Quante medaglie vincerà l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo? Meno del solito (e andrà sempre peggio)

Alcuni analisti dicono che vinceremo addirittura 41 medaglie, su un totale di 1089. Ma se così fosse saremmo all'8° posto, conferma di uno storico arretramento nel medagliere olimpico che dipende dalle condizioni sociali ed economiche del nostro Paese.

Medaglie Italia Olimpiadi Tokyo

Scattano i Giochi Olimpici e sono giorni di toto medagliere, per indovinare quante medaglie vincerà l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo. Previsioni che partono da analisi tecniche (la scherma, il nuoto, qualche sport di squadra come volley e pallanuoto, gli sport di “tiro” e magari qualche exploit nell’atletica) per arrivare a una previsione di medagliere azzurro con almeno 30 medaglie. Giovanni Malagò, presidente del Coni, è convinto che faremo meglio di Rio.  L’Associated Press ce ne accredita 32 nelle sue consuete predizioni. Addirittura Nielsen Gracenote, analizzando le 2 precedenti edizioni olimpiche e mondiali e campionati continentali negli ultimi 9 anni, si spinge a prevedere addirittura 41 medaglie per l’Italia. Eppure non è guardando ai potenziali campioni alla tradizione che dovremmo fare i conti e misurare le nostre speranze di medaglia, ma ad altri due fattori come il PIL e la popolazione. E partendo da Sydney 2000 e passando per Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016, chi l’ha fatto ha sempre azzeccato il medagliere più dei giornalisti specializzati. E per quanto ci riguarda non ci lascia molte speranze.

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Le previsioni esatte del medagliere per Sydney 2000

Nel 2000, sul Journal of Science and Medicine in Sport uscì un articolo (“The ‘price’ of Olympic Gold”) in cui per la prima volta si teorizzava che ci fosse una relazione lineare tra medaglie sportive e investimenti economici.
Lo studio era finalizzato a determinare se l’Australian Institute of Sport (AIS) istituito nel 1981 dalla Australian Sports Commission (ASC) aveva raggiunto gli obiettivi per i quali era nato: sostenere gli atleti d’élite al fine di eccellere nelle competizioni sportive.
Scrivevano Hogan K. e Norton K. che “there was a significant linear relationship between money spent and total medals won. This was also found when all medal types were analysed independently” (c’era una significante relazione lineare tra i soldi spesi e le medaglie vinte, e questo vale anche analizzando i diversi tipi di medaglie).
La ricerca analizzava i risultati in termini di medaglie conquistate nelle Olimpiadi dal 1976 al 1996 e faceva una ipotesi di previsione del medagliere in quelle assegnate a Sydney per il 2000.
Dato il budget investito la previsione era di 14 ori (+/-1), 15 argenti (+/-2) e 33 bronzi (+/-4) per un totale complessivo di 62 medaglie (+/- 7). Alla fine furono 16 ori, 25 argenti e 17 bronzi, per un totale di 58 medaglie e 4° posto dietro Stati Uniti, Russia e Cina.

E le previsioni esatte degli economisti del Financial Times sul medagliere di Londra 2012

Se quello dell’Australia può sembrare un caso, alla vigilia di Londra 2012 gli analisti del Financial Times hanno predetto esattamente il medagliere olimpico. Senza competenze e conoscenze sportive ma applicando un modello puramente economico-finanziario.

Financial Times Medagliere Londra 2012

Che vincessero gli Stati Uniti era scontato ma secondo il modello econometrico del FT le medaglie dovevano essere 106 e la differenza è stata minima: 104. Seconda la Cina con 87 podi (86 per FT), quinta la Germania (44 contro le 45 previste), decima la Corea del Sud (28 invece di 29) e soprattutto nona l’Italia: 28 dovevano essere le medaglie e 28 sono state. Errori in negativo si sono riscontrati per Australia e Francia, per restare alle prime 10 posizioni, mentre Giappone Russia e Gran Bretagna tra le grandi potenze economiche e sportive hanno ottenuto risultati superiore a quelli previsti dal modello del Financial Times (ma la Russia per i ben noti fatti di doping e Team GB ovviamente perché squadra di casa).

