Covid-19: Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo e i virologi da stadio

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Una sfida all’ultimo goal tra Zlatan Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo per stabilire chi sia il vero bomber del Campionato di Serie A? Macché! Ai tempi del Covid-19 il duello tra Ibra e CR7 non poteva che essere all’ultimo tampone, con virologi e politici nei panni di arcigni marcatori o disponibili compagni di squadra. E soprattutto con due percorsi completamente diversi per due campioni non solo del calcio, ma anche del mantenere in salute e in forma il proprio fisico a dispetto dell’età che avanza (39 anni per Ibra, 35 per Cristiano Ronaldo).

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Covid-19: Ibrahimovic vs Cristiano Ronaldo

Risultato positivo asintomatico il 24 settembre, Ibrahimovic ha rivelato il contagio con un messaggio via social in puro stile Zlatan (“Il coronavirus mi ha sfidato. Pessima idea”) per poi confinarsi in una domestica e silenziosa quarantena, interrotasi il 9 ottobre con il secondo tampone di negatività. Otto giorni dopo, il 17 ottobre, eccolo in campo nel derby contro l’Inter con una doppietta vincente e con una dichiarazione a fine partita sempre alla Zlatan: “Facevo il tampone ogni tre giorni per vedere il risultato, ho detto: le partite che ho saltato, posso saltarle ma il derby no, il derby lo gioco anche se risultati non sono pronti, nessuno mi ferma”.

Non propriamente il massimo come messaggio di prevenzione, ma il giusto mix di guascona ironia ed euforia (sempre tipicamente alla Zlatan) ha dribblato la marcatura di virologi e politici, anche di quelli non milanisti, senza conseguenze via social. Anzi, la partita chiusa già nel primo tempo contro il coronavirus è valsa a Ibra l’ingaggio da parte della Regione Lombardia come testimonial di un video contro i comportamenti che favoriscono la pandemia: “Tu non sei Zlatan, non sfidare il virus. Usa la testa, rispetta le regole. Distanziamento e mascherina, sempre. Vinciamo noi!”. Sintetico ed efficace, degno dei migliori discorsi motivazionali da spogliatoio.

Covid-19: Cristiano Ronaldo contro il tampone

Se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto aiuto per promuovere l’utilizzo della mascherina al duo ipersocial Ferragni-Fedez, il governatore Attilio Fontana s’è così affidato al fuoriclasse un tempo nerazzurro e ora rossonero. In tutti e tre i casi non stiamo parlando di personaggi che riscuotono unanime consenso e simpatia da parte di pubblico e tifosi, ma a quanto pare in Italia per far passare un messaggio di prevenzione medica è più efficace affidarsi a influencer, rapper e calciatori piuttosto che puntare sulla credibilità di virologi e scienziati. Credibilità, non si può non sottolinearlo, minata anche dal fatto che diversi di loro stanno ingaggiando da mesi derby scientifici sostenendo una tesi piuttosto che l’altra (o, ancora peggio, una tesi diversa dall’altra a seconda del momento).

Fuori dal coro dei testimonial, oltre che dal campo, è invece finito Cristiano Ronaldo, il cui fisico super-allenato e super-salutista è rimasto dallo scorso 13 ottobre e sino a oggi ostaggio del Covid-19, anche se sempre da asintomatico. Una marcatura a uomo esasperante, durante la quale ha dovuto anche fare a gomitate in area social con il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, che l’ha accusato di aver violato il protocollo sanitario rispondendo alla chiamata della Nazionale portoghese. E che alla lunga ha portato CR7 a lasciarsi andare sempre via social al fatidico messaggio, poi rimosso, “Il tampone è una cagata”. Abbastanza per far estrarre il cartellino rosso a molti, inclusi ovviamente politici e virologi, anche se tra questi ultimi il fuoriclasse bianconero ha trovato pure qualche “compagno di squadra” disposto parzialmente a difenderlo sottolineando che la strategia dei tamponi non è così efficace e rischia di mettere in panchina l’intero Paese.

Il derby dei virologi, la scienza allo stadio

Difficile allora che CR7 trovi un ingaggio da testimonial alla Ibra, anche ora che quella “cagata” di tamponi gli hanno restituito la maglia della Juventus. Ma in tutto questo, indipendentemente dalle simpatie o dalle antipatie di maglia (non solo sportiva), rimane più che un dubbio su quell’atmosfera da stadio in cui spesso finiscono certi dibattiti scientifici o pseudo-tali in Tv e sui social: è questa mancanza di unicità e coerenza del messaggio della comunità scientifica a lasciare purtroppo ancora più che in bilico la partita contro il Covid-19.

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