Chi ha paura del buio?

Un sentiero di notte, un rumore fuori dalla tenda, una strada senza lampioni: il buio ci spaventa da sempre. Eppure a volte ci piace. Un gruppo di ricercatori danesi ha scoperto perché, e ha trovato il punto esatto in cui la paura diventa divertimento (o viceversa).

Chi ha paura del buio?

Ce lo siamo chiesto tutti da bambini, di solito con un mezzo sorriso, mentre ci rifiutavamo di andare a prendere qualcosa in cantina. E noi, ovviamente, rispondevamo che no, figurati, mica avevamo paura del buio. Poi scendevamo le scale con la mano che cercava l’interruttore a tentoni, e le risalivamo a due gradini per volta, con la certezza nel cuore che qualcosa, là sotto, ci stesse inseguendo.

Siamo cresciuti, abbiamo smesso di credere ai mostri sotto il letto, e oggi in cantina ci andiamo anche senza accendere la luce. Però. Però c’è sempre quella volta in cui l’escursione è durata più del previsto e l’ultimo pezzo di sentiero nel bosco l’abbiamo fatto con la torcia del telefono, il dieci per cento di batteria e l’orecchio teso a ogni fruscio. C’è la notte in tenda in cui un rametto si è spezzato là fuori, a pochi metri, e per un’ora abbiamo fatto l’elenco mentale di tutti gli animali possibili: cinghiale, volpe, lupo, orso, e infine, perché la mente al buio è fatta così, qualcos’altro. C’è la strada di campagna senza lampioni, percorsa a piedi o in bici dopo una cena tirata per le lunghe, in cui ci siamo sorpresi a pedalare un po’ più forte senza un motivo preciso. E per chi aveva vent’anni nel 1999 c’è The Blair Witch Project, che ha reso impossibile per sempre guardare una torcia puntata tra gli alberi senza un brivido lungo la schiena.

Il buio non ha bisogno di fantasmi per farci paura. Gli basta toglierci la vista, cioè il senso su cui facciamo più affidamento per capire dove siamo e cosa ci succede intorno. Il resto lo fa l’immaginazione. Eppure, ed è qui che la faccenda diventa interessante, c’è qualcosa in quella paura che ci piace. Altrimenti non si spiegherebbero le escursioni al chiaro di luna, le notti in spiaggia, i racconti horror intorno al fuoco, le case stregate di Halloween con la fila fuori. E c’è un gruppo di ricercatori danesi che ha deciso di capire perché.

Perché il buio ci fa paura (e non è colpa nostra)

Prima, però, una premessa. La paura del buio non è un capriccio da bambini che ci portiamo dietro per inerzia. È un’eredità. Noi esseri umani siamo una specie diurna: vediamo bene di giorno e malissimo di notte, non abbiamo un olfatto da cane né un udito da gufo. Per i nostri antenati la notte era il momento in cui i ruoli si invertivano e i predatori diventavano i padroni del campo. In una grotta del Sudafrica, a Swartkrans, i paleontologi hanno trovato il cranio di un giovane ominide di oltre un milione di anni fa con due fori perfettamente compatibili con i canini di un leopardo. Ecco, chi aveva un po’ di paura del buio aveva più probabilità di arrivare al mattino, e quindi di diventare nostro antenato.

Chi ha paura del buio?

È la tesi che porta avanti da anni Mathias Clasen, studioso dell’Università di Aarhus, in Danimarca, che nel suo libro Why Horror Seduces (2017) sostiene che l’horror funziona proprio perché va a toccare questi meccanismi antichissimi. Il mostro nel bosco, la cosa che si muove dove non vediamo, il rumore che non sappiamo spiegare: sono le stesse paure di quando dormivamo intorno al fuoco. E Clasen non si è fermato alla teoria. Ad Aarhus ha fondato, insieme ad alcuni colleghi, un laboratorio dal nome che sembra uno scherzo e invece è serissimo: il Recreational Fear Lab, il laboratorio della paura ricreativa.

Centodieci persone in una casa stregata

Immaginate la scena. Vejle, Danimarca, una casa stregata commerciale di quasi cinquanta stanze, di quelle con attori truccati da zombie, corridoi bui, porte che sbattono e motoseghe (spente, almeno si spera). Centodieci visitatori accettano di attraversarla con un cardiofrequenzimetro addosso, mentre le telecamere a circuito chiuso registrano ogni loro reazione: i salti, le urla, le risate nervose. All’uscita, a ognuno viene chiesto di valutare, stanza per stanza, quanta paura ha avuto e quanto si è divertito.

Lo studio, guidato da Marc Malmdorf Andersen e pubblicato nel 2020 sulla rivista Psychological Science, arriva a un risultato che a raccontarlo sembra ovvio, ma che nessuno aveva mai misurato così: il rapporto tra paura e divertimento disegna una U rovesciata. Se hai poca paura ti annoi. Se ne hai troppa stai male. Il divertimento massimo sta nel mezzo, in quella che i ricercatori chiamano la dose “giusta” di paura. E vale anche per il cuore: le oscillazioni moderate del battito si accompagnano al piacere, mentre quelle troppo forti e prolungate, il cuore che sale e scende di continuo per troppo tempo, diventano semplicemente spiacevoli.

In inglese lo chiamano sweet spot, il punto dolce. Io lo tradurrei così: è il momento esatto in cui hai il cuore in gola nel bosco, ma sai che la macchina è parcheggiata trecento metri più in là.

