Sport contro il bullismo: il progetto “Facciamo squadra” per la scuola

Prevenire il bullismo? E’ un gioco di squadra, nel vero senso della parola. “Facciamo squadra – Le competenze sportive che aiutano a crescere” è infatti il nome del progetto promosso nelle scuole da Fondazione Centro per la Famiglia Cardinal Carlo Maria Martini per contrastare un fenomeno purtroppo sempre più diffuso tra gli adolescenti, ma anche tra i bambini più piccoli. In occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, istituita il 7 febbraio dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca a partire dal 2017, parliamo di questa particolare iniziativa con la dottoressa Alessandra Stella, un recente passato da nazionale azzurra del pattinaggio artistico su ghiaccio e un presente da psicologa dello sport, allenatrice di aspiranti pattinatrici nonché… giocatrice di rugby.

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Da dove nasce il progetto “Facciamo squadra”?

«Dall’idea di lavorare sulle cosiddette “life skills”, cioè le capacità che ci permettono di affrontare positivamente le diverse situazioni della vita quotidiana, partendo appunto dallo sport, dai suoi valori di base e dal principio che ci sono delle regole da rispettare se si vuole poter giocare, cioè stare con gli altri. La sfida è stata poi quella di trasformare i gesti tecnici richiesti da una determinata disciplina in attività ludiche accessibili a tutti, per riuscire a coinvolgere ragazzi e ragazze allontanando la paura del non riuscirci e di fare brutta figura agli occhi degli altri. La prima esperienza “sul campo” è stata condotta lo scorso anno scolastico, prima del lockdown, all’Istituto Itsos di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, e ci ha detto che siamo sulla buona strada».

Su quali discipline avete puntato e come le avete “trasformate” per riuscire a coinvolgere tutti?

«Il nostro progetto-pilota prevedeva due moduli: uno era costituito da basket e rugby, l’altro da volley e judo, anche se il Coronavirus ci ha purtroppo permesso di sviluppare solo il primo. Per il rugby, per esempio, abbiamo proposto l’esperienza corporea di riuscire ad afferrare la palla ovale a dispetto dei suoi irregolari rimbalzi, chiara metafora del sapersi districare nelle imprevedibili situazioni della vita. Nel basket abbiamo tra le altre cose pensato un esercizio che prevedeva il passarsi il pallone a occhi chiusi, giocando sul tema della fiducia reciproca. Ogni allenamento, della durata di due ore e mezzo, aveva una parola-chiave, ovvero una “life skill” sulla quale si rifletteva tra una prova e l’altra».

Come hanno risposto ragazzi e ragazze?

«I maschi, specie quelli che praticavano sport agonistico, all’inizio erano per lo più smaniosi di mostrare agli altri quanto fossero abili e quindi c’è stata un’iniziale difficoltà ad accettare questa diversa dimensione dello sport, superata anche con l’introduzione da parte degli operatori di qualche momento un po’ più agonistico, inteso come partitelle finali con regole semplificate. Tra le ragazze, invece, molte erano all’inizio decisamente restie e si presentavano con la giustificazione per non fare educazione fisica: devo però dire che le diffidenze sono state presto superate ed è prevalsa la curiosità di provare».

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Quale tema è risultato più coinvolgente?

«Sicuramente quello ispirato dal rugby, dove la palla può essere passata solo a un compagno che sta alle tue spalle. La riflessione sul fatto che per andare avanti devi prestare attenzione a chi e cosa hai dietro è stata quella che ha maggiormente coinvolto tutti. E ha fatto sviluppare un interessante discorso su sostegno di gruppo e cooperazione. Ma nel corso degli incontri ha suscitato interesse, sempre stimolato dal rugby con la simulazione del placcaggio, anche il tema del conflitto positivo: devi fermare l’avversario, anche con le maniere forti, ma poi lo aiuti a rialzarsi perché tutto è all’insegna del rispetto reciproco».

Malgrado il progetto sia stato interrotto a metà dal Covid, siete comunque riusciti ad avere un feedback da parte degli insegnanti?

