Vi è mai capitato di ritrovarvi in un luogo in grado di mettere in crisi l’idea che avere sempre avuto di antichità? È quello che potrebbe succedere al cospetto del Monastero di Santa Caterina del Sinai e per un motivo a cui è (quasi) difficile credere: mentre l’Europa costruiva le prime cattedrali romaniche, qui i monaci greci-ortodossi pregavano già da cinque secoli.
Sì, l’Occidente stava ancora cercando se stesso, e invece tra queste mura di granito si copiavano manoscritti e si conservavano icone che oggi valgono più di qualsiasi collezione museale al mondo. Siamo nella penisola del Sinai, in Egitto, a circa 1.500 metri di quota, in un paesaggio che sembra uscito da una visione biblica (spoiler: in un certo senso, lo è davvero).
Il monastero è infatti circondato da una severa catena montuosa che viene identificata dalla tradizione con il Monte Sinai, la montagna su cui Mosè ricevette le tavole della Legge (meglio conosciuti come Dieci Comandamenti). La valle ai piedi delle cime è quella che il testo biblico chiama del Roveto Ardente, e su di essa gravita un peso di millenni di devozione ininterrotta.
Uno dei posti più antichi in cui l’umanità ha pregato senza mai smettere
L‘imperatore Giustiniano I fece costruire le mura difensive tra il 548 e il 565 d.C, trasformando un piccolo insediamento di eremiti cristiani in un complesso monastico vero e proprio. Ma la storia di questo complesso è persino più antica: già nel IV secolo, sotto il regno di Elena era stata eretta una piccola cappella proprio sopra quello che i fedeli identificavano con il sito del Roveto Ardente.
Quella cappella esiste ancora, incorporata nella struttura della Basilica della Trasfigurazione, e i monaci la considerano la parte più sacra dell’intero complesso. Il nome ufficiale del monastero è Monastero Greco-Ortodosso del Monte Sinai ed è spesso eclissato dal titolo più popolare legato a Santa Caterina d’Alessandria, martire del IV secolo le cui reliquie, secondo la tradizione, sarebbero state trasportate dagli angeli proprio su questa montagna.
Le sue spoglie, conservate all’interno, attiravano pellegrini medievali da tutta Europa, e il cammino verso il Sinai era considerato, in ordine d’importanza spirituale, subito dopo Gerusalemme e Roma.
Pietra su pietra: l’architettura come atto di fede
Le mura di granito grigio che circondano il monastero hanno quasi 1.500 anni e mantengono ancora la pianta originale voluta da Giustiniano. Si tratta di un rettangolo irregolare che segue l’andamento del terreno, con torri angolari e un’unica porta d’ingresso raggiungibile per secoli solo tramite una carrucola. L’isolamento era una scelta deliberata, poiché in un contesto geografico ostile erano anche protezione da incursioni e razzie.
All’interno, la Basilica della Trasfigurazione è il cuore pulsante dell’architettura sacra. Le colonne di marmo che separano le tre navate risalgono all’epoca giustinianea, i capitelli sono finemente scolpiti e sulle pareti campeggia un mosaico absidiale del VI secolo raffigurante la Trasfigurazione di Cristo.
È considerato uno dei più importanti esempi di arte musiva paleocristiana sopravvissuti intatti fino ad oggi: l’oro del fondo non è sbiadito e la geometria dei personaggi mantiene quella rigidità sacra e potente tipica dell’arte bizantina delle origini. Accanto alla basilica si trovano una moschea del XII secolo e un pozzo che i monaci identificano con il Pozzo di Mosè, il luogo in cui il profeta, secondo il testo biblico, incontrò per la prima volta le figlie di Jetro.
Tra codici e icone dorate: il tesoro nascosto tra le mura
La biblioteca del monastero è la seconda più antica al mondo per numero di manoscritti, superata solo dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, con oltre 3.300 codici in greco, arabo, siriaco, georgiano, armeno e altre lingue. Qui nel 1844 il filologo tedesco Constantin von Tischendorf rinvenne il Codex Sinaiticus, uno dei più antichi manoscritti completi della Bibbia cristiana, datato al IV secolo.
La collezione di icone è ugualmente straordinaria: oltre 2.000 pezzi che coprono dieci secoli di pittura sacra, tra cui alcune tavole realizzate con la tecnica dell’encausto (pittura a cera calda) risalenti al V e VI secolo. Sono meraviglie che rappresentano alcune tra le immagini più antiche della tradizione cristiana ancora esistenti. L’icona di Cristo Pantocratore, in particolare, è considerata la più antica rappresentazione di Cristo conservata al mondo.
Da queste parti, inoltre, c’è una piccola comunità di monaci greco-ortodossi che pure oggi vive e prega qui e con gli stessi ritmi di secoli fa. È un luogo che funziona liturgicamente, architettonicamente e spiritualmente, e per questo è radicalmente diverso da qualsiasi museo o sito archeologico.
Il Sinai non è però una destinazione comoda e, anzi, è più un pezzo di mondo che chiede qualcosa in cambio: fatica, attenzione, la disponibilità a fare silenzio.
Info pratiche e la Scala del Pentimento
Raggiungere il Monastero di Santa Caterina del Sinai richiede un viaggio attraverso le montagne del sud dell’Egitto. Il principale punto di partenza è Sharm el-Sheikh, distante circa 230 chilometri, da cui si arriva al complesso con un trasferimento privato o un’escursione organizzata. Le visite seguono regole legate alla vita religiosa della comunità monastica.
L’apertura al pubblico è generalmente prevista dalle 9:00 alle 11:30, con chiusura il venerdì, la domenica e durante le principali festività greco-ortodosse. L’accesso riguarda soltanto alcune aree del complesso e richiede un abbigliamento rispettoso del carattere sacro del luogo.
Ma una delle esperienze più particolari si trova appena fuori dalle mura. Parliamo della Scala del Pentimento, un antico percorso di circa 3.750 gradini di pietra che conduce alla sommità del Monte Sinai, a 2.285 metri di altitudine. Realizzata nel VI secolo dai monaci, secondo la tradizione come esercizio di penitenza, segue un tracciato ripido tra rocce granitiche e stretti passaggi montani.
Circa 3.000 gradini raggiungono la conca di Elia, mentre gli ultimi 750 portano alla vetta, sulla quale sorgono una piccola cappella cristiana e una moschea. La salita è impegnativa e richiede una buona preparazione fisica, oltre all’accompagnamento di una guida beduina locale. In alternativa si può scegliere il Sentiero dei Cammelli, più lungo ma meno ripido, utilizzato soprattutto per raggiungere la cima prima dell’alba.
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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