La minigonna, le scarpe da running e le biciclette

Nella moda i corsi e ricorsi storici li chiamiano tendenze. Nello sport li chiamiamo innovazione. Ma siamo proprio sicuri che sia un\'altra cosa?

La minigonna, le scarpe da running e le biciclette

Londra, King’s Road, metà anni Sessanta. Nella boutique Bazaar, una stilista di nome Mary Quant accorcia l’orlo delle gonne ben sopra il ginocchio, e da quel momento il mondo non ha più smesso più di misurare i centimetri tra la rotula e la decenza. Lei stessa raccontò di averla battezzata pensando alla sua auto preferita, la Mini, il che già dice molto: la minigonna nasce, in fondo, come un prodotto di massa con un nome da concessionaria. Poi negli anni Settanta l’orlo ridiscende fino alle caviglie, negli Ottanta risale, nei Novanta si riallunga, e così via, avanti e indietro come uno yoyo. Nessuno si scandalizza più. La moda funziona così, corsi e ricorsi.

Un po’ come nella mia scarpiera in cantina con dentro un paio di scarpe con le dita. Sì, proprio quelle. Risalgono più o meno al 2013, quando correre scalzi, o quasi, sembrava la risposta definitiva a tutto: agli infortuni, alle multinazionali, alla vita moderna. Due ripiani più in su ci sono invece scarpe così alte che a guardarle viene da chiedersi se stiamo parlando della stessa finalità: correre. E in mezzo, ovviamente, un paio con piastra in carbonio che costavano quanto un weekend in montagna. In garage, intanto, c’è la mia gravel sulla quale sto pensando di montare pneumatici che dieci anni fa avevo sulla mountain bike.

Ecco, a un certo punto mi sono chiesto: sono cambiato io, come runner e come ciclista, o sono semplicemente passato attraverso troppe mode come quelle delle gonne? Perché nella moda i corsi e ricorsi li chiamiano tendenze, mentre nello sport li chiamiamo innovazione. E la differenza, a guardarla da vicino, è meno netta di quanto ci piaccia pensare.

Esiste un indice dell’orlo?

Nel 1926 un economista americano della Wharton School, George Taylor, avanzò un’ipotesi destinata a diventare uno di quei concetti che tutti citano anche senza averli letti: l’hemline index, l’indice dell’orlo. L’idea, per farla breve, è che quando l’economia gira bene le gonne si accorciano (per mostrare le calze di seta, che all’epoca erano un lusso) e quando le cose vanno male si allungano. Gli economisti ci discutono ancora oggi. Nel 2010 un gruppo di ricercatori dell’Università Erasmus di Rotterdam ha messo in fila quasi novant’anni di dati e una qualche relazione l’ha trovata, ma con qualche anno di ritardo. Il che rende il tutto più un argomento da aperitivo che uno strumento per investire in Borsa.

La minigonna, le scarpe da running e le biciclette

Ma il punto non è se Taylor avesse ragione o meno. Il punto è che ci abbiamo provato: abbiamo cercato una logica dentro un ciclo che sembrava puramente estetico. E allora la domanda diventa: esiste un indice dell’intersuola? Un indice del pollice di ruota? Qualcosa che spieghi perché le scarpe e le bici che compriamo per fare sport vanno e vengono esattamente come le gonne?

2009, l’anno in cui ci siamo tolti le scarpe (e quello in cui le abbiamo alzate)

Nel 2009 esce Born to Run di Christopher McDougall, un libro di cui vi ho già parlato, e che racconta i Tarahumara del Messico, un popolo che corre distanze assurde con sandali ricavati da vecchi copertoni. Pochi mesi dopo, all’inizio del 2010, Daniel Lieberman, il biologo evolutivo di Harvard che ho già tirato in ballo parlando delle Olimpiadi, pubblica su Nature uno studio sul modo in cui appoggiano il piede i corridori abituati a correre scalzi. Libro più studio scientifico: la miscela è perfetta. Nel giro di un paio d’anni nei parchi di mezzo mondo compaiono le celebri scarpe con le dita e pochi millimetri di suola, le teorie sull’appoggio di avampiede, i forum pieni di convertiti. Io c’ero, ci credevo e l’ho fatto.

