Se vedi un sentiero, vai!

C'è un momento preciso in cui una pedalata (o un escursione )smettono di essere quello che sono e diventano qualcosa d'altro. Non è quando arrivi in cima. Non è quando tagli il traguardo. È quando vedi un sentiero, e invece di tirare dritto ci vai dentro. Da quel momento in poi, smetti di seguire un percorso e cominci a costruirne uno. Smetti di guardare lo schermo e cominci a guardare fuori. Questo articolo parla di quel momento, e di perché vale quasi sempre la pena coglierlo.

Se vedi un sentiero, vai!

Domenica mattina sono uscito con l’intenzione di seguire una traccia GPX gravel scaricata da un gruppo di appassionati locali. Vivo vicino ai laghi prealpini lecchesi – Pusiano, Segrino, Annone, Alserio – e sono anni che cerco di disegnarmi un percorso gravel di quelli che dici vado, torno e mi sono divertito. Il classico giro post lavoro settimanale che sai quanto tempo ci metti e quanto ti diverti. Ma mi sono sempre ritrovato più o meno con sconforto su quegli infami stradoni trafficati della Brianza che mi fanno passare la poesia di pedalare.

Se vedi un sentiero, vai

E così per una volta mi sono deciso a seguire una traccia che mi sembrava perfetta per quello che cercavo. Perfetta fino al momento in cui mi sono reso conto che c’era troppa strada per quello che volevo – B-road, ma pur sempre strada con il traffico della domenica mattina – e allora al primo sentiero che ho visto sulla mia destra ho mollato la traccia e mi sono lanciato nel mio solito elogio del perdersi. Ne è uscito il giro più bello della settimana, forse del mese, e l’idea per questo articolo

La traccia è una gabbia dorata

Il GPX idealmente sarebbe una cosa meravigliosa. Ti permette di scoprire percorsi che non avresti mai trovato da solo, di non perderti su terreni che non conosci, di arrivare preparato. Non c’è niente di sbagliato nel seguire una traccia, lo so benissimo.

Il problema è quando la traccia smette di essere uno strumento e diventa un copione già scritto. Quando non stai più pedalando verso o per qualcosa, ma stai solo eseguendo istruzioni. Quando il tuo (mio) cervello — che è un organo potente, curioso, fatto per esplorare — si riduce a fare quello che fa un navigatore satellitare: gira a destra tra 200 metri.

Se vedi un sentiero, vai!

C’è un concetto che in psicologia si chiama Effetto Peltzman — l’idea che più aumentano i dispositivi di sicurezza, meno siamo attenti, perché deleghiamo la vigilanza alla tecnologia. Sul piano stradale lo abbiamo studiato con le cinture di sicurezza e l’ABS. Sul piano dell’orientamento, lo stiamo sperimentando in tempo reale con il GPS. Ne abbiamo già parlato in questo articolo relativo al falso senso di sicurezza.

La traccia GPX fa esattamente questo: ti protegge dall’incertezza, ma ti priva anche dell’attenzione. E l’attenzione — quella vera, quella che guarda il territorio invece di guardare lo schermo — è esattamente quello che rende un’uscita in bici un’esperienza (un’avventura?) invece che un esercizio.

Quando spegni la mappa, si accende il cervello

Per me c’è una differenza enorme tra guardare e seguire una mappa e leggere il territorio. La mappa ti dice dove sei. Il territorio ti dice dove potresti andare, cosa sta succedendo intorno a te, cosa potrebbe succedere tra cinquanta metri. E anche ti fa sognare quello che non puoi intuire.

Quando smetti di seguire la traccia e cominci ad andare a istinto — come è capitato a me questa domenica — cominci a pedalare con un tipo diverso di attenzione. È quella che gli alpinisti chiamano presenza, e che è semplicemente il cervello che torna a fare quello per cui è stato costruito: leggere l’ambiente, anticipare, decidere.

Improvvisamente noti cose che prima non vedevi. Il fondo del sentiero che cambia. Un ramo che segnala umidità. Una salita che promette discesa. Il rumore dell’acqua che si avvicina o si allontana, il rumore del traffico da cui vuoi stare alla larga. Non perché prima fossi distratto — ma perché prima avevi delegato.

