DPCM di Natale: un decreto macchiettistico, burocratico e miope che non ha salvato il soldato Ryan

Il DPCM di Natale, annunciato ieri, venerdì 18 dicembre dal Presidente del Consiglio Conte, è frutto di una visione macchiettistica, burocratica e miope dell’italiano medio. Macchiettistica perché considera le “festività natalizie” come una lunga sequenza di abbuffate pantagrueliche in tavolate con i parenti fino al 9° grado che durano dall’alba al tramonto. Senza considerare che per molti italiani ci sono anche altre esigenze, per esempio quella di evadere dalle ristrette mura di casa dopo mesi e mesi di DAD, smart working e reclusione nel proprio Comune di residenza con tutte le loro conseguenze psicologiche. Burocratica perché, per i giorni cosiddetti “arancioni”, pone limitazioni che saranno tali solo sulla carta: siamo curiosi di vedere come faranno a controllare se chi esce dal proprio Comune con meno di 5000 abitanti rimarrà entro un raggio di 30 km, qualunque sia la motivazione per cui si sposta (visita a parenti, una pedalata in bicicletta, una gita nella natura); siamo curiosi di vedere altresì come faranno a controllare se anche chi esce dal proprio Comune con più di 5.000 abitanti ha o non ha motivazioni plausibili; siamo curiosi infine di vedere come si potrà controllare se chi andrà dai parenti prossimi in non più di 2 persone e senza contare i figli minori mangerà il panettone solo con i nonni e poi non farà un salto anche dagli zii per lo spumante e dai cugini per il pandoro. Paternalismo puro e della peggior specie che mette nero su bianco, in Gazzetta Ufficiale, ciò che non potrà mai realizzarsi nel Paese reale. E miope perché considera la salute dei cittadini un mero aspetto fisico e medico, legato al COVID, e non considera le conseguenze di un nuovo lockdown mascherato sul benessere psicofisico degli italiani. Ansia, paura, frustrazione, sfiducia, e altri sintomi psicopatologici ormai accertati in aumento dall’inizio della pandemia. In particolare nelle fasce più giovani, dei ragazzi e delle ragazze di questo Paese che stanno pagando la cambiale più onerosa della gestione approssimativa e scalcagnata di questa pandemia.
Per capire come siamo arrivati all’ennesimo DPCM velleitario bisogna fare un passo indietro e tornare all’inizio della Fase 2, a maggio. C’erano poche cose da fare per mitigare la seconda ondata. Le 3 T in primis: Tracing (tracciare i positivi e i loro contatti stretti), Testing (effettuare tamponi e altre indagini sierologiche sui sospetti positivi) e Treating (trattare al giusto livello di assistenza e di intensità di cura tutti i pazienti Covid positivi, dal domicilio sino ai ricoveri in ospedale). Ma l’App Immuni non ha mai funzionato e gli addetti di ATS e ASL che dovevano contattare i positivi si son trovati a gestire migliaia di pratiche per le quali sarebbe servito un esercito di call center. Risultato: se ti chiamavano era quando avevi già finito quarantena e isolamento. Sui tamponi sappiamo tutti cosa è successo: lunghissime code ai drive in, esisti per i quali bisognava aspettare una settimana almeno, errori nelle comunicazioni (c’è chi è risultato positivo senza aver fatto il tampone…) e caos nel conteggio, ripetendo l’errore commesso all’inizio della pandemia per cui i secondi e terzi tamponi di controllo vengono conteggiati come nuovi positivi. Numeri inattendibili che valgono come estrarre le palline della tombola. Il Treating infine è rimasta pura utopia: le USCA, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale che dovevano trattare a domicilio i positivi, sono state istituite per decreto a Marzo e a Novembre ancora non funzionavano (doveva essercene una ogni 50.000 abitanti ma in provincia di Monza e Brianza, la nuova Val Seriana della seconda ondata, con 900.000 abitanti la terza USCA è stata inaugurata solo l’11 novembre). Il risultato presto detto: tutti di nuovo a intasare gli ospedali come nel Monopoli quando tra gli Imprevisti si pesca la carta del Torna al Via.
E così si è arrivati al nuovo lockdown colorato di novembre, quello delle zone rosse, arancioni e gialle. Il tentativo estremo di non fare di tutta l’erba un fascio. Il tentativo estremo di salvare ciò che è elettoralmente più caro agli italiani, il Natale. Ma salvare il Natale è stato come salvare il soldato Ryan: nell’operazione muoiono tutti e solo i cacciabombardieri riescono a salvarlo. E James Francis Ryan vivrà per sempre chiedendosi se se lo sia meritato. Il plotone del capitano Miller, sterminato nell’operazione, sono tutti i costi sociali ed economici che abbiamo pagato durante la seconda ondata. In primis i ragazzi e le ragazze rinchiusi nuovamente in casa, con il surrogato della scuola che è la DAD, senza sport, senza socialità per la sola incapacità degli adulti e della politica di organizzare bene il loro rientro a scuola. E senza dimenticare le migliaia di attività sull’orlo del fallimento. I cacciabombardieri (il vaccino, la speranza che viene dal cielo) questa volta non sono arrivati. E il Natale, be’ il Natale siamo qui a chiederci se ci siamo davvero meritati di salvarlo. Quanto al capo di stato maggiore dell’esercito, generale George Marshall che decise di salvare il soldato Ryan, passò alla storia per l’omonimo piano di ricostruzione post-bellica dell’Europa. Ma paragonare il Piano Marshall con i ristori in questo caso è davvero ingeneroso.

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