Poi, come tutte le rivoluzioni, anche questa ha avuto il suo Termidoro. L’anno è il 2014 e i polpacci di molti runner, passati da un giorno all’altro dalla scarpa ammortizzata alla suola sottile come un’ostia, avevano già fatto il resto.

La minigonna, le scarpe da running e le biciclette

Ma c’è un dettaglio che adoro, e che dice tutto su come funzionano queste cose. Nel 2009, lo stesso anno di Born to Run, in Francia nasce Hoka, fondata da due ex manager dell’outdoor che volevano scendere più veloci sui sentieri delle Alpi. Scarpe enormi, suole maxi, un’estetica che all’epoca lasciava interdetti. Cioè: il minimalismo e il massimalismo sono nati praticamente nello stesso momento. Non è stato un ciclo in cui una moda ha sostituito l’altra. È stato un pendolo che, per un po’, ha deciso da che parte stare. E poi ha cambiato idea.

Poi è arrivata la piastra, e la schiuma ci è salita sopra

Maggio 2017, autodromo di Monza, io c’ero. Nike organizza Breaking2, il tentativo di correre la maratona sotto le due ore, ed Eliud Kipchoge chiude in 2:00:25, mancando l’obiettivo di un soffio ma cambiando per sempre le scarpe da running. Ai piedi ha una delle prime Vaporfly: una piastra in carbonio immersa in una schiuma nuova, leggera, altissima e reattiva. Da lì in poi i record cominciano a cadere come birilli e tutti i marchi, uno dopo l’altro, vanno dietro. La scarpa alta, quella da cui fino a pochi anni prima scappavamo in nome della natura, diventa la scarpa veloce.

A un certo punto deve intervenire il regolamento. Nel 2020 World Athletics fissa a 40 millimetri lo spessore massimo della suola per le gare su strada. Un po’ come quando le scuole, negli anni Sessanta, mandavano a casa le ragazze con la gonna troppo corta: quando una moda va troppo in là, qualcuno arriva con il metro in mano.

E oggi? Se ascolti i discorsi nei gruppi della domenica mattina, o parli con chi le scarpe le vende, torna fuori una parola che sembrava sparita: sensibilità. Sentire il terreno, stare più bassi, più stabili, anche con le cosiddette trainer. Non ci giurerei, ma ho la sensazione che il pendolo stia già cercando l’altra direzione.

Il runner del 2011 davanti a una supershoe

Ma il me versione 2011, con le convinzioni sul fatto che l’ammortizzazione fosse un’invenzione del marketing per venderci l’infortunio insieme alla scarpa, in un negozio di oggi davanti a una supershoe con 40 millimetri di schiuma e una piastra in carbonio, cosa direbbe? Oppure un runner di oggi, cresciuto a schiume e piastre, davanti a un paio di FiveFingers: le metterebbe per correre o penserebbe che sono qualcosa da fisioterapista?

Il bello è che entrambi sarebbero convinti di avere la ragione dalla propria parte. E in un certo senso l’avrebbero: uno studio su Nature da una parte, un record del mondo dall’altra. Ecco la vera differenza con la minigonna. Mary Quant non ha mai sostenuto che una gonna più corta facesse bene alla schiena.

La guerra dei pollici

Se pensate che il running sia un caso isolato, fate un giro nel mondo della bici. La mountain bike nasce negli anni Settanta in California con ruote da 26 pollici, e per un paio di decenni la questione non si pone nemmeno: la mountain bike ha le ruote da 26, punto. Poi arrivano le 29, spinte da pionieri come Gary Fisher, più scorrevoli, più stabili, un po’ goffe nelle curve strette. E intorno al 2013 esplode il 27,5, presentato come il compromesso perfetto tra agilità e scorrevolezza: tutti i marchi convertono le loro gamme, i biker vendono le bici vecchie, i negozi riempiono le vetrine.