«Sì, e tutti hanno espresso un parere favorevole a ripetere l’esperienza non appena sarà possibile. Noi della Fondazione Centro per la Famiglia Cardinal Martini ci crediamo così tanto che durante il lockdown abbiamo messo a punto anche un modulo specifico per la Dad, ma è indubbio che il vero valore di “Facciamo squadra” sta nello stare in campo, cioè nel ritrovarsi insieme a giocare e discutere in palestra. Quanto ai risultati ottenuti, le dinamiche di classe non si sono ovviamente trasformate, ma i docenti ci hanno segnalato che qualcosa stava avvenendo, soprattutto a livello di integrazione dei soggetti più timidi e dell’approccio nei confronti dei compagni da parte di alcuni alunni considerati “mine vaganti”. In diversi contesti si stava insomma iniziando a fare squadra… C’è anche un video in youtube che riassume per numeri e immagini un’esperienza sicuramente positiva per tutti i protagonisti».

Cosa ha soddisfatto maggiormente voi operatori?

«Il vedere che, incontro dopo incontro, cresceva la partecipazione e il confronto si muoveva sui binari che volevamo. Ovvero: non ti dico quello che è giusto o che è sbagliato, non ti voglio far credere che ti sto proponendo l’attività migliore del mondo, ma riesco a far scattare la scintilla e innescare un confronto di gruppo che mi auguro ti porterà poi a fare determinate scelte anziché altre. Inoltre, un episodio accaduto al nostro collega Tommaso ci ha toccato tutti: quello di un ragazzino che all’inizio partecipava taciturno in disparte, poi ha iniziato a salutare l’operatore e interagire con i compagni e infine, quando è scattato il lockdown, è andato a ringraziare Tommaso dicendogli che aveva preso la sua decisione e dopo l’emergenza si sarebbe trovato una squadra di basket dove giocare».

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Questo progetto può essere proposto anche ai bambini più piccoli, sempre con l’intento di contrastare il bullismo e favorire una migliore socializzazione?

«Certamente. Prima del lockdown siamo riusciti a svilupparlo in una scuola di primo grado, dove sono stati proposti giochi motori ancora più semplificati: per esempio, il notissimo “Un, due, tre, stella!” è diventato “Un, due, tre, meta!”, sempre con la regola del passare la palla a chi stava dietro. L’obiettivo in questo caso era sia di dare un’infarinatura di un determinato sport, invogliando a provarlo, sia di stimolare una riflessione finale su temi collegati al bullismo, fatta tutti seduti a terra nel classico cerchio. I bambini venivano sollecitati a trovare insieme il filo conduttore di quello che era stato appena fatto e poi veniva chiesto loro di fare un disegno per capire cosa li aveva colpiti di più e anche per fare in modo che al termine dei 4 incontri previsti avessero il ricordo “per immagini” dell’esperienza vissuta».

Il futuro di “Facciamo squadra”?

«Per prima cosa vogliamo farlo conoscere e metterlo in atto in più contesti scolastici possibili e a tal fine abbiamo anche lanciato una campagna di crowdfunding per raccogliere le risorse necessarie. Poi ci piacerebbe che nel tempo potesse andare al di là della scuola e del solo bullismo. Formando debitamente gli operatori, “Facciamo squadra” potrebbe infatti anche essere sviluppato nelle comunità di recupero (con rispetto e cooperazione come temi-base ispirati dalle attività proposte), nei gruppi di sostegno per coppie in crisi (dove gli strani rimbalzi della palla ovale darebbero per esempio lo spunto per riflettere sull’imprevedibilità delle tante scelte collegate all’essere genitori) e nei centri di aiuto per le donne che hanno subìto violenza (con un lavoro specifico sul riuscire a tornare a vivere positivamente il proprio corpo). I campi di applicazione sono davvero tantissimi e, compatibilmente con le loro capacità motorie, si può pensare anche a una proposta mirata per gli anziani».

Per saperne di più sul progetto e contattare i promotori, inviate un’email a direzione@fondazionemartini.org

Credits: Pexels.

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