Navigare a istinto non significa navigare alla cieca. Significa usare il senso dell’orientamento, che è una competenza reale, allenabile, e che si atrofizza se non la usi mai perché c’è sempre il GPS a pensarci. È un po’ come la memoria: finché hai la lista della spesa sul telefono, non ti alleni a ricordare. Finché hai la traccia sul GPS, non ti alleni a leggere il paesaggio.

L’idea di m***a che diventa il giro migliore dell’anno

Parliamoci chiaro: non sempre va bene. A volte il sentiero finisce nel nulla. A volte finisce in un campo recintato. Domenica per esempio son finito in un campo di granoturco in fondo al quale c’era una recinzione coperta da una siepe. A volte finisce in un tratto così sassoso e ripido che ti tocca scendere dalla bici e spingerla a mano per dieci minuti, mentre pensi — con una lucidità sorprendente — “ma che idea di m***a.

Eppure.

Eppure quell’uscita lì, quella con l’idea di m***a nel mezzo, è quella che ricordi. È quella che racconti. È quella che — a distanza di qualche ora, o di qualche giorno — diventa automaticamente un’avventura invece che una pedalata.

Se vedi un sentiero, vai!

È quello che chiamiano divertimento di Tipo 2: non piacevole mentre lo stai vivendo, preziosissimo dopo. Non è masochismo — è semplicemente il modo in cui il cervello umano costruisce memorie significative. Le esperienze facili, prevedibili, eseguite senza intoppi, lasciano poco. Sedimentano, sbiadiscono e si confondono. Le esperienze in cui hai dovuto arrangiarti, decidere, sbagliare e correggere, lasciano moltissimo. Ne abbiamo parlato in questo articolo sulla scala del divertimento.

Il divertimento di Tipo 2 è quello che non ti stai divertendo mentre lo fai, ma che diventa il tuo aneddoto preferito per i prossimi sei mesi. Condizione necessaria: essersi cacciati in qualcosa di leggermente più grande di quello che avevi pianificato.

Il backdoor è sottovalutato (quasi sempre)

C’è un altro aspetto di questa storia su cui secondo me vale la pena pensare un po’: i laghi prealpini intorno a cui giro da anni non sono un posto nuovo. Sono praticamente dietro casa, su strade e sentieri che conosco e che sono sempre a portata di mano. Ben diverso da quando sono in vacanza, per esempio.

E però ne ho trovato uno nuovo.

Questo è il paradosso delle backdoor adventurel’avventura dietro casa di cui parla Alastair Humphreys e di cui abbiamo parlato anche noi: i posti che frequentiamo da anni sono quelli che conosciamo meno, perché li attraversiamo sempre nello stesso modo, con lo stesso percorso, con lo stesso obiettivo. Spesso con la stessa distrazione.

Ma se cambi il percorso, cambia anche il luogo, e sì, non serve andare lontano per scoprire qualcosa. Serve andare diversamente. Qualche idea su come farlo, anche vicino a casa → [link all’articolo sulle micro-avventure]

Lo spiraglio d’avventura: come si riconosce

Uno spiraglio d’avventura non si pianifica. Si coglie, o non si coglie.

Di solito ha queste caratteristiche: appare all’improvviso, richiede una decisione rapida, implica una dose di incertezza che non è zero ma non è neanche pericolosa, e comporta l’abbandono di qualcosa — un programma, una traccia, un obiettivo chilometrico. È Un po’ l’elogio del perdersi di cui avevamo già scritto in questo articolo.

La difficoltà non è riconoscerlo. La difficoltà è darsi il permesso di seguirlo. Perché abbiamo una tendenza molto umana a voler finire quello che abbiamo cominciato, a rispettare il piano, a lasciare la strada vecchia per quella nuova. Un po’ la nostra zona di comfort.

Ma il piano è uno strumento, non un contratto. E il GPS non si offende se lo ignori.

La regola pratica, se proprio ne serve una, è semplice: se hai il dubbio se imboccare quel sentiero o no, imboccalo. Il rimpianto di non averlo fatto (almeno per me) dura molto più della fatica di averlo fatto, anche quando l’idea si rivela — lo ammetto — una idea di m***.

Vai

L’avventura non è un posto. Non è una distanza, non è un dislivello, non è una meta con la bandierina. O almeno non è solo e sempre questo. È spesso un’attitudine: quella di rimanere abbastanza aperti, mentre si pedala o si cammina o si corre, da riconoscere il momento in cui il territorio ti sta offrendo qualcosa che non avevi messo in programma.

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