Venti abitanti, un’osteria, un partigiano e un fascista amici e i boschi selvaggi: questa è Cicogna, capitale della Val Grande

Il Parco Nazionale Val Grande è l'area wilderness più estesa delle Alpi italiane: 150 chilometri quadrati di montagna quasi completamente priva di strade, sentieri segnalati e infrastrutture, a cento chilometri da Milano. Al suo interno — in una conca tra le valli Pogallo e Grande — c'è un borgo di case in sasso con i balconi di legno che si chiama Cicogna.
È il punto di partenza per tutte le escursioni principali del parco, ha un centro visite, un agriturismo e una bella storia da conoscere.

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La strada, la gola, la galleria

A Cicogna la cosiddetta ‘capitale’ della Val Grande, ci sono 20 abitanti e un po’ di felicità. Questo abbiamo capito durante il nostro viaggio da queste parti, fra trekking e serate nel borgo piemontese.
La prima volta che intuisci che non è un posto comune è sulla strada per arrivarci. Si esce da Verbania verso Intra, si sale verso Rovegro, e lì comincia qualcosa che i navigatori moderni classificano come “strada stretta” ma che nella realtà è undici chilometri di asfalto che in certi punti lascia passare una sola macchina alla volta.
Pareti di roccia a sinistra, guardrail sporadici sul lato del vuoto, tornanti improvvisi, il torrente San bernardino che scava un canyon nella roccia, apre piscine naturali verde smeraldo, ti impressiona. Lo vedi dal ponte romano sulla curva, dove puoi fermarti a scattare qualche foto.
A un certo punto una galleria così stretta e buia da sembrare un antro misterioso. Invece è solo l’anticamera del borgo. Siamo nella gola di accesso alla Val Grande e la sensazione di wilderness è già molto intensa.
Quando si esce dall’altra parte della galleria e si arriva al parcheggio di Cicogna, si ha già capito che questo non è un posto per chi arriva distratto. La strada è il primo filtro. È probabilmente il motivo per cui il borgo ha ancora un’anima. Non è così lontano dalle città del lago come potresti pensare, ma sembra su un altro pianeta.

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Venti persone, una comunità

Cicogna ha venti abitanti – alcune fonti dicono 25. Non è un borgo abbandonato, non è un museo vivente, non è un esperimento sociale. È un posto dove alcune persone hanno scelto di stare, o di tornare, o di arrivare da zero. E la differenza tra questa scelta e la semplice permanenza per inerzia si sente appena si inizia a parlare con qualcuno.

Massimo Dellavecchia è arrivato da Novara. Ha lasciato una vita diversa per gestire l’ostello del borgo, e quando parla di questa scelta non lo fa con il tono di chi ha rinunciato a qualcosa, ma di chi ha trovato la proporzione giusta tra quello che fa e quello che gli serve. Lacorava nel mondo della musica e sis ente: le serate qui finiscon spesso a cantare a squarciagola (a chi dà fastidio?) le canzoni popolari in varie lingue.
L’ostello è semplice, funzionale, pulito. Un edificio a 3 piani con camere di varia capienza e una dependance. Il tipo di posto dove si dorme bene perché la giornata è stata lunga nel modo giusto.

A circa 4 scalini di distanza c’è il Circolo ARCI Felice Cavallotti. Lo gestisce una famiglia giovane venuta da Varese, con figli, che ha scelto Cicogna come progetto di vita. Lui, Federico Mazzoleni, fa la guida alpina e organizza escursioni, lei cucina. È l’unico posto dove si mangia nel raggio di 10 chilometri. Menu fisso, cucina casalinga, prezzi onesti, una selezione di dolci niente male, un balconcino sulla valle dove fare colazione o aperitivo.
Il circolo ha 100 anni ed è una di quelle istituzioni informali che tengono insieme i borghi piccoli: si mangia, si chiacchiera, si incrociano gli escursionisti di passaggio con i pochi residenti fissi. È il centro di gravità del borgo, nel senso più letterale.
Il nome del circolo — Felice Cavallotti — non è casuale. Cavallotti era un parlamentare e poeta della sinistra risorgimentale ottocentesca, noto per i suoi duelli e per le sue battaglie contro il trasformismo politico. Intitolargli un circolo in un borgo di venti persone nel cuore di un parco nazionale ha una coerenza tutta sua.
A pensarci bene, anche il nome del paese ha un suo bel perché.

