Viaggio in una Grecia autentica e poco nota: scoperta la penisola dove il DNA dei Micenei è ancora vivo

Nascosta nel profondo sud del Peloponneso, la penisola del Mani è rimasta un mondo a parte per millenni. Oggi la scienza di Oxford conferma la leggenda: gli abitanti di questa terra selvaggia sono i diretti discendenti genetici degli antichi Greci

Mani Profondo, Grecia

Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna guardare la mappa della Grecia verso sud. Osservando con attenzione, si può notare che c’è un punto in cui la terra si spezza in una grande penisola. Il suo nome è Peloponneso e appare come una mano protesa nel Mediterraneo che termina con tre “dita” di roccia che puntano verso l’Africa. Il dito centrale, il più aspro e remoto, è il Mani. Si tratta di una dorsale montuosa dominata dalla catena del Taigeto, che finisce bruscamente in scogliere altissime.

Per secoli, questo territorio è stato raggiungibile solo via nave o attraverso sentieri impervi, rendendolo un rifugio inespugnabile. E la verità è che, in qualche maniera, lo è ancora: un recentissimo studio pubblicato su Communications Biology coordinato dal Dr. Leonidas-Romanos Davranoglou dell’Università di Oxford mostra che i residenti del Mani Profondo (Deep Mani, la parte più sud, per intenderci) conservano un codice genetico risalente all’Età del Bronzo.

Mentre il resto della Grecia subiva migrazioni slave e dominazioni ottomane, qui il DNA dei Micenei rivela una sorprendente continuità perché protetto da montagne invalicabili. Fare un viaggio da queste parti, quindi, è come intraprendere una spedizione dentro una capsula del tempo biologica, ma certificata da analisi molecolari rigorose.

Areopoli: la porta di accesso al mito

L’itinerario comincia ad Areopoli, la “città di Ares”, dio della guerra. Si tratta di un grazioso borgo di pietra che è anche il centro pulsante della comunità che ha partecipato alla ricerca scientifica. Il villaggio si compone di vicoli lastricati e case fortificate, la cui architettura non assomiglia affatto a quella delle classiche isole greche bianche e blu.

Chiesa di Taxiarches, Areopoli

Da queste parti, infatti, domina la pietra nuda. Da vedere assolutamente è la Chiesa di Taxiarches col suo campanile a torre, ma l’esperienza reale consiste nel percorrere le stradine interne cercandone i segni dell’orgoglio familiare. Questi gruppi hanno preservato il proprio sangue per secoli a causa di una struttura sociale chiusa e difensiva.

Gli abitanti di Areopoli sono orgogliosi della propria diversità: lo studio di Oxford conferma che larghissima parte della popolazione maschile risale a pochi e specifici padri fondatori, a testimonianza di una stabilità familiare che dura da 1400 anni.

Le Grotte di Diros: nel ventre della protezione naturale

Proseguendo verso sud, la natura svela il motivo fisico di tanto isolamento: le Grotte di Diros. Parliamo di un sistema sotterraneo di fiumi e stalattiti immenso, in cui il visitatore ha l’opportunità di fare escursioni su piccole imbarcazioni che scivolano silenziose nell’oscurità delle cavità naturali.

È un angolo da non sottovalutare, perché riflette perfettamente la separazione fisica che ha permesso alla genetica locale di restare immutata. All’uscita, i sentieri costieri conducono a piccole insenature di ciottoli bianchi con un mare che, ovviamente, è pazzesco. Si capisce perfettamente, inoltre, quanto la geografia abbia protetto queste popolazioni dalle influenze esterne per millenni.

Grotte di Diros, Grecia

Foto: Von Koppi2 at de.wikipedia, CC BY-SA 3.0, Via Wikimedia

Vathia: il totem di pietra del Mani Profondo

L’itinerario raggiunge il massimo impatto visivo a Vathia, borgo arroccato su una collina che domina l’orizzonte. Il villaggio appare composto da una fitta schiera di case-torre abbandonate, un colpo d’occhio che trasmette la forza di un’architettura nata per durare. La struttura sociale dei clan descritta dagli esperti di Oxford trova qui la sua forma solida: ogni torre serviva a proteggere la discendenza del medesimo ceppo familiare.

Lo studio sottolinea che oltre il 50% degli uomini locali appartiene a stirpi che risalgono a un unico patriarca del VII secolo. Salire lungo il crinale tra le rovine aiuta quindi a comprendere la logica militare e biologica di queste costruzioni, mentre il silenzio tipico della zona restituisce la sensazione di un posto che ha fermato l’orologio della storia. Una piccola curiosità: seppur isolati, i Manioti erano comunque connessi alle rotte del Mediterraneo tramite le donne.

Vathia, Grecia

Capo Matapan: l’ultimo confine della biologia

La chiusura naturale di questa esplorazione coincide con l’estremo sud, laddove il tracciato svanisce nel mare. Capo Matapan accoglieva l’accesso mitologico al regno delle ombre. L’imperatore bizantino Costantino VII scriveva nel 900 d.C. di abitanti legati alle radici elleniche e ai vecchi dei dell’Olimpo.

Le analisi confermano la precisione di quelle cronache medievali: l’isolamento ha protetto la biologia degli “Hellenes” originali. Raggiungendo i resti del tempio di Poseidone tramite il sentiero che parte dalla baia di Porto Sternes, si percepisce la vittoria della terra sulla storia. Uno spazio selvaggio che custodisce un patrimonio umano che la modernità ha cancellato altrove, lasciando questa scogliera come unico testimone di un DNA immortale.

Capo Matapan, Grecia

Come arrivare: il viaggio verso l’isolamento

Come è possibile intuire dalla righe precedenti, raggiungere il Mani richiede pazienza e spirito d’avventura: voli diretti o treni non ce ne sono, e quindi l’auto è l’unico mezzo che garantisce la libertà necessaria per esplorare i borghi fortificati.

  • In aereo: l’aeroporto più vicino è quello di Kalamata (KLX), servito da molti voli stagionali e low-cost. Da Kalamata, Areopoli dista circa un’ora e mezza di guida lungo strade panoramiche ma tortuose. In alternativa, si può atterrare ad Atene, noleggiare un’auto e guidare per circa 3 ore e mezza attraverso l’autostrada per Tripoli, per poi scendere verso sud.
  • In nave: alcuni viaggiatori scelgono il traghetto dall’Italia (Ancona, Bari o Brindisi) verso Patrasso. Una volta sbarcati, servono più o meno 3-4 ore di auto per arrivare al cuore della penisola.

Dove non specificato, foto: Canva

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