La curva della paura e i tre tipi di divertimento

Ora, se avete letto il pezzo sul Divertimento di Tipo 2, questa curva vi sembrerà familiare. Perché è praticamente la stessa cosa, vista da un’altra angolazione.

Sul lato sinistro della U ci sono le esperienze che non ci spaventano affatto: la passeggiata al parco, il giro in bici sulla ciclabile, la corsetta serale. È il Divertimento di Tipo 1: piacevole, rassicurante, ma poco memorabile. Oltre il picco, sul lato destro, c’è la paura vera, quella che non si trasforma in niente di buono nemmeno a posteriori: è il Tipo 3, l’esperienza di cui ti penti anche davanti al camino con una birra in mano. E in mezzo, proprio in cima alla curva, c’è il Tipo 2: la discesa al buio con la frontale che si spegne, il temporale che ti sorprende in cresta, la notte in tenda con il rumore misterioso. Quelle cose che mentre le fai ti maledici, e che poi diventano le storie che racconti per anni.

La differenza è solo di prospettiva. Lo studio di Aarhus misura il piacere della paura mentre la provi. Il Divertimento di Tipo 2 racconta il piacere che arriva dopo. Ma il meccanismo è lo stesso: una dose di paura che riusciamo a gestire non è un incidente di percorso, è il cuore dell’esperienza.

Che spaventato sei?

C’è un’altra cosa che i ricercatori danesi hanno scoperto, ed è che non tutti viviamo la paura allo stesso modo. Studiando i visitatori della casa stregata e gli appassionati di horror, Clasen, Andersen e il loro collega Coltan Scrivner hanno individuato tre tipologie di “spaventati”.

Gli adrenaline junkies. I cacciatori di adrenalina. Cercano l’esperienza più intensa possibile e, se non basta, alzano il volume da soli: entrano per primi nella stanza buia, vanno incontro allo zombie, propongono di spegnere le frontali a metà sentiero. Ne escono semplicemente felici. Nel gruppo dell’escursione notturna sono quelli che dicono “dai, facciamo la variante dal bosco” in pieno stile ravanage.

I white-knucklers. Letteralmente, quelli con le nocche bianche, a forza di stringere i pugni. Hanno paura davvero, e non fingono il contrario. Eppure ci vanno lo stesso, e per tutto il tempo cercano di abbassare la tensione: guardano per terra, chiacchierano, si mettono in mezzo al gruppo. La cosa interessante è che, alla fine, sono quelli che più degli altri dicono di aver imparato qualcosa su di sé. Sono quelli che in rifugio, la sera, raccontano la discesa al buio come un’impresa. E un po’ lo è stata.

I dark copers. È la categoria più sorprendente, quella che i ricercatori hanno identificato per ultima. Sono persone che usano la paura per gestire le ansie della vita reale: mettersi alla prova con una paura controllata, che ha un inizio e una fine, li aiuta ad affrontare quelle che una fine non ce l’hanno. Sono gli unici che dichiarano di ricavarne tutti i benefici insieme: stare bene, conoscersi meglio, sentirsi cresciuti. Non è un caso che, in uno studio dello stesso gruppo condotto durante la pandemia, gli appassionati di horror siano risultati più resilienti degli altri. Come se si fossero allenati.

Probabilmente dentro ognuno di noi convivono tutti e tre, a seconda del giorno, della compagnia e di quanta batteria è rimasta nella frontale.

Il buio è il modo più antico di perdersi

C’è un ultimo collegamento che pare inevitabile. Qualche tempo fa avevamo scritto un elogio del perdersi, cioè di quell’esperienza sempre più rara, nell’epoca del GPS, che ci costringe a uscire dalla zona di comfort, a contare sulle nostre risorse e, alla fine, a conoscerci un po’ meglio. Ecco, il buio è il modo più semplice e più antico di perdersi. Non serve andare lontano, non serve una mappa sbagliata: basta che il sole tramonti. Il sentiero che conosciamo a memoria, quello che facciamo ogni domenica, al buio diventa un altro posto. Le distanze cambiano, i suoni si amplificano, ogni curva sembra nuova.

Chi ha paura del buio?

È esattamente quello che Alastair Humphreys, l’avventuriero britannico che ha reso popolari le micro-avventure, chiama trovare lo sconosciuto nel conosciuto. E Humphreys ha anche un’altra frase che in questa stagione suona particolarmente bene: se lavori dalle 9 alle 17, ti restano comunque le ore dalle 17 alle 9. Ora che è tornata l’ora solare, metà di quelle ore sono buio. Che è come dire che il buio, in autunno, è l’avventura più a portata di mano che ci sia. Non costa niente, comincia appena usciti dall’ufficio, e la paura è inclusa nel prezzo.

Spegnere la frontale (per un minuto)

Forse il segreto è proprio questo: la paura del buio non va sconfitta, va dosata. Troppo poca e la notte è solo un orario in cui si sta a casa. Troppa e diventa un’esperienza da dimenticare. Ma nel mezzo, in quella cima della curva che i ricercatori di Aarhus hanno misurato con i cardiofrequenzimetri, c’è qualcosa che ci fa sentire vivi in un modo che la luce del giorno non riesce a dare.

Allora la prossima volta che vi trovate in un bosco di notte, magari in una sera d’autunno, con gli amici e la macchina parcheggiata non troppo lontano, provate a fare una cosa. Fermatevi, spegnete tutti la frontale per un minuto. Ascoltate. Sentite il cuore che accelera un po’, il bosco che si riempie di rumori, l’immaginazione che comincia a lavorare. Quello è lo sweet spot. E poi dite, con sincerità: chi ha paura del buio?

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