Quando qui vivevano in ottocento

Cicogna è menzionata per la prima volta in un documento del 1284 come “corte” di Cossogno. Ha una storia lunga, compatta, rurale — la storia di una comunità alpina che ha vissuto per secoli di pascolo, castagne, legname e lavoro stagionale.
Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento il borgo arrivò a contare ottocento abitanti. Settecenottanta persone in più di oggi. C’erano sette osterie. C’erano famiglie numerose, scuole, una vita comunitaria strutturata.

Gli uomini partivano stagionalmente verso i boschi dell’entroterra a tagliare legna — i boscaioli e i carbonai erano una delle categorie professionali più importanti in tutta la fascia prealpina. Tornavano con qualche soldo e con le mani che raccontavano il tipo di lavoro che avevano fatto. Le donne gestivano il resto. Era una vita difficile ma non precaria nel senso moderno del termine: aveva una logica interna, una continuità, un senso.valgrande-alpe-pra

Poi è successo quello che è successo in quasi tutti i borghi alpini italiani del secondo dopoguerra. Il lavoro nelle fabbriche della pianura era più sicuro, più remunerativo, meno fisicamente distruttivo. Le famiglie sono scese a valle. Le osterie hanno chiuso una dopo l’altra. Le case sono rimaste vuote.
Ma prima della grande emigrazione, c’è stato il giugno del 1944.

Il rastrellamento e la storia pazzesca di Aldo Ruffo

L’11 giugno del 1944 le forze nazifasciste circondarono l’intera area della Val Grande con un’operazione che i comandi tedeschi chiamarono “Köln”. Erano circa quattromila uomini tra SS, Wehrmacht e soldati della Repubblica Sociale, con carri armati e autoblindo. Di fronte a loro, circa cinquecento partigiani, molti dei quali erano arrivati in val Grande nelle settimane precedenti per sfuggire al bando fascista di leva obbligatoria — ragazzi senza esperienza militare, sistemati in una trappola naturale che sembrava un rifugio sicuro.valgrande_montagne

Non lo era. I tedeschi bloccarono tutte le vie di fuga a nord — Val Vigezzo, Val Loana, Valle Cannobina — e strinsero la morsa da sud risalendo da Rovegro. Cinquanta case di Cicogna furono danneggiate o distrutte dai bombardamenti. 208 baite vennero incendiate in Val Grande e Val Pogallo. Quando il rastrellamento si concluse, il 27 giugno con le ultime fucilazioni a Beura Cardezza, i partigiani morti erano circa trecento. Il 20 giugno a Fondotoce furono fucilati 42 partigiani in una sola mattina. Si salvò solo uno, Carlo Suzzi, che da quel giorno fu chiamato “il quarantatré”.pogallo-valgrande

Tra queste storie ce n’è una che sento raccontare ogni volta che si parla di Cicogna con qualcuno che la conosce bene. Una storia che definire pazzesca è un po’ banale ma rende l’idea. È la storia di Aldo Ruffo. Partigiano rifugiato vicino a Pogallo per 4 giorni senza mangiare, venne catturato insieme a altri sette da una pattuglia nazista in zona Bocchette. Il soldato tedesco che li aveva stanati cadde nel fiume e venne ripescato dai ragazzi italiani: in cambio, l’ufficiale a capo del drappello nazista promise agli italiani di lasciarli in vita. Ma la mattina dopo li mise in fila per la fucilazione. Assassnati i sette compagni, toccava a Ruffo. A salvarlo fu un vecchio amico d’infanzia che militava nelle file fasciste — un uomo che aveva fatto scelte opposte alle sue ma che di fronte alla morte dell’amico non riuscì a stare fermo. Intervenne gettandosi fisicamente addosso all’amico. Bloccò l’esecuzione e Ruffo sopravvisse.valgrande-boschi
Nel microvillaggio di Pogallo c’è un monumento ai martiri e un cartello che ricorda le storie.
Dopo il rastrellamento, Cicogna non si riprese mai davvero. Le comunità che abitavano la Valle erano già fragili. Quella violenza fu la spinta finale. Gli alpeggi tornarono alla foresta. Il parco che oggi si visita è in buona parte il risultato di quell’abbandono.
Anche per questo la Val Grande è pura natura.

L’anello: Pogallo, Alpe Prà, il rifugio, la mulattiera

La wilderness della Val Grande si percorre a piedi, senza alternative. L’anello che parte da Cicogna e torna a Cicogna passando per Pogallo e per l’Alpe Prà è il percorso che meglio racconta il parco nel tempo di una giornata.valgrande-percorso
Si parte dalla piazzetta della chiesa di Cicogna, si imbocca la mulattiera segnalata per Pogallo e si scende lungo il Rio Pogallo — uno dei torrenti più selvaggi del parco, con pozze cristalline e pareti di roccia che si avvicinano fino a lasciare spazio solo al sentiero e all’acqua. La mulattiera è parzialmente selciata, ben tenuta, e costeggia il torrente con tratti a sbalzo sul fiume che obbligano a rallentare e guardare. A volte ti sembra di stare in luoghi celebrati da cinema e letteratura e fotografia di viaggio (le gole del Vietnam, le pareti del Wyoming), ma di questi luoghi hanno parlato in pochissimi e non sono ‘famosi’. In circa un’ora e trenta si arriva a Pogallo.

