Le App di fitness aumentano lo stress e creano ansia da prestazione?

app di fitness aumentano lo stress e creano ansia da prestazione

Le App di fitness aumentano lo stress e creano ansia da prestazione, rischiando di far nascere una serie di comportamenti ossessivi a causa della costante competizione con gli altri. A ipotizzarlo è uno studio della National University of Ireland, che ha condotto una delle ricerche più significative in merito a un campo ancora poco battuto a livello scientifico, ossia quello del rapporto tra queste applicazioni e la salute mentale di chi le utilizza.

Le App di fitness aumentano lo stress e creano ansia da prestazione: è vero?

Il team di ricercatori ha intervistato 272 ciclisti abituati a usare l’App di Strava, famoso software di tracciamento GPS che può anche essere utilizzato nel nuoto e nella corsa. Questa applicazione per smartphone, come quasi tutti i programmi del genere, permette di interagire con gli amici virtuali attraverso classifiche, punteggi, “mi piace”. Insomma, il confronto con le prestazioni sportive degli altri è costante, ma questa potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

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Effetti negativi sulla salute mentale

Gli esperti, terminate e analizzate le interviste, hanno ammesso che queste applicazioni possono aiutare a diffondere la passione per gli sport e a sostenere in modo più efficiente e consapevole gli allenamenti. Dall’altra parte, però, il team della National University of Ireland ha notato un effetto allarmante sulla salute mentale degli utenti: le App di fitness aumentano lo stress e creano ansia da prestazione.
Il rischio, infatti, è quello di sviluppare una ossessione malsana nei confronti dello sport. Il motivo? Postare in continuazione i propri allenamenti per ricevere elogi e scalare una classifica virtuale induce gli utenti a cercare un confronto ossessivo con gli altri, con l’obiettivo di fare meglio e di mostrarsi più in gamba. È un po’ lo stesso discorso che vale per i social media classici, ma traslato al mondo dello sport.

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Eoin Whelan, uno degli autori della ricerca, ha parlato di “effetto perverso e di esaurimento” per quanto riguarda le App di fitness. Gli altri studi più importanti sul rapporto tra questi programmi e la salute mentale degli sportivi sono due. Il primo è della CNN (ha utilizzato Fitbit), i cui risultati hanno evidenziato che il 59% dei soggetti aveva la sensazione negativa che le routine di allenamento fossero controllate dall’App; il 30% ha invece affermato che il confronto con gli altri utenti crea sensi di colpa. Il secondo è della Duke University, secondo cui le App di fitness riducono il piacere creato dallo sport, facendo concepire l’attività fisica come un vero e proprio lavoro (con tutte le preoccupazioni annesse). Queste due ricerche, assieme a quella dell’University of Ireland, rappresentano un fondamentale punto di partenza per approfondire un argomento che merita maggiore attenzione.

Quando e perché usare le App di fitness

Le App di fitness non sono il male assoluto. Innanzitutto, come confermato dallo studio in questione, aiutano notevolmente a sostenere la propria performance sportiva perché misurano diversi dati chiave e ci danno più consapevolezza sui nostri miglioramenti o peggioramenti. Chi le usa, quindi, dovrebbe sfruttare le funzionalità tecniche di questi programmi, cercando di non cedere alla tentazione di condividere ogni singolo allenamento in rete. Un’idea potrebbe essere quella di limitarsi ad avere una lista amici ristretta, così da non alimentare la propria voglia di competizione e confronto.
Le App di fitness possono risultare molto utili per chi si prepara a una gara o per chi pratica determinate attività ad alto livello. Se invece si appartiene alla categoria degli sportivi amatoriali e non professionisti (che fanno attività fisica per il gusto di sentirsi bene, divertirsi e rimanere in salute), in molti casi è meglio lasciare in pausa lo smartphone e godersi lo sport nella sua essenza. Senza pressioni. Gli esperti, inoltre, sostengono che le App di fitness rischiano di avere ripercussioni ancora più negative su bambini e adolescenti.

(Foto di copertina: composita / Pixabay)

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