crudeltà particolare, ed è la natura intrinsecamente contraddittoria del desiderio che muove tutto questo. I clienti delle spedizioni commerciali sull’Everest non volevano semplicemente stare in cima alla montagna più alta del mondo. Volevano conquistarla. Volevano l’esperienza autentica, estrema, trasformativa che quella vetta prometteva. Volevano sentirsi diversi, eccezionali, vivi in un modo che la vita quotidiana non concedeva loro.

Ma un’esperienza autentica per definizione non si può comprare. Puoi comprare l’accesso, la logistica, la sicurezza relativa, la guida esperta. Non puoi comprare la trasformazione interiore, la misura reale di te stesso, quella cosa indicibile che succede quando sei davvero al limite e non sai ancora come andrà a finire. Quella cosa — se arriva — arriva gratis, o non arriva affatto.

Thoreau, che Krakauer cita indirettamente in tutto quello che scrive, lo aveva detto in altro modo: non puoi comprare la wilderness. Puoi comprare un biglietto per entrarci, ma il tonico della selvatichezza — quella medicina necessaria che la natura selvaggia dispensa a chi è disposto a stare nel disagio, nell’incertezza, nel silenzio — non è in vendita. Il paradosso dell’Everest commerciale è che più lo rendi accessibile, meno è quello che cercavi.

E il paradosso del posto instagrammabile è identico: nel momento in cui diventa instagrammabile, smette di essere il posto che volevi fotografare.

La colpa del testimone

La parte più difficile di Aria Sottile — quella che lo rende un libro davvero grande invece di un semplice reportage di cronaca — è l’autoanalisi impietosa che Krakauer conduce su se stesso. Non si assolve. Non si presenta come vittima delle circostanze o come osservatore neutrale. Sa di essere stato parte del sistema, sa che la sua presenza ha avuto un peso, sa che alcune delle sue scelte nella notte della tempesta potrebbero essere state diverse. Vive con questo. Ha scritto libri per elaborarlo. Trent’anni dopo dice ancora che quella notte non riesce a dimenticarla.

È una postura morale rara, e sempre più rara nell’ecosistema dei contenuti digitali, dove il ciclo di produzione è così rapido che non c’è tempo — né incentivo — per questo tipo di riflessione. Pubblichi, misuri le performance, ottimizzi, ripeti. La responsabilità di quello che hai innescato non compare in nessuna dashboard di analytics.

Ma esiste. È lì, lenta e diffusa, nei sentieri erosi, nei laghi inquinati, nelle persone evacuate in elicottero perché qualcuno aveva reso glamour un posto per cui non erano attrezzate. È il peso che Krakauer si porta addosso, tradotto in scala e velocità social.

Tornare a chiedersi perché

Allora cosa fare? Aria Sottile non offre soluzioni facili, e sarebbe disonesto cercare di ricavarne. Ma offre qualcosa di più utile: la domanda giusta. Quella che Krakauer si faceva mentre saliva, quella che si è fatto per trent’anni dopo: perché lo faccio? Cosa sto cercando davvero? E a quale prezzo — per me, per gli altri, per il posto in cui vado — sono disposto a cercarlo?

Sono domande che non riguardano solo chi scala l’Everest o chi ha centomila follower su Instagram. Riguardano chiunque scelga un’esperienza outdoor, chiunque condivida una foto di un posto che ama, chiunque utilizzi una traccia GPS trovata online per raggiungere un luogo che non aveva mai visitato.

L’outdoor autentico — quello che trasforma, quello che ha un senso che dura oltre la fine del viaggio — non è compatibile con la logica del contenuto. Non perché documentare sia sbagliato in sé, ma perché quando l’esperienza diventa strumentale alla documentazione, smette di essere l’esperienza. Sei lì per il posto, o sei lì per la foto del posto? Stai cercando qualcosa di vero, o stai acquistando la sensazione di cercarlo?

Krakauer si è fatto questa domanda su una delle montagne più pericolose del mondo, in una notte in cui la risposta aveva un peso specifico enorme. Noi possiamo permetterci di farcela in condizioni molto più comode. Il punto è farcela. Prima di partire, non dopo.

Aria Sottile di Jon Krakauer è disponibile in italiano nella traduzione pubblicata da Corbaccio. Per chi vuole approfondire il personaggio, Krakauer è anche l’autore di Into the Wild, di cui abbiamo scritto più volte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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31 Ottobre 2026
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