Da notare come, a parte il Canada, tutti i Paesi del G8 sono nelle prime undici posizioni del medagliere, in cui rientrano anche 3 Paesi del G20 allora in grande crescita economica: Cina (2° posto, anche sull’onda lunga di Pechino 2008), Corea del Sud (5°) e Australia (10°).
Unica eccezione non del G20 tra le prime 15 posizioni del medagliere di Londra 2012 fu quindi l’Ungheria, 54° posto nella classifica del PIL mondiale ma 15^ nel medagliere con 17 podi.

Se due esempi non bastano, lo stesso modello era stato applicato anche alla precedente Olimpiade, quella di Pechino 2008, con risultati affidabili per il 95%.

Financial Times Medagliere Pechino 2008

E anche le previsioni di medagliere per Rio 2016 erano esatte

Un modello econometrico simile a quello del Financial Times è stato utilizzato alla vigilia di Rio 2016 dai ricercatori Julia Bredtmann, Carsten Crede e Sebastian Otten in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Significance.

I 3 ricercatori hanno elaborato un modello matematico che teneva conto dei risultati delle precedenti edizioni olimpiche e di due altri fattori: il prodotto interno lordo e la popolazione di ciascun Paese partecipante. Quindi Stati Uniti, Cina e Russia ai primi 3 posti? Non proprio, perché al secondo è salita la Gran Bretagna con 67 medaglie, 5 in più di quelle previste (ma si spiega con l’onda lunga di Londra 2012). Tuttavia i primi 10 posti più o meno quelli sono, con l’unica eccezione della Corea del Sud (benché con meno medaglie di quelle previste, 21 contro 27). Da notare, curiosamente, che all’Italia erano accreditate 27 medaglie e il 10° posto, e alla fine furono 28 podi e il 9° posto complessivo.
Altra annotazione interessante: il Giappone era accreditato di un avanzamento nel medagliere in virtù degli investimenti economici già messi in campo in previsione di Tokyo 2020, ma sesto era stato a Londra e sesto è rimasto a Rio, con meno medaglie di quelle previste (41 a 46).

Non tutti sono d’accordo con questa idea che ci sia una correlazione diretta tra condizioni economiche di un Paese e il suo medagliere. Per esempio scriveva nel 2012 sul Sole 24 Ore Fabrizio Galimberti, giornalista economico, editorialista del Sole 24 Ore, già insegnante nelle Università di Roma e di Ferrara e consigliere economico del Ministro del Tesoro, che “il Pil non fa vincere medaglie”. E però lo storico direbbe proprio questo (al netto di alcune eccezioni) e vien da pensare che PIL (condizione economica) e demografia pesano parecchio nella possibilità di affermarsi come potenza sportiva.

Quali fattori determinano il successo nello sport a livello internazionale?

Ma quindi tra PIL, demografia, tradizione, impianti, pratica diffusa, tecnici di alto livello e campioni quali sono i fattori che fanno vincere nello sport al massimo livello? Secondo un rapporto pubblicato nel 2008 da Spliss (An international comparitive study sport policy factors leading to international sporting succes), società di ricerca che analizza i fattori che determinano il successo nello sport al livello internazionale, il 34 per cento della varianza nei risultati sportivi tra un Paese e l’altro può essere attribuita al numero di abitanti, mentre il 17 per cento è dovuto al PIL pro capite. In pratica: popolazione e condizioni economiche determinano per il 50% le differenze di risultati sportivi tra i Paesi.

