Nel Lazio c’è una faggeta patrimonio UNESCO che ogni autunno si trasforma in un incendio di colori

Sul Monte Cimino, a due passi da Viterbo, una delle faggete più antiche di tutta Europa si tinge ogni ottobre di sfumature impossibili

Faggeta del Monte Cimino, Lazio

A nord-est di Viterbo, prima che la Tuscia lasci il posto alle colline umbre, il Monte Cimino sale fino a 1053 metri con una discrezione da antico signore del paesaggio. In ottobre, visto dalla strada, sembra che qualcuno abbia versato un secchio di pigmenti caldi sulla sommità: rosso mattone, arancio bruciato, giallo ocra e chiazze di verde ancora ostinate.

Il foliage della Faggeta Vetusta del Monte Cimino riconosciuta dall’UNESCO è tra i più spettacolari del Centro Italia. Siamo nella Tuscia, nei pressi del borgo di Soriano nel Cimino, uno di quei paesi con un castello medievale che incombe sulla piazza e i vicoli che odorano di pietra umida. La faggeta ricopre l’intera vetta del monte e una parte di essa è protetta da una Zona Speciale di Conservazione all’interno della Riserva Naturale Lago di Vico.

La parola vetusta non è retorica: gli alberi qui hanno centinaia di anni, tronchi larghi quanto un abbraccio impossibile e radici che affiorano dal terreno come dita ossute. L’atmosfera, quindi, è quella di un posto che ha visto passare tutto senza fretta.

Un bosco che sembra dipinto a mano

Il foliage del Monte Cimino segue tempi propri, mai identici da un anno all’altro. Di solito tra la seconda metà di ottobre e i primi giorni di novembre le chiome dei faggi raggiungono la saturazione cromatica massima: quel momento in cui la luce del mattino, radente e dorata, attraversa le foglie già rosse e trasforma il bosco in qualcosa di difficilmente descrivibile senza sembrare esagerati.

Faggi del Monte Cimino, Lazio

I faggi (Fagus sylvatica) sono piante da sottobosco evolute in piante dominanti, capaci di creare una volta così fitta da lasciare il suolo quasi privo di arbusti. In autunno, prima di perdere le foglie, producono questa reazione cromatica innescata dal freddo e dalla riduzione della luce. La clorofilla si degrada e i pigmenti gialli e rossi, sempre stati presenti, emergono finalmente. Al Cimino la combinazione di altitudine, umidità e microclima vulcanico produce sfumature particolarmente intense.

Sotto i faggi, la storia si stratifica

La faggeta sarebbe già sufficiente a giustificare il viaggio. Ma il Monte Cimino porta con sé anche uno strato storico di rara densità. Sulla cima, a quota massima, si trovano i resti di un antico insediamento della tarda età del bronzo, databile intorno al 1150 a.C. Un sito di circa 50.000 metri quadrati, individuato nel 1890 e poi oggetto di scavi sistematici dal 1976, con campagne di ricerca che proseguono ancora oggi.

Dentro la Faggeta del Monte Cimino

Sopravvive anche una torre medievale che sovrasta la vetta, testimonianza di un controllo strategico su un territorio che, in epoca pre-romana e poi romana, aveva una rilevanza geopolitica difficile da ignorare. In sostanza, camminare da queste parti equivale a calpestare oltre 3.000 anni di storia sovrapposti. Gli escursionisti che arrivano in cima spesso si fermano più per questa sensazione di stratificazione temporale che per lo sforzo fisico in sé, che pure c’è ma è ampiamente nella portata di chi ha un minimo di allenamento.

I sentieri tra gli alberi e il panorama sulla Tuscia

I percorsi che attraversano la faggeta partono principalmente dal versante di Soriano nel Cimino e si snodano tra alberi secolari senza mai diventare tecnici nel senso alpinistico del termine. L’accesso al bosco è piacevole anche per chi non ha esperienza specifica di trekking, a patto di indossare scarpe adatte e portare con sé qualcosa di caldo, perché all’ombra del bosco la temperatura scende rapidamente.

Percorsi nella Faggeta del Monte Cimino

Dalla vetta, nelle giornate terse di inizio autunno, il panorama abbraccia un pezzo consistente della Tuscia. Il Lago di Vico appare talvolta in basso come uno specchio grigio-blu circondato da boschi, e nelle condizioni migliori si intravede il profilo del Lago di Bolsena più lontano. È un paesaggio che racconta la geologia vulcanica del Lazio meglio di qualsiasi spiegazione: calderoni, anelli di tufo e acqua che riempie dove un tempo era fuoco.

Foto Canva

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