Milano Cortina 2026: cosa ci insegnano le Olimpiadi su errore, fallimento e delusione?

Dalle vittorie e dalle sconfitte degli atleti alle Olimpiadi possiamo imparare lezioni su delusioni e fallimenti nella vita quotidiana

Milano Cortina 2026: cosa ci insegnano le Olimpiadi su errore, fallimento e delusione?

Chi segue lo sport anche solo da appassionato e tifoso conosce benissimo quel silenzio assordante che scende su palazzetti, stadi, piste quando il “vincitore annunciato” cade. Non il silenzio dell’indifferenza, ma quello dello shock per l’impossibile diventato realtà. È un po’ quello che è successo ieri sera, a Milano-Cortina 2026 nel pattinaggio di figura quando abbiamo visto Ilia Malinin – il ragazzo che ha sfidato le leggi della fisica con il suo quadruplo Axel – trasformarsi improvvisamente in un essere umano. Un errore, poi un altro, fino a quel doppio Salchow finale che sapeva di resa. Ottavo. Il predestinato, il “vincitore sicuro” è diventato l’immagine della vulnerabilità.

Poco prima e poco distante, Matteo Rizzo usciva di scena con un sorriso stanco ma luminoso. “Posso dire di essere arrivato alla fine delle mie energie fisiche. Penso di averne spese un po’ più del necessario per il libero del Team Event ma quella è stata una emozione incredibile. Oggi volevo fare bene lo stesso. Sapevo che il quadruplo per me non è un elemento facile ma sono felice di aver portato a casa tutto il resto. Nella difficoltà sono riuscito a finire il programma con il sorriso, lasciando quasi perdere il pattinaggio e gli elementi tecnici, godendomi il pubblico e l’atmosfera. Il giorno prima era toccato a Michela Moioli, scivolata durante una sessione di allenamento a causa di un errore commesso dall’atleta che la precedeva e picchiando la faccia al punto da subire un trauma facciale ed essere portata in ospedale, e poi sul podio per la terza medaglia olimpica in tre olimpiadi consecutive.

Cosa ci insegnano le Olimpiadi su errore, fallimento e delusione?

Due facce della stessa medaglia (mancata). Due modi di navigare la tempesta. Perché la verità che le Olimpiadi ci mettono davanti agli occhi è brutale: puoi lavorare quattro anni o una vita per un istante, e quell’istante può tradirti. Ma è proprio lì, tra il sogno e la delusione, che impariamo la lezione più grande degli atleti d’élite. La lezione della resilienza.

L’illusione della perfezione

Siamo cresciuti con il mito del “predestinato”. Ma cosa succede quando il talento precoce si scontra con il peso di una giornata storta? La caduta del favorito non è solo un fallimento tecnico, spesso è un corto circuito tra l’aspettativa del mondo e la realtà del corpo. In quegli attimi, il cervello deve processare il lutto di un sogno in tempo reale. La scienza ci dice che proprio nel caos della gara della vita il cervello di un atleta può diventare il 10% più rapido, e la differenza tra chi affonda e chi si salva sta proprio nella capacità di cambiare obiettivo in corsa. Ma le ricerche scientifiche ci dicono anche che se tuo figlio è un fenomeno, forse dovresti preoccuparti, perché il talento senza una corazza emotiva è un cristallo bellissimo ma fragilissimo.

Milano Cortina 2026: cosa ci insegnano le Olimpiadi su errore, fallimento e delusione?

L’elogio del “Piano B”

Per questo Matteo Rizzo ha fatto qualcosa di rivoluzionario nella sua semplicità: ha accettato il limite. Quando ha capito che le gambe non avrebbero retto il quadruplo toeloop, non si è lasciato trascinare a fondo dal risentimento. Ha scelto di sentire l’atmosfera, di onorare il momento che sarebbe rimasto come un ricordo eterno. Questa è la vera resilienza: sapere che un pessimo allenamento (o una gara storta) è spesso il miglior maestro che puoi incontrare. Rizzo ha trasformato la sua “sconfitta” in un atto di amore per lo sport. Ha smesso di combattere contro il ghiaccio e ha iniziato a pattinare con il ghiaccio.

