“In mare più mascherine che meduse”: i danni indiretti del Covid sull’ambiente non vanno più ignorati

“In mare ci sono più mascherine che meduse”: è questo l’allarme lanciato da Opération Mer Propre con l’obiettivo di porre un accento sui problemi riguardanti lo smaltimento delle mascherine usate.
Il pluricampione italiano di surf Roberto D’Amico, uno che di pulizia delle spiagge se ne intende, se n’era già accorto da tempo: “Le mascherine e i guanti non vengono buttati dove dovrebbero essere buttati: stanno diventando un po’ come i mozziconi di sigaretta, che purtroppo ormai sembra quasi normale trovare a terra”, ci aveva detto in un’intervista in piena estate. Il surfista di Ladispoli, in quel caso, si era giustamente soffermato sull’inciviltà delle persone: una questione che si sta sommando a un altro guaio ancora più grande, ossia quello dello smaltimento di questi rifiuti che, prima della pandemia, non destavano certo preoccupazioni. A lanciare l’ennesimo allarme sui danni ecologici causati dalle mascherine è stata l’associazione francese Opération Mer Propre: in mare ci sono più mascherine che meduse. E con la ripresa delle scuole, che darà il via alla distribuzione di 11 milioni di mascherine al giorno in Italia, il problema è destinato a ingigantirsi ulteriormente.
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Tra le 160mila e le 440mila tonnellate di mascherine da smaltire nel 2020, solo in Italia

Accanto a questa stima-shock dell’Opération Mer Propre, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) ha pubblicato una serie di dati che dovrebbero far capire una volta per tutte la delicatezza della questione. L’ente governativo ha stimato che, per tutto il 2020, in Italia avremo tra le 160mila e le 440mila tonnellate di mascherine e guanti monouso da smaltire (come rifiuti) con il fuoco purificatore. Se solo l’1% delle mascherine utilizzate in un mese venisse eliminato in maniera scorretta, scrive l’Ispra, si avrebbero 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente.
Il problema, dunque, non è tanto la quantità di mascherine da smaltire, bensì il modo in cui vengono smaltite: devono essere neutralizzate nei termovalorizzatori o negli inceneritori (vanno bruciate, essendo potenzialmente infette). Il fatto è che gli inceneritori, come spiega il presidente di Assoambiente, Chicco Testa, al Sole 24 Ore, sono pochi, soprattutto nell’Italia meridionale. E le conseguenze si stanno già rivelando dannose per l’ambiente, con diverse tonnellate di mascherine che continuano a finire nelle discariche o che vengono disperse.
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Ognuno deve fare la sua parte: dove buttare le mascherine e come bisogna comportarsi

Al di là della scarsa presenza di inceneritori in Italia, ognuno deve fare la sua parte. Non bisogna mai, per nessun motivo al mondo, abbandonare mascherine e guanti monouso per terra. Questi dispositivi di protezione individuale vanno gettati nella spazzatura generica e non nelle raccolte differenziate, così da permettere ai rifiuti di arrivare agli inceneritori. Guanti e mascherine, però, prima di essere buttati nell’indifferenziata andrebbero avvolti in due sacchetti di plastica (chiusi con un laccio): un piccolo gesto che può aumentare il livello di sicurezza dei dipendenti della nettezza urbana che, ogni giorno, entrano a contatto con questi rifiuti.
Un’altra accortezza che potremmo adottare per produrre meno spazzatura di questo genere? Utilizzare, quando è possibile, le mascherine lavabili e riutilizzabili. Anche se spesso non dipende da noi, considerando che a scuola, negli uffici e agli eventi vengono consegnate le mascherine chirurgiche (più filtranti rispetto a quelle lavabili in cotone idrorepellente). In questo periodo, inoltre, la scienza sta cercando di capire se ci sono modi per riciclare in sicurezza le mascherine. In particolare, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Taylor & Francis Biofuels, la plastica di questi dispositivi può essere trasformata in combustibili liquidi rinnovabili. Chiaramente è una ricerca che ha bisogno di conferme, ma potrebbe rivelarsi un interessante punto di partenza.

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