Libri da (ri)leggere: Into the Wild. Perché continuiamo ad amare un ragazzo che è morto per i suoi errori

Chris McCandless voleva sparire dal mondo. Noi lo abbiamo trasformato in un brand. C'è qualcosa di profondamente sbagliato in questo — e ci dice molto su di noi.

Nel 2020 le autorità dell’Alaska hanno rimosso con un elicottero militare il Bus 142, un vecchio Fairbanks City Transit arrugginito abbandonato da decenni lungo lo Stampede Trail, a una ventina di chilometri dalla città di Healy. Lo hanno fatto perché ogni anno decine di persone si mettevano in pericolo — e alcune morivano — cercando di raggiungerlo. Il bus era diventato famoso perché Chris McCandless ci aveva vissuto per 113 giorni nell’estate del 1992 prima di morirci. Jon Krakauer aveva raccontato la sua storia in un articolo di Outside nel 1993, poi in un libro nel 1996, poi Sean Penn ne aveva fatto un film nel 2007. E il Bus 142, che McCandless aveva scelto come rifugio estremo perché era lontano da tutto e da tutti, era diventato una delle mete di pellegrinaggio outdoor più fotografate d’America.

Libri da (ri)leggere: Into the Wild. Perché continuiamo ad amare un ragazzo che è morto per i suoi errori

Il ragazzo che era fuggito dalla civiltà era diventato una destinazione turistica. Il luogo della sua morte era diventato uno sfondo per selfie. L’Alaska State Troopers aveva salvato e recuperato così tante persone lungo lo Stampede Trail — tra cui cinque italiani nel 2020 — che alla fine avevano deciso che l’unica soluzione era eliminare l’oggetto del desiderio. C’è tutto quello che c’è da sapere su Into the Wild — sul libro, sul mito, e su di noi — già in questa storia.

Il libro e il mito sono due cose diverse

Into the Wild di Jon Krakauer — lo stesso autore che pochi anni prima aveva raccontato la commercializzazione dell’Everest in Aria Sottile — è un libro che fa una cosa rara: cerca di capire un ragazzo senza assolverlo. Krakauer non trasforma McCandless in un eroe. Lo segue, lo ricostruisce giorno per giorno attraverso le lettere, il diario, le testimonianze di chi lo aveva incontrato lungo la strada. E quello che emerge è un ritratto complesso: un giovane intelligente, idealista, capace di gesti di generosità straordinaria, ma anche rigido, arrogante, incapace di accettare i propri limiti e quelli degli altri. Un ragazzo che amava la natura ma non la conosceva davvero. Che voleva la libertà totale ma non aveva ancora capito che la libertà totale, senza competenza e senza umiltà, può uccidere.

Into the Wild

Krakauer lo sa, e lo dice. Sa anche che in McCandless riconosce qualcosa di sé — lo dice esplicitamente, portando nel libro la storia delle proprie avventure giovanili spericolate in Alaska — e che quella riconoscibilità è parte di ciò che lo rende straordinario come personaggio. McCandless non è un caso clinico. È uno specchio.

Ma il mito che si è costruito intorno a lui nel corso di trent’anni è qualcosa di completamente diverso dal libro. Il mito ha preso McCandless, ha eliminato le sue contraddizioni, ha lucidato la sua storia fino a renderla una favola: il giovane ribelle che rifiuta il conformismo, abbandona tutto, va a vivere nella wilderness. Libero. Puro. Autentico. Il fatto che sia morto a 24 anni di fame e avvelenamento in un autobus arrugginito è diventato quasi un dettaglio — o peggio, il suggello romantico della storia, la prova suprema della sua coerenza.

Il problema è che questo mito ha fatto esattamente quello che McCandless voleva evitare: lo ha trasformato in un prodotto.

La libertà come fuga e come ricerca

Per capire perché Into the Wild continua a parlare a generazioni di lettori — e perché continua a farlo in modo così potente — bisogna capire cosa cercava davvero McCandless. Non l’avventura estrema, non la sopravvivenza wilderness, non la fama postuma. Cercava qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: voleva smettere di recitare.

Veniva da una famiglia benestante, aveva studiato in un’università d’élite, aveva davanti a sé una strada già tracciata dal ceto sociale di appartenenza. Una strada che sentiva falsa, performativa, costruita intorno all’apparenza e all’accumulo. Donò i suoi risparmi a un’associazione benefica, abbandonò la macchina, bruciò i soldi che aveva in tasca e partì. Non verso qualcosa di preciso: via da qualcosa di molto preciso. Via dalla società delle aspettative, della carriera, del possesso, dell’identità prestabilita.

È un impulso che Thoreau avrebbe riconosciuto immediatamente — e non è un caso che McCandless portasse con sé Walden nell’ultimo viaggio in Alaska (altro libro da ri/leggere). Ma è anche un impulso che appartiene a una tradizione molto più antica e più universale: quella di chi sente che la vita sociale, con le sue regole e le sue maschere, soffoca qualcosa di essenziale. I mistici del deserto, i monaci zen, i vagabondi del Dharma di Kerouac. Il desiderio di togliersi di dosso il peso dell’identità costruita e scoprire cosa rimane.

Quello che rende McCandless diverso — e più tragico — è che cercava questa libertà in modo assoluto, senza mediazioni, senza la possibilità di tornare indietro. E che la cercava da solo, convinto che la solitudine fosse una condizione necessaria dell’autenticità. Una delle ultime frasi scritte sul suo diario prima di morire recita: “La felicità è reale solo se condivisa“. È una frase che suona come una resa, o forse come una scoperta tardiva. O forse come la cosa più matura che abbia mai scritto.