Pogallo è uno degli alpeggi abbandonati del parco — una manciata di costruzioni in pietra che in estate ha qualche presenza, fontane funzionanti, e l’aria di un posto che ha avuto una vita intensa e poi si è fermato. C’era anche una stazione dei Carabinieri, prima che la guerra svuotasse tutto. Oggi è un punto di sosta, niente di più.
Da qui si risale verso l’Alpe Prà, attraversando la cresta che separa la Val Pogallo dalla Val Grande vera e propria. Si cammina in costa lungo una salita dentro un bosco di faggi che ti fa respirare davvero, incrociando cascatelle e scorci sulle valli.
valgrande-ruscelliAttenzione alla foglie secche, che nascondono avvallamenti e pietre.E attenzione alla segnaletica, soprattutto davanti all’altarino dedicato alla Madonna, non sempre costante e facile da vedere: ci siamo pesi un paio di volte…
Il passaggio più caratteristico è un intaglio nella roccia, scavato a mano per permettere il transito alle vacche durante gli spostamenti stagionali. È stretto, basso, quasi teatrale nella sua precisione artigianale. Si passa uno alla volta, ci si piega, e si esce sul versante opposto con il panorama della Val Grande che si apre davanti.valgrande_sentiero

L’Alpe Prà è una radura a circa 1.250 metri dove una volta si tagliava l’erba due volte all’anno e si conservava il fieno per l’inverno. “Prà” in dialetto locale significa “prato”. È ancora un prato, ancora verde, con i ruderi dell’alpeggio ai margini e, sopra, il Rifugio ANA “Casa dell’Alpino” gestito dai volontari dell’associazione alpini. Dal rifugio la vista spazia verso il Monte Rosa a ovest, sulle creste del parco a nord e, verso sud, sulla luce trasparente che viene dai riflessi del Lago Maggiore e del Lago d’Orta.

Sì, attorno pascolano dei cavalli.
Il rifugio è spartano nel senso migliore del termine: pulito, curato, gestito con quella cura che solo i volontari che amano un posto sanno mettere in una struttura. Si mangia polenta con carne e formaggi, si beve qualcosa, si sta sulla terrazza naturale a godersi il panorama.

Il ritorno a Cicogna avviene lungo la mulattiera Sutermeister, costruita agli inizi del Novecento, che scende con tratti panoramici sul Rio Pogallo e porta al paese dal basso. È una delle mulattiere più belle del parco: ben conservata, ben segnalata, con una sequenza di scorci sull’acqua e sul bosco che nei mesi giusti — primavera e autunno — è difficile da dimenticare.

L’intero anello misura circa quindici chilometri con circa 800 metri di dislivello. Si fa in cinque o sei ore a passo tranquillo, con le soste. Non è un percorso per principianti assoluti, ma non richiede esperienza alpinistica. Richiede attenzione, scarpe adatte e la consapevolezza che il segnale telefonico sparisce in fretta.

Info pratiche

Dove si trova Cicogna, comune di Cossogno (VB), Parco Nazionale Val Grande, circa 100 km da Milano
Come arrivare Da Verbania: SS34 verso Intra, poi SP63 verso Rovegro e Cicogna. Undici chilometri di strada stretta e tortuosa con galleria. Arrivare entro le 9:00 nei weekend estivi: il parcheggio è piccolo
Da Milano: autostrada A26 uscita Verbania, circa 1h20

Circolo ARCI Felice Cavallotti Piazza Mugnana, Cicogna. Tel. 366/3995052. Email: federico.mazzoleni@gmail.com. L’unico posto dove mangiare nel raggio di venti chilometri. Menu fisso, cucina casalinga, prezzi onesti
Ostello di Cicogna Informazioni tramite il Centro Visite del Parco o direttamente sul posto
Anello Cicogna-Pogallo-Alpe Prà Circa 15 km, circa 800m dislivello, 5-6h. Media difficoltà. Segnalato
Rifugio ANA “Casa dell’Alpino” all’Alpe Prà Apertura stagionale. Gestito dai volontari ANA. Verificare disponibilità prima di partire
Informazioni parco parcovalgrande.it

Foto Martino De Mori

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