Per qualche anno. Poi le 29 si riprendono quasi tutto. Nel frattempo compaiono le bici mullet, 29 davanti e 27,5 dietro, che già dal nome richiamano i capelli dei calciatori anni Ottanta, business davanti e party dietro. E adesso, giusto per non annoiarci, si comincia a parlare di ruote da 32 pollici. Nessun’altra misura del mondo outdoor si è allungata e accorciata così tante volte, tranne forse l’orlo delle gonne.

E il gravel? Il gravel era nato proprio per stare nel mezzo: una bici da strada capace di avventurarsi sullo sterrato, senza diventare una mountain bike. Poi gli pneumatici hanno cominciato a crescere: 35, 40, 45 millimetri, e oggi si parla tranquillamente di 50, cioè due pollici, misure non lontane da quelle che montavano le mountain bike da cross country di qualche anno fa. A forza di allargare, prima o poi qualcuno inventerà una bici a metà strada tra la gravel e la mountain bike. Aspetta, forse ce l’avevamo già.

No, non è tutto moda

A questo punto sarebbe facile concludere che è tutto marketing, che l’industria ci fa ballare come vuole e che noi, poveri pesci, abbocchiamo a ogni nuovo standard. Sarebbe comodo, ma sarebbe sbagliato.

Prendete le bici da strada. Fino a una decina d’anni fa nel gruppo dei professionisti la misura standard degli pneumatici era 23 millimetri, e più stretto voleva dire più veloce. Lo sapevano tutti e si vedono ancora in giro quelle bici, anche la domenica mattina. Poi i test sulla resistenza al rotolamento hanno dimostrato il contrario, e siamo passati a 25, a 28, oggi anche a 30 e oltre. Questo è un ciclo che non è mai tornato indietro, e probabilmente non tornerà: ci si va più comodi, si fora meno e si va anche più forte. Lo stesso vale per i freni a disco. Qui non c’è pendolo, c’è una freccia.

Allora forse la differenza tra la moda e lo sport sta nei motori che fanno girare il ciclo. Nella moda il motore è uno solo: il desiderio di cambiare. Nello sport ce ne sono almeno quattro, e si mescolano. C’è l’innovazione vera, come le nuove schiume o gli pneumatici larghi. Ci sono i regolamenti, che fissano limiti e spostano l’asticella. C’è il bisogno dell’industria di rinnovarsi, perché un nuovo standard trasforma in vecchio quello che hai già in garage. E ci sono i racconti: un libro, un record, un campione che vince con una certa scarpa o una certa bici. Il difficile, per chi compra, è capire quale di questi quattro motori stia spingendo in quel momento.

Su questo mi è sempre piaciuta la posizione di Benno Nigg, biomeccanico dell’Università di Calgary, che dopo decenni di studi sulle scarpe da corsa è arrivato a una conclusione di un’umiltà quasi disarmante: il criterio migliore per scegliere una scarpa è il filtro del comfort. Cioè, se la senti comoda, probabilmente è quella giusta per te. Non quella alta, non quella bassa, non quella che va di moda quest’anno.

E tu, in che punto del ciclo sei?

Le mie FiveFingers sono ancora lì, in cantina. Non le butto, un po’ per affetto e un po’ perché so come vanno queste cose: prima o poi qualcuno scriverà un nuovo libro, pubblicherà un nuovo studio, vincerà una maratona con una scarpa sottile, e torneranno di moda. Con un altro nome, e magari un prezzo più alto.

La minigonna, le scarpe da running e le biciclette

Mary Quant lo sapeva benissimo: l’orlo sale, l’orlo scende, e chi ha tenuto la gonna nell’armadio a un certo punto si ritrova avanti. Nello sport funziona più o meno allo stesso modo, con una differenza: qui la scelta sbagliata non si vede solo allo specchio, si sente nei polpacci, nelle ginocchia, nella schiena. E allora la domanda non è tanto se questa scarpa o questa bici siano di moda, ma se sono giuste per te, adesso.

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