Abitare l’incertezza

Lo scalatore Marko Prezelj lo definisce spesso come l’elogio dell’incertezza: se sapessimo già come va a finire, che senso avrebbe salire in cima? La delusione olimpica brucia perché è reale, ma non è terminale. Per esempio chi ricorda Lindsey Jacobellis sa anche che ha impiegato sedici anni e quattro Olimpiadi per perdonarsi quel grab di troppo a Torino 2006. Sedici anni per capire che la sua identità non era scritta in quell’oro perso, ma nella forza di tornare ogni volta al cancelletto di partenza. Ha imparato a trasformare la paura di vincere in pura concentrazione, fino a quel magico 2022 dove il cerchio si è finalmente chiuso.

Cosa portiamo a casa noi?

Guardando Malinin e Rizzo, impariamo che la felicità non abita necessariamente sul gradino più alto del podio. La felicità è quel momento di Flow, quella capacità di entrare nel flusso dove tutto il resto scompare. Matteo Rizzo lo ha trovato nell’applauso della gente, Malinin dovrà cercarlo tra le macerie di una notte storta.

Il fallimento non è il contrario del successo. È il suo carburante.

Quindi, la prossima volta che la vita ti farà cadere sul tuo “quadruplo Axel” quotidiano – che sia un progetto di lavoro, un traguardo personale o una sfida sportiva – ricorda il sorriso stanco di Rizzo. Rialzati, guarda il pubblico, e finisci il tuo programma. Perché la medaglia è di metallo, ma la tua capacità di restare in piedi è d’oro zecchino.

Dalle Olimpiadi alla nostra vita quotidiana: il toolkit della resilienza

Le Olimpiadi sono un laboratorio accelerato di vita: ciò che un atleta impara in una notte storta sul ghiaccio, noi possiamo applicarlo alle nostre sfide quotidiane. Non serve un quadruplo Axel per sentirsi cadere, ma servono gli stessi strumenti per rialzarsi. Ecco come trasformare la tua prossima delusione in un punto di ripartenza:

  • Allena il tuo “Teflon mentale”: la resilienza non è un dono, è un muscolo. Inizia a visualizzare non solo il successo, ma anche l’imprevisto. Se sai già cosa fare quando le cose vanno male, smetterai di averne paura.

  • Adotta la “Regola delle 24 ore”: dopo un fallimento, concediti un giorno intero per accusare il colpo. Piangi, arrabbiati, analizza. Ma allo scoccare della ventiquattresima ora, chiudi il file. Il domani richiede un uomo o una donna che guarda avanti, non nello specchietto retrovisore.

  • Sposta il focus sul “processo”: non definire il tuo valore solo in base al risultato finale (l’obiettivo A). Se il contratto non arriva, ma hai presentato il progetto meglio dell’ultima volta, hai comunque vinto. Celebra i micro-obiettivi: sono la tua polizza assicurativa contro la frustrazione.

  • Non cercare la calma, cerca la carica: la prossima volta che senti il cuore accelerare per lo stress, non forzarti a restare calmo. Di’ a te stesso: “Sono carico, il mio corpo si sta preparando alla sfida”. Cambiare etichetta a un’emozione ne cambia l’effetto sul tuo cervello.

  • Ancorati a uno scopo più grande: quando il dolore della sconfitta bussa alla porta, chiediti: “Perché lo sto facendo?”. Se la tua motivazione è legata alla crescita personale o a ispirare chi ti sta vicino, la delusione sarà solo una ferita superficiale, mai un colpo mortale.

In fondo, il segreto di campioni come Matteo Rizzo o Lindsey Jacobellis non è l’assenza di cadute, ma la capacità di rimettersi i pattini mentre le ferite bruciano ancora. Perché la medaglia più preziosa non si vince contro gli altri, ma contro la tentazione di restare a terra.

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