Into the Wild in Alaska sulle tracce di Bonatti: Igor D’india e le sue avventure

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Un’avventura Into the Wild in Alaska, seguendo le tracce di grandi esploratori come Walter Bonatti: ai tempi del Covid-19 si tratta più che altro di sognare dal divano.
Sembra banale, ma cercavo proprio questo spulciando tra le tante produzione in streaming che trattano viaggi e natura. Mi sono imbattuta così in The Yukon Blues su Amazon Prime Video
La descrizione mi ha subito incuriosita: si tratta infatti dell’epico viaggio di un giovane palermitano, Igor D’India, sulle orme del grande Walter Bonatti, sul fiume Yukon, tra Canada e Alaska. Sì proprio nei luoghi del mito del film (e libro) Into the Wild.
Dopo essermi emozionata, divertita (e spaventata) guardando Igor remare sulla sua canoa Rossana, (chiamata così in onore della moglie di Bonatti), ho deciso di cercarlo per scoprire qualcosa in più su di lui e raccontarlo in un’intervista.  Ecco cosa mi ha raccontato.

 

In Alaska sulle tracce di Bonatti: chi è Igor D’India e che avventure fa

Filmmaker palermitano, classe 1984, Igor D’india ha nel suo curriculum una serie di esperienze incredibili. Qualche esempio? Ha iniziato la sua carriera nel 2005 con un documentario sulla strage di Beslan (Russia). Ha poi partecipato a Mongol Rally e Africa Rally su una Y10, attraversato l’Italia in bici, vissuto un mese sottoterra da solo, viaggiato per 25 mila km in autostop in Canada e USA, disceso fiumi in zattera e in canoa. Lavora attualmente come outdoor filmmaker (qui un suo video divertente in barca a vela).

Come è nata l’idea di questo viaggio tra Canada e Alaska sulle orme di Bonatti?

Ho avuto l’idea mentre rileggevo un libro di Bonatti, nella grotta dove ho vissuto isolato per un mese nel 2012 (Grotta del Pidocchio, Monte Pellegrino, Palermo). Essendo da solo e al buio avevo bisogno di sognare grandi spazi aperti, e il libro “In terre lontane”, in cui Walter Bonatti racconta i suoi viaggi avventurosi, era la lettura perfetta per me.
La sua spedizione in canoa sullo Yukon in particolare mi emozionava ogni volta che ne sfogliavo le pagine. Ovviamente quando ho pensato “ma sì, quasi quasi ci provo anche io” non avevo idea che la mia vita sarebbe stata stravolta da quella esperienza (e dalla preparazione necessaria per portarla a termine).into-the-wild-in-alaska-sulle-tracce-di-bonatti-igor-dindia-e-le-sue-avventure-igor-dindia

 

Qui puoi leggere di un’altra grande avventura in Alaska sulle tracce del film Into the Wild, con le foto di Emanuele Equitani.

Come ci si prepara per un’impresa del genere? Sia fisicamente, mentalmente che a livello di equipaggiamento… Quanto tempo ti ha richiesto?

La preparazione è stata lunga e travagliata ed è stata divisa in due parti: lo studio e l’allenamento.
La prima parte è cominciata in modo piuttosto blando nel 2012, circa due anni prima della spedizione vera e propria. Ho iniziato leggendo informazioni sull’ecosistema che avrei attraversato, guide sul fiume Yukon e come affrontarlo in canoa, ho riletto Jack London e l’avventura di Ed Stafford in Amazzonia. In questa fase pensavo ancora “chissà se è alla mia portata…”.

Poi, l’incontro con Rossana Podestà cambia le cose

Sì, diventare amico di Rossana (Podestà, compagna di vita di Bonatti) è stato casualmente parte della preparazione. Rossana, che ho conosciuto al funerale di Walter (2011) mi ha ospitato una volta nella loro casa di Dubino, mi ha mostrato la pagaia usata sullo Yukon e mi ha dato consigli utilissimi per il mio percorso. Come se non bastasse il giorno della mia visita aveva invitato a casa sua anche Reinhold Messner, che incuriosito dalla mia idea di andare nello Yukon mi disse prima di andare via “beh, allora buona fortuna in Alaska!”.

Un segno del destino?

Questi eventi straordinari non possono essere casuali. Avevo capito che era tutto parte di un “disegno”, che ero sulla strada giusta. Ma la preparazione è anche e soprattutto conoscenza di un luogo e del suo popolo. Dovevo quindi fare un altro passo in avanti. Ho vissuto circa otto mesi in Canada lavando i piatti in inverno a Toronto e poi sono andato in autostop nello Yukon (primavera 2013) per fare un sopralluogo sul fiume.
Dopo un mese passato a stretto contatto con la gente del posto sono ritornato in Italia, con contatti e documentazione utile per cercare finanziamenti. Qui è cominciata la seconda parte della preparazione: l’allenamento (fisico-tecnico-mentale).

Come ti sei mosso in canoa?