Lo studio di Spliss è particolarmente importante per i nostri colori azzurri. Siamo un Paese abbastanza popoloso (più di 60 milioni) ma non così tanto, tutto sommato ancora florido (siamo ancora nel G8 dal punto di vista economico) ma non così “ricco”, e soprattutto abbiamo un enorme talento sportivo.
Per Spliss, rispetto a paesi di dimensioni e condizioni economiche simili, siamo una vera eccezione perché abbiamo sempre di gran lunga superato le aspettative in fatto di medagliere e risultati sportivi, eccellendo in molti sport. Secondo Spliss l’Italia è un ottimo esempio di strategia di sviluppo nello sport, eccellendo nel controllo della fascia di variabili “meso” (cioè le politiche sportive) che stanno a metà tra le “macro” (popolazione, PIL) e le “micro” (singoli atleti e allenatori). Al fatto che siamo una magnifica eccezione c’ero arrivato, intuitivamente, anche io osservando il medagliere di Rio 2016. Ma quanto dureranno i miracoli?

Lo storico dei medaglieri Olimpici azzurri

Fidandosi di Spliss, di Nielsen Gracenote e anche dell’AP ci sarebbe da essere ottimisti. Però se guardiamo allo storico dei medaglieri Olimpici azzurri dagli anni Novanta a oggi (cioè da dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa di alcune nazioni che scalavano il medagliere anche con pratiche illecite di doping come la DDR) c’è poco da essere ottimisti.
Nel 1992 a Barcellona fummo 12° con 19 medaglie (6 ori, 5 argenti e 8 bronzi) ma c’erano ancora gli strascichi del pre caduta del Muro (prima fu la cosiddetta “Squadra Unificata” sotto la bandiera a 5 Cerchi che riuniva 475 atleti di 12 ex repubbliche sovietiche). Poi dal 6° posto di Atlanta 1996 siamo scesi al 7° di Sydney 2000, all’8° di Atene 2004 e al 9° di Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016. Un lento scivolamento al quale abbiamo tenuto botta principalmente grazie a nuoto, scherma, sport di tiro (armi e arco) e combattimento (judo, lotta, boxe).

E se guardiamo in parallelo la situazione economica, nel 1991 eravamo la quarta economia mondiale e ancora nel 1993 si parlava di “sorpasso” del PIL italiano su quello britannico: da quella data in poi quello britannico è cresciuto, considerandolo dal 1979 al 2007, del 91% (quello americano del 69%, quello tedesco del 62%, quello italiano del 59% e quello francese del 52%) e noi siamo scivolati all’8° posto della classifica mondiale per PIL.

Cioè all’arretramento economico è corrisposto un arretramento nel medagliere olimpico.

Ci sono un altro paio di aspetti da considerare per spiegare la correlazione PIL-Popolazione-Medaglie.
Il primo è che, come dice l’ISTAT nel suo Rapporto Sport & Societàè possibile ritenere l’esistenza di un forte nesso che lega lo sviluppo della pratica sportiva e il livello delle condizioni socio economiche”. Ovvero laddove c’è maggior benessere economico e inferiori tassi di disoccupazione ci sono anche le precondizioni necessarie per l’aumento della pratica sportiva, tra gli adulti così come tra i ragazzi; all’opposto i bassi livelli di pratica fisico-sportiva si riscontrano laddove si trovano anche basse condizioni socio-economiche e alti tassi di disoccupazione.
Il secondo aspetto è anagrafico: i nostri atleti a Tokyo 2021 vanno dalla nuotatrice Benedetta Pilato nata nel 2005 a Pietro Figlioli, capitano del Settebello e più anziano della spedizione con i suoi 37 anni. Tolte le estremità sono tutti nati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Sportivamente sono “figli” delle condizioni socioeconomiche degli ultimi 20 anni: chi gareggia ora a Tokyo si è formato come atleta di alto livello negli ultimi 10 o 20 anni. E gli anni dal Duemila a oggi non sono sicuramente tra i più floridi della nostra storia recente. Cioè, benché la spedizione a Tokyo sia la più numerosa di sempre con 384 atleti, questi sono tutti figli, sportivamente parlando, di due decadi in cui le pre-condizioni individuate dall’ISTAT sono tra le peggiori o quasi del Dopoguerra: una base di ricerca dei talenti sempre più ridotta, strutture sportive sempre più malandate o indisponibili (Benedetta Pilato, per nuotare, si spostava ogni giorno da Taranto a Bari o Maglie) difficoltà economiche delle famiglie a sostenere le spese per lo sport dei figli.

