Coronavirus: dubbi, paure ed emozioni di uno sportivo in quarantena

dubbi, paure ed emozioni di uno sportivo in quarantena

Quali sono i dubbi, le paure e le emozioni di uno sportivo in quarantena? Come si fa a non perdere la motivazione? Quando tutto sarà finito, come reagiremo? Sono tutte questioni che siamo andati ad approfondire con il Dott. Matteo Vagli, psicologo dello sport che sta portando avanti il progetto “Matteo Vagli – Sport and Business Strategies”: il suo obiettivo è quello di lavorare sulle strategie efficaci per far fronte alla vita, cercando anche di utilizzare alcune tecniche fuori dai loro contesti originari (ad esempio la psicologia sportiva applicata in situazioni aziendali).
Con l’esperto abbiamo parlato delle risorse mentali, delle potenziali reazioni e delle prospettive degli sportivi (amatoriali e professionisti) durante questo periodo all’insegna delle incertezze. Incertezze che destabilizzano, tolgono il terreno sotto i piedi e mettono l’atleta (e qualsiasi altra persona) in una condizione in cui deve cercare di stare nel “qui ed ora”, senza pensare a un futuro che al momento appare piuttosto nebuloso. Chi fa sport può avere una marcia in più durante il lockdown, in quanto è abituato a lavorare per obiettivi e ha una notevole consapevolezza di se stesso: due qualità fondamentali quando la tua realtà viene stravolta. Ma la questione è molto più complessa di così, ed è per questo che merita un approfondimento.

Dubbi, paure ed emozioni di uno sportivo in quarantena

Nel bel mezzo di una quarantena può essere normale avere delle crisi motivazionali, specialmente se sei uno sportivo professionista che ha visto la propria stagione infrangersi da un momento all’altro: “Gli sportivi amatoriali fanno sport per motivi intrinseci, personali: ecco perché in questa situazione possono reagire meglio. Negli atleti professionisti, però, sto notando crisi motivazionali senza precedenti. Questo perché fanno ciò che fanno per ragioni esterne: una gara, una corsa, il campionato. Quando ti mancano obiettivi di tal genere è normale avere un crollo pazzesco”, ha detto il dottor Vagli.
È dunque una questione di motivazione, una delle parole chiave sottolineate dall’esperto. Se pratichi uno sport “solo” perché ti piace e perché hai un obiettivo stagionale (ad esempio vincere una maratona), è possibile che in questa quarantena tu stia facendo fatica ad allenarti (ovviamente da casa) e a restare “sul pezzo”. Se invece sei spinto da una serie di solide motivazioni di base (che possono anche riguardare l’estetica personale o il benessere mentale), è più difficile che il rapporto con il tuo sport cominci a scricchiolare: “Se non ci sono le motivazioni di base crolla tutto. Sono il supporto, la base che ti sostiene”, ha specificato Matteo Vagli.
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Confrontarsi con i propri perché e stare nel “qui ed ora”: l’intervista a Matteo Vagli, psicologo dello sport

La quarantena può anche essere un’occasione per confrontarsi con i propri perché, capire se ne vale davvero la pena (fare quello sport, ad esempio) o se è il caso di cambiare rotta a causa dell’assenza di motivazioni di base. Al di là di ciò, le abitudini disattese (che in questo periodo sono una costante) portano a situazioni di disagio interno. Disagio che, però, va normalizzato e capito: bisogna comprendere da dove deriva: “Faccio un esempio: il momento di down del runner può arrivare nell’orario in cui solitamente era abituato a uscire a correre. Capire da dove deriva quel disagio è già un passo avanti. Imparare a leggere e a riconoscere il disagio è importantissimo”, ha detto lo psicologo dello sport a cui ci siamo rivolti. Un altro sforzo che bisogna fare in questo periodo è cercare di stare nel “qui ed ora”, dare valore al presente senza metterlo in funzione del futuro: un’occasione che, nella vita “normale”, tendiamo a sottovalutare. Con il Dottor Vagli abbiamo parlato di questo e altro, partendo da come è cambiato il suo lavoro “ai tempi del Coronavirus”.

 

Com’è cambiato il lavoro di uno psicologo dello sport in questo periodo? Sente più richieste d’aiuto o di confronto da parte dei pazienti?

