COP26, la prima bici all’ONU è di Omar Di Felice: “Dopo tre giorni di trattative, ce l’ho fatta”

Abbiamo intervistato Omar Di Felice, l’ultraciclista che ha pedalato da Milano a Glasgow (quasi 2.000 chilometri in otto giorni) con un obiettivo: portare la prima bici all’interno della sede di una conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici

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Nella sua vita da ciclista estremo, Omar Di Felice ha visto e fatto cose che il 99% degli esseri umani non oserebbe nemmeno immaginare: ha pedalato fino al campo base dell’Everest a 5.364 metri di altitudine, ha attraversato il Canada per 1.500 chilometri sul ghiaccio, ha percorso 1.600 chilometri in bici da Helsinki a Capo Nord e tanto altro ancora.
L’emergenza climatica attualmente in corso, però, lo ha spinto a intraprendere un’avventura diversa, che non si limitasse all’ambito sportivo e che fosse accompagnata da un nobile messaggio: la bicicletta può aiutare a mitigare gli effetti del riscaldamento globale.
L’ex ciclista professionista e campione di ultraciclismo ha quindi deciso di pedalare da Milano a Glasgow per raggiungere la sede della COP26 – la conferenza dell’ONU sul clima – e fare qualcosa di assolutamente inedito: portare, per la prima volta, una bicicletta all’interno dei luoghi decisionali di una COP, a pochi metri da quelle sale in cui politici e delegati trattano e negoziano per il futuro del Pianeta.

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COP26, la prima bici all’ONU è di Omar Di Felice: “Dopo tre giorni di trattative, ce l’ho fatta”

“A questo viaggio da Milano a Glasgow volevo dare un taglio scientifico. E qui entra in gioco la partnership con l’Italian Climate Network: ci siamo messi nelle condizioni di utilizzare il mio viaggio per raccontare il cambiamento climatico agli appassionati di ciclismo attraverso delle dirette serali con esperti come climatologi, fisici, scienziati”.
Tra pedalate diurne e dirette serali nel suo salotto virtuale, Omar Di Felice è arrivato a Glasgow giusto in tempo per l’inizio della COP26. Otto tappe da 200-300 chilometri ciascuna, otto giorni, 1.942 chilometri, 17.990 metri di dislivello e l’incantevole fascino della Scozia in autunno.
“È stato sicuramente un viaggio molto impegnativo, ma con un timing in linea con lo sforzo dell’atleta. La vera sfida è stata quella di portare la bicicletta all’interno delle Nazioni Unite, all’interno dei luoghi decisionali: non di certo la cosa più facile del mondo”, racconta il ciclista romano classe 1981, costretto a condurre un lungo lavoro diplomatico prima di riuscire a portare la sua bici nelle sale dello Scottish Event Campus (la sede della COP26).

Da Milano a Glasgow pedalando: 2000 chilometri per portare la bici dentro le Nazioni Unite

“Ci sono stati tre giorni di fitte trattative e di fitte richieste di autorizzazioni. E all’inizio anche di permessi negati”, ci ha spiegato Di Felice. Poi, quando la strada sembrava più in salita che mai, ecco l’incontro del 4 novembre con il capo della sicurezza delle Nazioni Unite, che ha accolto con entusiasmo l’intento del ciclista partito dal Nord Italia: “Ci ha scortato all’interno e abbiamo fatto questa foto simbolica della prima bicicletta all’interno di una COP. Il capo della sicurezza delle Nazioni Unite ha capito la forza del nostro messaggio e ci ha detto che meritavamo di portare la bicicletta lì dentro, in quanto mezzo migliore per far capire alle persone che ogni azione quotidiana conta nella lotta al cambiamento climatico”.

“Niente rastrelliere per le bici alla COP26? Bugia”

La prima bicicletta nella sede di una conferenza COP delle Nazioni Unite è stata la Wilier di Omar Di Felice: un mezzo speciale che – nei giorni seguenti – è stata addirittura esposto al Rouleur Live di Londra, una delle mostre ciclistiche più importanti al mondo. Una volta dentro, Di Felice ha avuto la possibilità di osservare da vicino la complessità e la grandezza di un evento di questo calibro, e anche di smentire una serie di tweet e articoli che parlavano dell’assenza di parcheggi per le biciclette alla COP26: “È una bugia”, ci ha detto Di Felice, “una volta arrivato lì, dopo il primo passaggio, al secondo cancello c’era uno spazio apposito per parcheggiare le biciclette. Molti attivisti e molti delegati arrivavano in sede in bicicletta. Certo, è vero che ci sono meno biciclette di quelle che dovrebbero esserci. Ma non è vero che non è permesso arrivare in bicicletta. Quella sbarra gialla nella foto è messa per non far passare le auto non autorizzate, ma le biciclette potevano transitare lateralmente”.
Per Di Felice è già tempo di tornare in Italia, questa volta affidandosi anche ai treni e non solo alla forza delle proprie gambe, con la consapevolezza di aver dato giustizia al messaggio apparso a Glasgow nei giorni precedenti all’avvio della COP26: “Questa macchina [la bici, ndr] può combattere il cambiamento climatico”.
Photo by: Omar Di Felice / Instagram

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