Le eccezioni al modello econometrico

Sì, certo, ci sono anche le eccezioni al modello econometrico, qualunque si voglia prendere. Il caso di scuola è ovviamente il Kenya, un Paese che rappresenta lo 0,5% della popolazione mondiale e ha un reddito annuo pro capite di 1600 dollari ma è la vera corazzata del mezzofondo e del fondo. Nel 2015, degli ultimi 10 record del mondo nella mezza maratona, solo uno era di un europeo, gli altri nove di atleti africani, sei dei quali keniani. Idem nella maratona: secondo l’ex IAAF nove dei dieci più forti maratoneti della storia vengono dal Kenya e quattro degli ultimi 10 record del mondo sono di atleti keniani. Ma c’è di più: la gran parte degli atleti keniani sono Kalenjin, una tribù di 5 milioni di persone (1/9 della popolazione del Paese) che vive nella Rift Valley. Ancora: come scrive David Epstein nel suo libro The Sport Geneci sono 17 atleti statunitensi nella storia che hanno corso la maratona in meno di 2 ore e 10. Ci sono 32 Kalenjin che l’hanno corsa in meno di 2 ore e 10 solamente nell’ottobre 2011“.

La supremazia keniota nell’atletica è stata spiegata in vari modi, ma è indubbio che conti anche l’effetto panem: tagliando per prima il traguardo della Maratona di Roma 2012, Hellen Kimutai ha intascato un assegno di 40.000 euro, che in un paese con un reddito medio annuo pro capite di 1600 dollari significano più o meno 25 anni di lavoro. È il motivo per cui il 90% dei giovani kenyani si allenano ogni giorno nella speranza che anche uno solo delle decine di talent scout occidentali che viaggiano per il Paese li noti e gli permetta di uscire dall’indigenza.

All’opposto c’è il caso dell’India, emblematico dell’importanza di una cultura e di programmi finalizzati allo sport: la seconda nazione più popolosa del mondo, nonché settima potenza economica detiene il peggior record olimpico per abitante. Pur partecipando ininterrottamente ai giochi olimpici fin da Parigi 1900, è salita sul podio solo 28 volte, di cui 11 consecutive sul gradino più alto dell’hockey su prato. Peggio solo Indonesia ed Egitto, in rapporto alla popolazione. I motivi? Meglio un programmatore informatico di un centometrista, secondo il governo di Nuova Delhi, che nel 2000 destinava allo sport meno risorse di quante ne destinasse l’Italia.

Quindi quante medaglie vinceremo alle Olimpiadi di Tokyo?

Se c’è un’Olimpiade per cui è azzardato fare previsioni di medagliere è proprio questa di Tokyo: il COVID ha impattato sulla preparazione di tantissimi atleti e potrebbe abbattersi come una variabile impazzita su qualunque competizione fino a 1′ prima dell’inizio, con un imprevedibile effetto Steven Bradbury. Però se consideriamo che siamo un Paese in declino economico, sempre più vecchio e che fa sempre meno figli, riducendo la base potenziale di ricerca dei talenti, è davvero difficile essere razionalmente ottimisti. E anche nella migliore delle ipotesi, quelle 41 medaglie di cui parla Nielsen Gracenote, saremmo all’8° posto nel medagliere, perché a Tokyo si assegneranno 1089 medaglie, come mai prima. L’unica speranza, come sempre, è quella di aggrapparsi alla nostra innata capacità di dare il meglio nelle situazioni più difficili e fare l’ennesimo exploit della nostra storia sportiva.

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