C’è un posto in cui i vicoli sono interrotti dal vuoto e dove storie di draghi e creature misteriose fanno da cornice a un paesaggio che ha del surreale. Ci troviamo nel cuore dell’Aspromonte calabrese, in provincia di Reggio Calabria, dove un gruppo di abitazioni sembra aggrapparsi con ostinazione a uno sperone roccioso che precipita verso il letto della fiumara Amendolea. È Roghudi Vecchio, uno dei borghi fantasma più suggestivi d’Italia, un paese rimasto senza abitanti dopo le devastanti alluvioni degli anni ’70.
A 527 metri di altitudine, con il Monte Cavallo alle spalle e una distesa di ciottoli bianchi molti metri più in basso, nonostante tutto sfoggia ancora costruzioni che seguono la cresta della montagna, mentre scalinate e passaggi strettissimi collegano le diverse quote del centro storico. Alcune pareti, sì, sono ormai crollate, altre invece resistono da decenni alle intemperie.
Le alluvioni del 1971 e del 1973 che cambiarono il destino del borgo
La zona in cui si sviluppa(va) Roghudi Vecchio è fatta di montagne attraversate da profonde incisioni naturali e dalla fiumara Amendolea, un corso d’acqua con portate che possono aumentare violentemente durante le precipitazioni intense. Un ambiente fragile che viene spesso messo alla prova da terremoti e da alluvioni: nel 1783, per esempio, un violento sisma aveva provocato gravi danni alle abitazioni e alla chiesa di San Nicola.
A segnare definitivamente la storia del paese furono però le incessanti piogge del 1971 e del 1973, accompagnate da frane, distruzioni e vittime. Durante il primo evento, precipitazioni eccezionali isolarono l’insediamento, compromettendo numerose costruzioni e rendendo sempre più evidente il pericolo rappresentato dall’instabilità del terreno.
Foto: Di Motorpferd – Opera propria, Pubblico dominio, via Wikimedia
Le autorità disposero lo sgombero e le famiglie dovettero trasferirsi nei centri vicini, tra cui Bova, Melito Porto Salvo e Reggio Calabria, mentre negli anni successivi nacque Roghudi Nuovo, un centro realizzato nei pressi di Melito Porto Salvo, lungo la costa ionica, a circa 40 km dall’abitato originario.
Cosa vedere a Roghudi Vecchio tra vicoli, rovine e panorami sull’Amendolea
L’aspetto più particolare di Roghudi Vecchio è la sua disposizione urbanistica: le abitazioni furono costruite seguendo l’andamento naturale del crinale, secondo una struttura allungata da nord a sud. Dalla parte superiore, il paese scende progressivamente verso la fiumara, tramite una successione di edifici a quote differenti.
Alcune stradine seguono il profilo della montagna, altre si trasformano in brevi scalinate che collegano i diversi livelli dell’abitato. Visitarlo vuol dire fare qualcosa di veramente diverso dal solito, perché si passeggia (ma sempre con cautela) attraverso i resti di abitazioni in cui si distinguono ancora ingressi, finestre e porzioni di muri perimetrali. Oggi sono spettri, ma un tempo qui c’era vera vita.
Merita attenzione anche la chiesa di San Nicola di Bari, uno dei principali riferimenti della vita religiosa del paese. L’edificio, gravemente danneggiato nel corso della sua storia e interessato da interventi di restauro, rappresenta una delle testimonianze architettoniche più importanti dell’antico centro.
Foto: Di Marcuscalabresus – Opera propria, CC BY-SA 4.0,via Wikimedia
Un elemento curioso riguarda invece i grossi ganci fissati alle pareti di alcune case: secondo una tradizione locale, le madri vi assicuravano delle corde legate alle caviglie dei figli più piccoli, per impedire che precipitassero nei dirupi durante i giochi.
Le leggende di Roghudi Vecchio, dalle Narade al drago custode di un tesoro
Roghudi conserva (inevitabilmente) un patrimonio di racconti popolari che riflette le influenze della cultura grecanica. Una delle leggende più inquietanti riguarda le Narade, chiamate anche Anarade, misteriose figure femminili associate alla vicina contrada di Ghalipò. Secondo la tradizione, queste creature possedevano piedi simili a zoccoli di mulo e cercavano di sedurre gli uomini del paese, mentre attiravano le donne verso il fiume per ucciderle.
Per difendere l’abitato dalla loro presenza, gli abitanti avrebbero realizzato dei cancelli lungo gli accessi principali. Ancora più celebre però è la storia del drago che avrebbe abitato le rocce nei pressi di Ghorio di Roghudi, un’altra località abbandonata dell’area grecanica.
Protagonista del racconto è la Rocca del Drako, una particolare formazione geologica caratterizzata da una sagoma massiccia e da due incavi circolari che ricordano grandi occhi. Stando alla leggenda, al suo interno dimorava un drago incaricato di proteggere un tesoro preziosissimo.
Foto: By Marcuscalabresus – Own work, CC BY-SA 4.0,via Wikimedia
Poco distante si trovano le Caldaie del Latte, conosciute nella tradizione locale anche con il nome di Vastarùcia. Sono delle caratteristiche forme rocciose arrotondate, modellate nel tempo dagli agenti atmosferici, che la fantasia popolare trasformò in enormi recipienti utilizzati per preparare il latte destinato alla creatura: nutrire il drago sarebbe servito a placarne la furia e a proteggere gli abitanti dalle sue minacce.
Come visitare Roghudi Vecchio
Roghudi Vecchio si trova nel territorio del Parco Nazionale dell’Aspromonte, nell’entroterra della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Per raggiungerlo occorre tenere a mente che si devono intraprendere strade di montagna tortuose, con tratti stretti e che richiedono particolare prudenza. Prima della partenza è anche fondamentale verificare le condizioni della viabilità e l’eventuale presenza di limitazioni.
Lungo il percorso proveniente da Bova è possibile osservare anche la Rocca del Drako e le Caldaie del Latte, mentre altri punti panoramici consentono di ammirare le profonde vallate aspromontane.
Una volta raggiunto l’antico centro, la visita si svolge a piedi, tra percorsi irregolari, scalinate e ruderi. La presenza di edifici pericolanti e precipizi rende indispensabile mantenersi nelle aree sicure, evitando di entrare nelle costruzioni degradate. Particolarmente consigliato è l’accompagnamento di una guida locale o di una guida ufficiale del Parco.
Foto di copertina: Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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