Coronavirus e ricerca: il più grande problem solving della storia, che sta cambiando la scienza

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Più del Progetto Manhattan, più della corsa verso la Luna, che furono grandi sforzi di intelligenza collettiva ma confinati a singoli stati e alle loro ambizioni scientifiche, politiche, economiche. Il Coronavirus ha dato il via a una enorme mobilitazione globale nella ricerca, il più grande tentativo di problem solving mai visto sul nostro pianeta. Perché è un problema talmente complesso che un laboratorio da solo non può farcela a risolverlo. Perché presuppone uno sforzo economico e organizzativo talmente ingente che non può ricadere su un solo paese. Perché c’è davvero molta fretta e la collaborazione diventa decisiva per fare passi avanti verso la comprensione del comportamento del virus rispetto alle cellule dell’uomo, decisiva per lo sviluppo di eventuali farmaci e vaccini.
Non ci sono alternative: il “problema” deve per forza essere affrontato in modo multidisciplinare e integrato. Coinvolge pressoché quasi tutte le branche del sapere: la medicina, ça va sans dire, la biologia, la chimica, che si occupano delle molecole come le proteine che compongono il virus, la fisica, che serve per capire le dinamiche di variazione del virus attraverso la meccanica statistica, la matematica, nella creazione di modelli utili all’epidemiologia. Ma covid-19 coopta anche altri settori di ricerca per indagare e ridefinire tutte le ricadute sulle nostre vite presenti e future, comprese la sociologia, la psicologia, la filosofia, l’informatica, l’economia.

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Il più grande problem solving della storia, che sta cambiando la scienza

Dall’Italia al resto del mondo, dai piccoli laboratori ai grandi atenei alle fondazioni miliardarie, è in atto una specie di “showdown della scienza” nella forma di una corsa forsennata, emozionante quanto spietata all’enigma più grande che abbia mai dovuto affrontare. Con in palio qualcosa che va ben oltre i premi Nobel.
E con una domanda che sta quasi diventando certezza: niente nella scienza sarà più come prima.
Ne parliamo con Giorgio Colombo, professore ordinario di Chimica Organica presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia

Piccoli e grandi centri universitari hanno spostato il focus della loro ricerca verso il Covid-19. Come vi state muovendo a Pavia?
Abbiamo spostato persone a lavorare sul Covid-19 e stiamo scrivendo progetti per finanziamenti nazionali ed europei. Pensiamo sia importante metterci a lavorare su questo tema, anche per una sorta di obbligo etico. I collaboratori più giovani sentono molto questa esigenza. Fra le altre cose, è anche una questione di opportunità: essendo stati diretti su questo tema gran parte dei finanziamenti, se non risolviamo questo grande problema non potremo avere risorse per tornare a occuparci degli altri filoni di ricerca.

Che domande sta ponendo Covid-19 al mondo scientifico?
Tante, importanti e complesse. Perché è così infettivo? Perché si attacca in modo così efficace alle cellule dell’ospite? Cosa tutto questo significa in termini evolutivi? E come può influenzare le risposte immunitarie di persone che hanno storie diverse dal punto di vista sanitario. Dal punto di vista scientifico è una sfida molto interessante e trovare le risposte può essere utile in casi di prossime pandemie e virus simili.

Perché il folding molecolare è importante nella ricerca su un virus come questo?
Le molecole biologiche sono come piccole “macchine” che funzionano come ingranaggi che si devono riconoscere l’uno con l’altro e attaccare fra loro, come mattoncini di Lego. Cerchiamo di indagare dove si trovano questi ingranaggi sulle molecole del virus e su quelle dell’ospite umano. Capiti questi meccanismi, possiamo descriverli in modo esaustivo e cercarne l’origine; oppure, allo scopo di ricavarne un farmaco, progettare un sistema per bloccare gli ingranaggi in modo che non corrispondano più, come un granellino di sabbia che li faccia inceppare; o ancora, progettare un ingranaggio artificiale che renda imperfetto il match fra questi due “pezzi”.

C’è una complicazione in più, la quarantena che in diversi paesi costringe al lavoro lontano dai laboratori. Come state lavorando?
Lavoriamo da casa sul computer, con la difficoltà di trasferire grandi quantità di dati e macchine che non sono certo quelle dei laboratori. L’attività è e sarà rallentata dal distanziamento sociale, finché non debelliamo il virus.
Ma ci sono anche aspetti positivi, come la solidarietà da parte di colleghi esteri che ci contattavano per capire come stavamo e se potevano fare qualcosa per aiutare nel lavoro quotidiano. Una ricercatrice portoghese ci ha proposto di inviarci mascherine, ad esempio. E si recuperano contatti che erano rimasti in sospeso, proprio grazie all’urgenza del problema.

Sembra che questo sforzo globale stia cambiando profondamente il lavoro nella comunità scientifica. Cosa sta succedendo?
Le procedure sono diventate più veloci e i gruppi più collaborativi. Gli istituti pubblicano gli studi su spazi pubblici (come bioRxiv) ancora prima di essere sottoposti a revisione dei pari per accelerare i tempi. Mi capita di essere contattato da colleghi che non conosco, che propongo collaborazioni, e viceversa. È come se il settore della ricerca si sia liberato di una serie di sovrastrutture, soprattutto quelle relazionali: c’è maggiore condivisione e collaborazione.

Anche perché chi arriva prima a risolvere il “problema” passa alla storia. Rischia di essere una corsa senza regole?
La competizione è fortissima, ma anche necessaria. Un ipotetico vaccino prevede investimenti enormi e deve essere prodotto in modo sicuro per tutti. E il rischio che prevalga la “vendita” di risultati magari parziali, non controllati o errati, in effetti c’è. Ma credo che comunque l’ambiente scientifico abbia la capacità di autoregolarsi e esprimere gli anticorpi. Noto una maggiore sensibilità rispetto al fatto che il lavoro debba essere condotto in modo serio e ben strutturato.

Un problema complesso genera una risposta complessa da parte della scienza. Qual è il modello organizzativo della ricerca accademica in cui siete coinvolti?
Lavoriamo in rete, in modo orizzontale: io so fare certe cose e mi associo a altre persone che lavorano su aspetti collaterali rispetto al mio. Il modello gerarchico, o quello del singolo laboratorio che fa cose super-rivoluzionarie ma isolate, non funziona. Di conseguenza, molti dei fondi disposti dalla Unione Europea vanno in questo senso, favorendo l’integrazione, la collaborazione e lo scambio fra paesi. È qualcosa di mai accaduto prima: una volta capito il pericolo, sono nati bandi contro il virus che si sono aperti e chiusi in 3 settimane, con gli esiti garantiti in 1 mese. Di solito questi processi durano 9-12 mesi.

Un cambiamento che sarebbe utile portarci dietro anche dopo…
Siamo in un momento in cui questa disponibilità a condividere i risultati può ricordare quella in atto negli anni ‘70 nella Silicon Valley quando si stava lavorando alla nascita computer. Quando ci si concentra su un problema in modo così profondo possono nascere nuove importanti scoperte, come la raccolta dei dati (anche grazie al 5G) che possono portare allo studio di nuovi farmaci.
Succede grazie alla crescita della cosiddetta intelligenza combinata, un vantaggio che sarebbe davvero importante mantenere.
(foto fernandozhiminaicela pixabay)

 

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