“Dal punto di vista delle reazioni che sto notando, posso dividere gli attuali pazienti in due tipologie. La tipologia 1 include i pazienti con cui non è cambiato niente nonostante questa situazione. La tipologia 2, invece, racchiude coloro che stanno rimandando le sedute per vari motivi. Non c’è cosa più importante di mantenere la continuità delle sedute. E infatti, dai pazienti che si sono fermati, mi sono arrivati diversi messaggi di richiesta di aiuto del tipo: ‘pensavo di riuscire a gestire questa situazione ma non ce la faccio’. In molti c’è l’idea che lo psicologo dello sport serva a rendere al meglio in vista di una prestazione futura, ad esempio in una gara. In questo periodo la prestazione sportiva non c’è, ma continuare a lavorare con uno psicologo dello sport porta a dei vantaggi pazzeschi. Mettere in stand-by, come ti ho detto, può fare emergere problematiche”.

 

Cosa sta succedendo nella mente degli atleti in questo periodo?

“Una cosa che non mi aspettavo è questa: molti degli atleti di medio-alto livello che seguo mi stanno riportando crisi motivazionali senza precedenti. Ci sono ragazzi nella Nazionale di qualche sport individuale che mi dicono che non riescono più ad allenarsi, che passano la giornata a fissare il vuoto e la notte a pensare che si sarebbero dovuti allenare. E’ tutto un discorso sulla motivazione. Gli sportivi a livello dilettantistico, invece, si basano al 90% su una motivazione intrinseca: lo fanno perché hanno voglia e perché gli piace, non in funzione di risultati importanti. Mentre chi è abituato a fare sport ad alti livelli è abituato a dei feedback esterni, alla competizione, a programmi precisi di allenamenti in vista di gare o campionati. Nel momento in cui ti mancano questi obiettivi esterni credo che sia normale che tu abbia un calo pazzesco: non puoi sostenere tutto ciò solo con la motivazione intrinseca”.

 

L’atleta è solitamente una persona dinamica. Ora si ritrova in una condizione di staticità. Chi fa sport tende a sentirsi più in gabbia rispetto a una persona che non fa attività fisica?

“Quando parliamo di sportivi prendiamo una fetta di popolazione molto ampia, sia gli atleti professionisti sia chi lo fa in maniera amatoriale. Lo sportivo di qualsiasi livello, da un lato, in questa situazione può avere una marcia in più perché lavora per obiettivi e ha un’ottima consapevolezza di se stesso. In questi momenti di precarietà, dove scappa il terreno sotto i piedi, è fondamentale avere certezze e lavorare per schemi, obiettivi: questo gli sportivi ce l’hanno dentro perché sono abituati a ragionare per step e ad ascoltare loro stessi”.

 

Lei crede che lo sportivo abituato a fare attività outdoor e lo sportivo indoor vivano in modo diverso questa situazione?

“La situazione attuale è davvero paradossale. Uno può pensare che per uno sportivo indoor non cambi nulla, perché tanto la luce della palestra è la stessa che c’è a casa: apparentemente sembra la stessa cosa. Però bisogna metterla su un piano molto più psicologico, non di setting: il contorno è diverso. Da quello che ho notato con i miei clienti è che non c’è particolare differenza: la vivono allo stesso modo. Ad esempio, per coloro che si allenano da soli indoor è cambiato tutto: anche prima del lockdown magari si allenavano nella palestra di casa agli stessi orari, ma ora si sentono comunque in una gabbia dal punto di vista mentale. Questa situazione ha cambiato le regole a chiunque”.

 

Lo sport è fatto di motivazione. Come può fare uno sportivo che solitamente insegue degli obiettivi a non perdere la motivazione e a incanalarla nella direzione giusta?

“Quello della motivazione è il lavoro che faccio con tutti i ragazzi. Quando si comincia un percorso di psicologia dello sport bisogna ragionare sulle motivazioni di base, sul ‘perché lo fai?’. Io di solito faccio l’esercizio dei ‘10 perché’: chiedo ai pazienti una lista di 10 motivi che li spingono a praticare un determinato sport. Di solito succede che per primi escono i motivi immediati e chiari: perché mi piace, perché mi diverte ecc… Poi, quando si comincia ad andare dopo il quinto perché, arrivano i motivi di fondo: qui cominci a vedere quali sono le reali motivazioni di base, che in questo periodo ci guidano. In che senso? Se io faccio calcio solo per vincere il campionato e per stare in compagnia, in questo momento sento che allenarmi non ha senso: non ci riesco. Se invece io faccio calcio per vincere il campionato, stare in compagnia e, ad esempio, avere le gambe toniche, ecco che c’è una motivazione di base che mi può aiutare durante la quarantena. Quando ci sono dei momenti del genere, senza le motivazioni di base crolla tutto. Sono il supporto, la base che ti sostiene”.

