Ridate lo sport ai nostri figli. È urgente

Ridate lo sport ai nostri figli. È urgente

Ridate lo sport ai nostri figli. Tutti, dai bambini ai ragazzi, dalle elementari alle superiori. Riaprite le palestre, le piscine, i campi di calcio, le piste di atletica. Fatelo subito, è urgente. Per il bene dei nostri figli, le generazioni del futuro. E per la credibilità di noi adulti. Ci sono motivi razionali, psicologici, educativi, di credibilità e sociali per farlo. E bisogna farlo prima che sia troppo tardi.

Lo sport giovanile si è fermato a metà ottobre, prima in alcune regioni e poi in tutta Italia. È l’unico settore della società, insieme alle scuole superiori, che si è fermato senza se e senza ma, senza eccezioni, senza distinguo. Da allora la situazione epidemiologica non è cambiata: numero di contagi, indice Rt, numero di morti, presenze in ospedale o in terapia intensiva sono stati sempre, tutti, a livello di allarme. Allarme rosso o allarme giallo ma sempre di allarme. Dopo 3 mesi bisogna essere razionali: sono misure che non funzionano. Tenere chiusi campi di calcio, piscine e palestre non incide sul problema. È l’o piccolo del problema. Si era detto che si fermavano sport e scuola perché il contagio avviene in famiglia: ora i dati dicono che bambini e ragazzi si contagiano in proporzione infinitamente inferiore di quanto pesino demograficamente, ma adulti e anziani continuano a contagiarsi e morire infinitamente di più. Chiudere in casa bambini e ragazzi, bambine e ragazze, non sta salvando i loro nonni, non sta facendo calare l’indice di contagio, non sta svuotando gli ospedali, non sta riducendo il numero dei morti.

La pantomima sugli sport e campionati di interesse nazionale è indecorosa, e indegna di una classe dirigente che dovrebbe essere d’esempio per le nuove generazioni. Tralasciamo il salto del DPCM, con cinquantenni attempati e brizzolati che continuano ad allenarsi e giocare in tornei meno che amatoriali che alcuni Enti di Promozione Sportiva si sono affrettati a dichiarare “di preminente interesse nazionale”. E tralasciamo il braccio di ferro delle ripicche tra Ministero dello Sport e Federazioni su ciò che è davvero di interesse nazionale e ciò che non lo è, con unica posta in palio la Riforma dello Sport, che non può essere giocato sulla pelle dei ragazzi e delle ragazze che fanno sport.
Guardiamo in faccia la realtà: ora la situazione è che gli adolescenti che non vanno a scuola alle superiori potrebbero fare sport. Almeno laddove le amministrazioni comunali non negano l’accesso a campi, palestre e piscine in una metastasi di decisioni, veti e poteri incrociati inspiegabile per un giovane se non con il cinismo della politica. E bambini e ragazzi che vanno a scuola non possono fare sport, perché le loro “categorie” non sono di preminente interesse nazionale. Detto in maniera istituzionale, i ragazzi e i bambini non sono scemi e lo chiedono apertamente ai loro genitori: Perché posso andare a scuola e non a calcio? Perché posso giocare a basket e non andare a scuola? Perché gli amici che vivono in altri Comuni possono fare il mio stesso sport e io no? L’assenza di risposte è la peggior risposta che si possa dare.

È anche una questione di coerenza, che è il più grande esempio che gli adulti possono dare. I protocolli per la ripartenza della sport di cui tanto si è parlato durante l’estate li conoscono anche loro. Si sono informati, hanno chiesto spiegazioni su misurazione della febbre, igienizzazione e sanificazione, distanziamento e mascherine, spazi interpersonali negli spogliatoi, uso dell’attrezzatura e tutto il resto. E si sono adeguati diligentemente. E ora chiedono: ma se non servono, perché ci hanno chiesto di farlo? Perché un altro punto è questo: o i Protocolli servono, sono utili e funzionano, oppure non servono. E allora sono stati tempo, denaro e impegno sprecati. E credibilità in frantumi. In poche parole una presa in giro.

Fare sport non è fare una passeggiata o una corsetta intorno a casa con i propri genitori. Solo un Paese ancora profondamente gentiliano nella propria cultura e nella propria classe dirigente non può non capire questa cosa. Solo un Paese ancora profondamente gentiliano non può non sapere che fare sport significa anche andare meglio a scuola. Lo sport è educazione, cultura, crescita personale, sviluppo di sé. Fare sport significa scoprire i propri limiti e le proprie potenzialità, mettersi alla prova, tentare e fallire, ritentare e riuscire, confrontarsi con se stessi, i propri compagni, gli allenatori e istruttori, gli avversari. È una potente leva di crescita personale, ancor più fondamentale nell’età dello sviluppo fisico e della personalità. È ormai un anno che ai nostri ragazzi è precluso tutto questo. Un anno perso nella loro crescita personale. Un anno che non recupereranno mai, un buco nero della loro vita che non possiamo far allargare ancora. Oppure i danni saranno irreparabili.

Lo sport è salute. È la prima forma di prevenzione, la più potente, la più efficace. Siamo il Paese europeo con il più alto tasso di obesità infantile. Il Paese europeo più sedentario. Il Paese europeo con il più alto tasso di drop-out sportivo in età adolescenziale. Nell’anno di passaggio tra le scuole medie e le superiori il 40% dei ragazzi e delle ragazze abbandonano l’attività sportiva. Il tutto nel periodo critico dello sviluppo: l’adolescenza e la pubertà. Ed è proprio a questi ragazzi e queste ragazze che stiamo impedendo di fare sport. La pietra tombale sulla speranza che continuino a farlo per la loro salute, il loro benessere, il loro sviluppo.

Guardateli questi ragazzi e queste ragazze, questi bambini e queste bambine. Passano dalla DAD, ore e ore davanti al computer, al divano e la Tv. E dal divano e la Tv passano al letto con il telefonino in mano. Sempre da soli. Distanziati anche quando possono andare a scuola. Unico sollievo delle loro giornate nonostante mascherine, percorsi separati, misurazioni della distanza tra le rime buccali e intervalli spesi a scrutarsi negli occhi. Guardateli e poi pensate alle conseguenze psicologiche di questo anno passato in casa, in lockdown: disturbi emotivi, comportamentali e del sonno, ansia, paura, stress. Si stanno arrendendo. E nel Comitato Tecnico Scientifico del Governo non c’è una sola figura con le competenze professionali specifiche per rendersene conto. Una ferita aperta che chissà se e quando si rimarginerà. Ascoltate l’appello di Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. Non possono pagare oltre il conto sociale di questa pandemia. Già dovranno pagare da adulti il conto economico che gli lasceremo con il debito contratto per la pandemia. Almeno non facciamoli pagare ora che non votano e non protestano. Pensiamo al loro futuro, ridiamogli lo sport.

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