Christopher Knight e la differenza tra romanticismo e radicalità

Nel 1986, mentre McCandless era ancora al liceo, un uomo di 20 anni di nome Christopher Knight lasciò la sua macchina con il serbatoio vuoto in una strada del Maine ed entrò nel bosco. Non scrisse nessun diario. Non mandò lettere. Non lasciò nessun messaggio. Sparì e basta. Ci rimase 27 anni.

La storia di Christopher Knight — il cosiddetto “eremita del Nord Pond”, arrestato nel 2013 dopo centinaia di furti nelle case e nei campeggi della zona che usava per sopravvivere — è l’anti-mito di Into the Wild. Knight non era romantico. Non aveva letto Thoreau. Non cercava se stesso. Aveva semplicemente deciso, con una determinazione silenziosa e assoluta, che non voleva vivere nella società umana, e lo aveva fatto. Per quasi tre decenni, attraverso inverni del Maine che toccano i meno trenta, con una competenza tecnica e una disciplina mentale straordinarie.

Non divenne famoso finché non fu catturato. Non aveva follower. Non aveva una storia da raccontare. Mentre McCandless cercava l’autenticità e ci morì sopra, Knight la viveva in silenzio e senza spettatori. È difficile non chiedersi quale delle due storie sia più vicina a quello che entrambi cercavano.

La differenza tra i due è anche la differenza tra il romanticismo della libertà e la sua pratica radicale. McCandless voleva essere libero e testimoniare la propria libertà — il diario, le fotografie, le lettere agli amici descrivendo le proprie avventure. Il tutto in un’epoca pre-social e pre-Internet, praticamente. C’era ancora, in lui, il bisogno di un pubblico, anche piccolo, anche immaginario. Knight aveva eliminato anche quello. La sua libertà non aveva bisogno di essere raccontata per esistere.

Il mito che divora se stesso

Torniamo al Bus 142 e a quello che la sua storia ci dice. Nei decenni successivi all’uscita del film di Sean Penn, lo Stampede Trail è diventato uno dei percorsi outdoor più cercati su Google. Migliaia di persone ogni anno si avventuravano in quella zona dell’Alaska — spesso impreparate, spesso sottovalutando il fiume Teklanika che bisogna attraversare, lo stesso che aveva intrappolato McCandless impedendogli di tornare indietro quando aveva deciso di farlo. Alcune ci rimettevano la vita. Le autorità locali erano esasperate.

Il mito di un uomo che era morto per aver sottovalutato la natura selvaggia stava causando la morte di persone che sottovalutavano la natura selvaggia per andare a vedere dove era morto quell’uomo. Il cerchio è così perfetto da sembrare costruito apposta.

Ma non è costruito apposta. È il meccanismo naturale di come funziona l’iconografia pop quando si impossessa di una storia. Il senso critico viene estratto, il fascino viene amplificato, il messaggio originale viene invertito. McCandless scappava dalla società dei consumi — e il suo mito è diventato oggetto di consumo. Krakauer scriveva sulla commercializzazione dell’avventura — e il suo libro è diventato materiale di marketing per destinazioni turistiche. Il sistema che entrambi criticavano li ha metabolizzati con una facilità e una velocità impressionanti.

Cosa cercavamo davvero in quella storia

Eppure, detto tutto questo, Into the Wild funziona ancora. Il libro, non il mito. Funziona perché tocca qualcosa di reale e di permanente: quel disagio specifico che si prova quando si sente che la vita che si sta vivendo non è del tutto propria. Che le scelte che si stanno facendo rispondono più alle aspettative degli altri che a qualcosa di autentico. Che da qualche parte, sotto gli strati di identità sociale costruita, c’è qualcosa che non ha ancora avuto il permesso di esistere.

È un disagio che oggi è più diffuso che mai, e che trova espressione in modi che McCandless non avrebbe riconosciuto: il digital detox, il slow travel, il van living, il movimento del downshifting, la ricerca ossessiva di esperienze “autentiche” in un mondo sempre più mediato. Tutte risposte legittime a un problema reale. Tutte potenzialmente svuotate del loro significato nel momento in cui diventano esse stesse tendenze, estetiche, contenuti da produrre e consumare.

La domanda che Into the Wild pone — e che nessuna quantità di pellegrinaggi al Bus 142 può rispondere — è semplice e brutale: quanto di quello che fai è davvero tuo? Quanto delle esperienze che cerchi stai cercando per te, e quanto per l’immagine di te che quelle esperienze costruiscono agli occhi degli altri — anche solo agli occhi di quel pubblico immaginario che ognuno di noi porta dentro?

McCandless aveva eliminato tutto il superfluo per trovare risposta a questa domanda. Ha trovato anche che la solitudine assoluta non era la risposta — ma almeno si era fatto la domanda sul serio, fino in fondo, senza sconti.

Noi possiamo permetterci di farcela in condizioni meno estreme. Il punto è farcela davvero, senza trasformare anche quella in un contenuto.

Into the Wild di Jon Krakauer è disponibile in italiano nella traduzione pubblicata da Corbaccio. Sul tema, abbiamo anche raccontato il reportage fotografico di Emanuele Equitani in Alaska sulle tracce di McCandless e i luoghi selvaggi in Italia per chi cerca la propria versione di quella storia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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