La spedizione in canoa aveva tante incognite per me. Non conoscevo il mezzo, la canoa canadese appunto, e dovevo migliorare molto le mie tecniche di sopravvivenza. Il mio approccio all’avventura è modellato su quello di Bonatti, è molto essenziale, ma estremamente rigido. Non si bara. Se vai da solo nel wilderness estremo vai davvero da solo, non porti con te il GPS o il telefono satellitare e radio che possono metterti in contatto con chi vuoi quando vuoi. Avevo solo un dispositivo che si chiama SPOT, da attivare in caso di grave emergenza per lanciare un segnale di soccorso. Il resto dell’attrezzatura era roba piuttosto vecchia che avevo comprato qualche giorno prima di partire da Whitehorse.into-the-wild-in-alaska-sulle-tracce-di-bonatti-igor-dindia-e-le-sue-avventure-igor-dindia2

 

Come ti sei preparato?

Il budget era molto limitato e dovevo dare priorità alle cose più importanti: canoa, sacche stagne, viveri, mappe.
Detto questo Bonatti era figlio di un’altra generazione, era fisicamente e mentalmente superiore alla maggior parte degli alpinisti della sua epoca e quindi anche di me. Essere ben consapevole di questo mi ha permesso di prepararmi gradualmente. Mi sono allenato ad attraversare foreste in autonomia solo con bussola e cartine, ho imparato a dormire tra gli animali selvaggi senza disturbarli, ho imparato la base della tecnica della canoa e poi sono partito.

Quali sono state le tue paure maggiori durante il viaggio?

C’è una frase nella mia guida sui fiumi del Canada che sintetizza: “questo fiume non è considerato tecnicamente difficile, eppure ogni centimetro dello Yukon può ucciderti”. Aggiungerei ora che non esiste una preparazione migliore dell’esperienza sul campo perché nonostante i miei studi e allenamenti lo Yukon inizialmente mi ha duramente provato.
La prima settimana in canoa mi svegliavo la mattina e dicevo “stasera potrei essere morto”.  Inizialmente qualunque rumore, ogni gorgoglio del fiume e ogni cambio di passo della corrente mi terrorizzava. Se in canoa avevo paura di ribaltarmi a ogni ansa, in tenda avevo paura di essere svegliato dall’irruzione di un orso o di qualche animale. Poi ho capito invece che il pericolo reale erano il vento e i cattivi pensieri causati da fatica e solitudine. Gli immensi spazi che avevano “schiacciato” psicologicamente anche Bonatti, su di me pesavano doppio.

Quali i momenti più emozionanti che hai vissuto?

Puoi avere visto di tutto nella vita e aver fatto qualunque esperienza, ma la solitudine nel wilderness del Grande Nord è davvero come viaggiare in una dimensione parallela. È come tornare indietro nel tempo a quando è stato creato il mondo. A volte su questi fiumi non ti chiedi dove sei, ma “quando sei”. Questa sensazione è stata di certo tra le più emozionanti che abbia mai provato in vita mia.
In quel contesto è facile immaginare di avere davanti agli occhi lo stesso identico paesaggio che videro Bonatti e Jack London decenni prima o i nativi Gwitch’in durante le grandi battute di caccia del Caribù del passato.
Anche il viaggio in autostop per andare e tornare da Toronto è stato molto intenso ed emozionante, ma la vita “on the road” ha un fascino molto diverso dal wilderness.

Nel tuo curriculum ci sono tante spedizioni avventurose: come nascono e poi si sviluppano?

Subito dopo aver finito di montare The Yukon Blues sono partito per il Laos per conoscere il fiume Mekong. Ho provato a discenderlo su una zattera di fortuna, ma non è andata come speravo, anzi tecnicamente è stato un fallimento. Ma da quella esperienza è nato il progetto della mia nuova docu-serie The Raftmakers che mi ha portato a viaggiare in zattera sui fiumi di tre continenti, per scoprire cosa rimane oggi del rapporto uomo-fiume.
In circa tre anni di esplorazioni ho documentato e raccontato come le condizioni ambientali dei nostri fiumi siano ormai disastrose. Negli ultimi mesi invece, mentre The Raftmakers usciva su Prime video, ho cominciato un altro progetto più incentrato sull’ambiente e sul mare. Si chiama Abyss Cleanup, una docu-serie in cui vado a caccia di discariche sottomarine da -20m a -800m con sub e ricercatori per capire qualcosa di più sul fenomeno del marine litter. Ovviamente l’intenzione del progetto è anche quella di rimuovere, dove possibile, i rifiuti che troveremo sui fondali di Sicilia e Liguria (principali location della serie).

Che progetti hai per il futuro? Il coronavirus ha cambiato i tuoi programmi?

La pandemia ha messo in standby il progetto Abyss Cleanup. Ma ci stiamo attrezzando per ripartire. Inutile dire che tutto il team ha subito un brutto colpo. Alcuni dei nostri partner hanno subito addirittura atti vandalici ai gommoni, ma sono certo che troveremo una nuova formula per operare in sicurezza anche ai tempi del Covid-19.
Prima di noi ci sono state generazioni che sono sopravvissute a guerre lunghe decenni, carestie ed epidemie ben più disastrose di questa. Non vorremo mica essere noi a gettare la spugna, giusto?

 

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