 

È interessante perché uno sportivo, durante questo periodo così difficile, può capire realmente se ne vale la pena…

“Assolutamente sì. Ma io sono convintissimo che tutti, ora come ora, ci stiamo confrontando con i nostri perché. Non solo nello sport. Perché gioco a calcio, perché sto poco con i miei figli, perché mi alzo presto tutte le mattine per andare al lavoro…”

 

L’aspetto che più disturba un atleta in questo momento è la mancanza di certezze, perché non sa quando, dove e come potrà tornare a fare la sua attività. È senza dubbio qualcosa che destabilizza: in quale misura e perché questa situazione può portare problemi di salute mentale?

“Io non mi occupo delle cure e delle terapie, quindi non mi addentro in questo argomento. Per il resto, senza dubbio, la sensazione più comune in uno sportivo è credere che tutto il lavoro fatto finora abbia perso senso e valore. Lo stop è arrivato nel bel mezzo della stagione sportiva: quindi ti crolla il terreno sotto i piedi, sembra che non ci sia più una ragione dietro tutta la fatica fatta. Inoltre non sai cosa ti aspetta: è una bella botta. Ecco perché con tanti clienti stiamo lavorando per imparare a stare nel ‘qui ed ora’. Questa è un’occasione per dare valore a quello che viviamo senza metterlo in funzione al futuro. Tutto ciò avrà un grosso impatto sulla salute mentale. Poi non è detto che questo si trasformi in disagio psichico: questo dipende dalla personalità, dalla rete sociale e da quanto tu sia già abituato a stare nel ‘qui ed ora’”.

 

Sempre parlando della quarantena vissuta dalle persone molto attive e abituate a fare sport, quali sensazioni di sconforto sono normali e quali invece possono rappresentare un campanello d’allarme in termini di salute mentale?

“Bisogna fare una premessa: mente e corpo sono la stessa cosa, lavorare sulla mente ha impatto sul corpo, e viceversa. Un altro aspetto fondamentale è che il corpo ha una memoria pazzesca: se tu sei abituato a fare jogging tutti i giorni alle 6, quando smetti di farlo il corpo si aspetta che tu lo faccia. È qui che arriva il momento critico, quando si percepisce la differenza tra la realtà attuale e l’abitudine: questo ha un impatto sulla mente. I momenti di down nell’arco di una giornata corrispondono a un’abitudine disattesa, ma questa sensazione è normale. Al momento è fondamentale normalizzare: se leggiamo ogni disagio come un campanello d’allarme non ne usciamo più. Tutto ciò che è diverso dall’abitudine crea disagio, non diamogli più importanza di quella che ha in realtà”.

 

E quali consigli darebbe a uno sportivo (ma anche a qualsiasi altra persona) per normalizzare questo disagio?

“Imparare a leggere e riconoscere il disagio è importantissimo. Faccio un esempio: se mi accorgo che un momento di down è derivato dal fatto che fino a un mese fa, in un orario preciso, andavo a correre, in qualche modo il cervello inserisce il disagio in una categoria di senso. Quindi si normalizza, evitando di crearci tantissimi fantasmi. Andando oltre… noi siamo inseriti in un concetto di tempo particolare, tutto nostro: in questi giorni ci sentiamo in ritardo su tante cose, e questo crea stress. Più c’è distanza tra quello che siamo ora e quello che vogliamo/dobbiamo essere, più la tristezza e l’ansia prendono piede. Questa situazione, quindi, può essere una occasione per rivedere i nostri obiettivi come persone. Non bisogna cadere nei luoghi comuni, ma stare nel ‘qui ed ora’ significa proprio questo: dare valore al presente. Aspettare che qualcosa avvenga non significa stare nel presente”.

 

Pensiamo ora al giorno in cui potremo tornare a fare sport fuori dalle nostre case. Quale sarà il sentimento dominante all’inizio? La paura del contagio o l’entusiasmo?

“Sicuramente ci sarà entusiasmo, avremo endorfine ed emozioni alle stelle nel tornare fuori dopo così tanto tempo in salotto. Però aggiungo un’altra possibilità, e te la spiego con un mio aneddoto personale. Tanto tempo fa, io e quella che ora è mia moglie siamo andati in un ristorante dove abbiamo mangiato la pasta con gli scampi più buona della nostra vita. Quindi, dopo due anni, siamo tornati in quel ristorante: due anni durante i quali abbiamo continuato a idealizzare quella pasta con gli scampi… e ti lascio immaginare la delusione nel riassaggiarla. Ecco di cosa ho paura: che noi stiamo idealizzando talmente tanto il momento della ripresa, che poi il confronto con la realtà potrebbe rivelarsi deludente e difficoltoso. Questo continuo confronto con i nostri perché può spiazzarci un po’ quando torneremo alla normalità. Non è però detto che sia una cosa negativa”.
Si ringrazia il Dott. Matteo Vagli (matteovaglisbs.it) per la collaborazione.
(Foto: lograstudio / Pixabay)

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