Fermare lo sport per il Cornavirus: i 10 motivi per cui è un errore

Fermare lo sport: i motivi per cui è un errore

Fermare lo sport è sembrato per molte ore e molti giorni il diktat di governo ed esperti di CTS davanti alla nuova impennata di casi di positività al Coronavirus. Alla fine non è quasi successo, perché si è trovata una mediazione politica all’interno del Governo tra l’ala dei rigoristi capeggiata dal ministro della Salute Roberto Speranza e quella dei gradualisti con in testa il premier Giuseppe Conte e il ministro dello Sport Spadafora: si fermano le partite di livello provinciale e quelle giovanili, ma ci si continua ad allenare in modalità individuale. Un colpo al cerchio e una alla botte. Ma quindi fermare lo sport – come ha fatto unilateralmente il Governatore della Lombardia Attilio Fontana – è solo una questione politica? No, se è vero come è riportato da fonti giornalistiche che anche all’interno del CTS, il Comitato Tecnico Scientifico di esperti che affiancano il Governo e le Regioni nelle decisioni relative alla pandemia da Coronavirus, la spaccatura era a metà tra chi considera lo sport dilettantistico, giovanile e di base un veicolo di diffusione del contagio, e chi invece sostiene non ci siano prove scientifiche ad avallare ciò. Ma fermare lo sport per il Coronavirus è giusto? Oppure ci sono dei motivi per cui farlo sarebbe un errore? Noi di questi ultimi ne abbiamo trovati ben 10.

1. Lo sport è responsabile. Si è fermato per primo, subito, senza se e senza ma con decisione unanime di tutte le Federazioni sportive comunicata dal presidente del Coni Giovanni Malagò al Governo già il 9 marzo 2020. E lo sport ha ripreso solo, soltanto e quando ci sono state regole chiare – i Protocolli – per ricominciare a praticare. Un senso di responsabilità che è un patrimonio di questo Paese.

2. I Protocolli sono sicuri. Stati stilati di concerto da Ministro dello Sport, Ministro della Salute, CTS e Federazioni Sportive, tenendo conto delle specificità di ciascuna attività, del luogo in cui è praticata, del numero di persone coinvolte e di ogni altra informazione utile a stimare il rischio di contagio. Se i Protocolli erano validi e ragionevolmente sicuri quando sono stati stilati, lo sono anche ora. Altrimenti non lo erano in partenza, e le associazioni sportive che hanno speso tempo e soldi per implementarli – modifica degli spazi, rinunci a gruppi squadra per evitare le compresenze, dispositivi di igienizzazione e protezione individuale, etc – hanno sprecato il proprio tempo e le proprie risorse.

3. I contagi nello sport non sono in proporzione ai praticanti. Considerando solo gli sport cosiddetti “di contatto” con più tesserati (calcio, basket, pallavolo e rugby) si parla di oltre 1 milione e 800 mila praticanti, di cui il 50% minori di 18 anni, il 33% minori di 13 anni. Se la pratica sportiva conforme ai Protocolli fosse un veicolo di contagio si dovrebbero avere in Italia numeri di positivi simili a quelli di Milano o Roma. Ma così non è.

4. Sono pochissimi i focolai sportivi. Le notizie di focolai all’interno dei “gruppi squadra” si contano sulle dita di una mano. Una squadra di calcio di Eccellenza in Piemonte; 8 positivi nella Gladiator, squadra di Santa Maria Capua a Vetere che milita nel campionato di calcio di Serie D; 8 positivi nella Viterbese, che milita nella Serie C di calcio. Poi ci sono numerosi casi di 1 o 2 atleti positivi, riconosciuti grazie ai Protocolli, in numerose squadre di calcio, basket e pallavolo. Ma nulla a che vedere con certe notizie che giungono da RSA e da collegi studenteschi.

5. I Protocolli impediscono i contagi nei gruppi squadra. Ci sono sì notizie di bambini/e e ragazzi/e positivi al COVID-19 e di intere squadre poste da ASL / ATS in isolamento fiduciario. Ma il fatto che non siano esplosi focolai nelle squadre giovanili lascia pensare che l’infezione sia avvenuta all’esterno del gruppo squadra e che i Protocolli abbiano impedito il contagio tra i compagni di squadra. Esattamente come avviene per le classi scolastiche.

6. I Protocolli sono strumenti di vigilanza. Consentono di scoprire casi di positività che altrimenti non sarebbero scoperti, o lo sarebbero con enorme ritardo, e di stoppare il contagio bloccando in isolamento fiduciario interi cluster di contatti. Cosa che non avviene e non avverrebbe in qualunque relazione sociale libera, come giocare al parchetto o frequentarsi tra amici al di fuori dell’orario scolastico.

7. La pratica sportiva è diffusa in modo uniforme, il Coronavirus no. Lo sport di base, lo sport dilettantistico, anche lo sport amatoriale (per la distinzione almeno formale puoi leggere qui) sono diffusi in maniera uniforme sul territorio: ogni Comune d’Italia ha una scuola calcio (sono oltre 8.000, come i Comuni) e così anche di basket o volley. A oltre un mese e mezzo dalla ripresa delle attività, se lo sport di base fosse un acceleratore del contagio avremmo una situazione uniforme in tutto il Paese. Ma così non è. Ci sono realtà dove il contagio ha ripreso con forza (metropoli, realtà densamente abitate, veri e propri focolai dovuti a occasioni sociali come feste di matrimonio o funerali) e altre dove il numero di contagiati rimane stabilmente basso da mesi.

8. Non ci sono prove scientifiche a carico dello sport. Per gli esperti del CTS il rischio di contagio legato alle attività sportive di contatto è dovuto all’intensità dei contatti (i famosi 15 minuti di contatto stretto e prolungato) e alla loro modalità (gli abbracci per esultanza). Ma non ci sono dati certi su questi due aspetti e mancano dati specifici sulla presenza di focolai all’interno dei gruppi squadra avvenuti dopo la riapertura delle attività.

9. Si igienizza tutto. Le superfici sono uno scarso e debole veicolo di contagio: questo è ormai assodato fin dalla prima ondata di questa primavera, come spiegato qui. E igienizzazioni e sanificazioni di attrezzi e superfici, previste nei Protocolli, ne riducono ulteriormente il rischio. Son più igienizzati i palloni di una squadra che le maniglie di un autobus o un treno.

10. Lo sport è un sistema di monitoraggio e sorveglianza diffusi. I protocolli consentono di monitorare quasi quotidianamente i quasi 5 milioni di tesserati alle diverse federazioni sportive. Quasi 5 milioni di persone che almeno una volta a settimana, se non più spesso, devono verificare il proprio stato di salute per fare ciò che amano: lo sport. Non c’è nessun altro sistema così diffuso e a costo zero per lo Stato in grado di svolgere lo stesso compito e fermare lo sport significherebbe privarsene di colpo e completamente.

Foto di Bk Aguilar da Pexels

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