Vista dall’alto, questa celebre sorgente carsica immersa nei boschi tra Saranda e Argirocastro pare una gemma ipnotica: al centro una pupilla di un blu profondo, circondata da un’iride d’acqua turchese così limpida da sembrare finzione. Ma basta avvicinarsi al bordo per capire che la quiete è solo un’illusione, perché da quell’abisso privo di fondo viene sputata fuori una quantità d’acqua impressionante (migliaia di litri al secondo) a una temperatura gelida e costante di circa 10 gradi tutto l’anno. Un idro-vulcano al contrario che spinge verso l’alto con una forza tale da rendere fisicamente impossibile andare a fondo: se si provano immersioni, la montagna respinge.
Per secoli la gente del posto ha cercato una spiegazione a questa forza primordiale. Per l’antica tradizione popolare albanese, quell’acqua freddissima e inesauribile non è un miracolo della geologia, ma il pianto disperato di un immenso drago marino caduto nel cuore dell’Albania, il cui occhio, staccatosi dal corpo, è rimasto incastonato nella roccia per continuare a versare lacrime cristalline fino a noi.
Oggi l’Occhio Blu (o Blu Eye o persino Syri i Kaltër in lingua originale) è una delle mete più fotografate dei Balcani, protetta da cartelli che vietano la balneazione per salvaguardare un ecosistema fragilissimo (anche se la tentazione di sfidare la spinta del ghiaccio attira ancora centinaia di temerari).
Un cratere di luce nel mezzo della foresta
Si percorre un sentiero che attraversa alberi ad alto fusto, mentre il rumore dell’acqua cresce piano, e poi la vegetazione si apre su qualcosa di difficile da inquadrare al primo sguardo: una pozza circolare, larga una decina di metri, con il centro che pulsa di un blu che non sta fermo (scuro nel mezzo, più chiaro verso i bordi e attraversato da spirali d’acqua che risalgono dal basso).
Quella pulsazione non è un effetto ottico, ma l’acqua che sgorga dal fondo con una pressione costante, creando vortici lenti che mescolano le temperature. La sorgente è di origine carsica, quindi l’acqua filtra attraverso la roccia calcarea del sottosuolo prima di emergere. In estate, quando a Saranda si superano i 35 gradi e il lungomare è affollato, questo posto diventa qualcosa un rifugio fisico, come se fosse un antidoto.
Intorno, la vegetazione è fitta e umida, fatta soprattutto di platani orientali e querce, con sottobosco di felci e piante igrofile che crescono fino al bordo dell’acqua. Sì, l’aria è è sensibilmente più fresca rispetto alla costa.
Il mistero sotto la superficie
Nessuno sa con certezza quanto sia profonda l’Occhio Blu. Diverse spedizioni subacquee hanno tentato di raggiungere il fondo senza riuscirci. Il motivo è da ritrovare nel fatto che la corrente che risale dal basso è potente, e a partire da una certa quota l’acqua diventa troppo scura per procedere in sicurezza. La profondità stimata, infatti, supera i 50 metri, ma il dato resta approssimativo. E, forse, è proprio questa incertezza a rendere il posto qualcosa di più di una sorgente bella.
Alla leggenda contribuisce anche il colore. Il blu intenso del centro non dipende dall’aggiunta di minerali particolari, ma dalla profondità dell’acqua e dalla sua purezza assoluta. Più l’acqua è limpida e profonda, più assorbe le lunghezze d’onda calde dello spettro e restituisce solo il blu. Il perimetro della sorgente è dichiarato monumento naturale protetto, con l’accesso al bordo regolamentato.
Fare il bagno direttamente nella pozza centrale non è consentito, ma ci sono punti lungo il torrente che ne esce, il Bistricë, dove è possibile immergersi nell’acqua gelida.
Come incastrarlo in un viaggio nel sud albanese
Il sud dell’Albania è ancora sottovalutato rispetto ai circuiti più battuti del Mediterraneo, e questa è la sua fortuna. Saranda funziona da base: ha buoni collegamenti via traghetto con Corfù, prezzi contenuti e un waterfront vivace senza essere caotico. Da lì, l’Occhio Blu si raggiunge in meno di un’ora.
La logica ideale è costruire un giro di due o tre giorni che combini la costa, come le spiagge di Ksamil con le isolette di fronte, con l’entroterra. Argirocastro, a più o meno 40 chilometri, vale un pomeriggio intero: le case di pietra grigia si arrampicano sul colle, il bazar ottomano conserva i ritmi di un’altra epoca, il castello domina la valle con una certa autorevolezza.
Tra le due, l’Occhio Blu diventa la cerniera naturale, il punto in cui il paesaggio smette di essere mare e diventa qualcos’altro. Chi ha tempo può spingersi verso il Parco Nazionale di Butrinto, a 20 chilometri da Saranda, con rovine greche e romane immerse in una laguna (sì, è un altro posto che l’Albania custodisce con una certa nonchalance rispetto alla sua rilevanza storica).
Le stagioni migliori per visitare il Blu Eye sono la tarda primavera e l’inizio dell’autunno, quando il caldo è sopportabile, i pullman di turisti sono meno presenti, e la luce del mattino presto trasforma il colore dell’acqua in qualcosa di ancora più irreale. Ma anche in piena estate, all’alba, il posto è quasi silenzioso. E quando si va via, l’immagine che resta è quel blu specifico, impossibile, che pulsa dal basso come se il terreno stesse respirando.
Foto Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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