Afghanistan: la fuga da Kabul di 29 sciatori, grazie a un manager varesino

Per le ragazze e i ragazzi del Bamyan Ski Club non sarebbe stato possibile continuare a sciare dopo l’insediamento al potere dei talebani. L’unica possibilità di sopravvivenza era la fuga, resa possibile grazie alla tenacia di Roberto Baratelli. Che abbiamo intervistato.

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L’avanzata dei talebani in Afghanistan e l’evacuazione di massa dall’aeroporto di Kabul sono state caratterizzate da immagini dense di dolore e sofferenza, ma anche da storie intrise di speranza e umanità. Una di queste è la fuga da Kabul di una squadra composta da 29 sciatrici e sciatori, resa possibile grazie alla tenacia di Roberto Baratelli, manager 53enne di Buguggiate (Varese), che abbiamo intervistato per farci raccontare ciò che è accaduto in quei giorni concitati.

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Afghanistan: la fuga da Kabul di 29 sciatori, grazie a un manager varesino

Facciamo un passo indietro. Tutto è partito nel febbraio 2020, poco prima che scoppiasse la pandemia da Coronavirus, quando Roberto è partito per un viaggio all’insegna dello sci nel distretto afghano del Bamiyan. Questa regione è conosciuta in tutto il mondo per i Buddha scolpiti nella montagna, e da pochi anni è diventata anche la culla dello sci afghano: “Grazie ad un italiano, Ferdinando Rollando, che ha portato lo sci e la prevenzione del rischio valanghe in Afghanistan, e poi ad un giornalista svizzero, Christoph Zurcher, lo sci è diventato sempre più popolare nella valle del Bamiyan. Le persone hanno quindi iniziato a sciare, a costruirsi sci di legno e migliorarsi. Nonostante la totale assenza di impianti, i ragazzi della regione hanno aderito in numero sempre maggiore. Anche grazie alla disponibilità di attrezzature fatte giungere in loco da sponsor e vari benefattori”, ci spiega Roberto, che durante quella spedizione ha conosciuto ed è entrato in confidenza i membri del Bamyan Ski Club.

Terminato il viaggio, Roberto è rimasto in contatto con la squadra di sci grazie ai social. Negli ultimi mesi, come tutti sappiamo, la situazione in Afghanistan è peggiorata repentinamente, fino ad arrivare ai fatti di cronaca delle ultime settimane. I talebani hanno preso di mira anche gli appassionati di sport, specialmente di sesso femminile. Per le donne, allenarsi senza velo assieme ai compagni uomini è diventato impossibile. La situazione, insomma, è divenuta sempre più ostile e pericolosa. L’unica soluzione rimasta? La fuga: “All’inizio ero io a suggerire cautela alle ragazze che comparivano sui social senza velo e che facevano sport assieme ai ragazzi. La situazione è precipitata. Infatti, la ragazza più esposta sui social media è stata fatta fuggire per prima in Pakistan. È l’unica persona che siamo riusciti a far fuggire prima dei talebani. La sorella, anche lei sciatrice, è stata invece tratta in salvo grazie al ponte aereo”, racconta Baratelli.

L’idea iniziale di Roberto era quella di farli evacuare in Pakistan. Ma l’avanzata rapidissima dei talebani ha stravolto tutti i piani, “nonostante fossero già disponibili i visti e fossero stati acquistati biglietti aerei per 7.000 euro”. Da metà luglio in poi c’è stata l’escalation, caratterizzata dalla ricerca di contatti e dal passaparola con chiunque potesse avere un contatto utile: “Pur con enormi pressioni, siamo riusciti a portare in salvo il gruppo e ad aiutare anche altri gruppi a portarsi in sicurezza”. Qualche numero per rendere l’idea della frenesia di quei giorni: Roberto ha letto e scritto circa 15.000 messaggi in 24 chat diverse, create con lo scopo di aiutare la squadra di sci a lasciare Kabul il prima possibile. “È stato un lavoro complesso”, dice il manager 53enne, “che comprendeva la ricerca delle informazioni e la loro condivisione tra i gruppi, l’individuazione di contatti importanti con le autorità di vari paesi, la creazione di gruppi con gli afghani in sicurezza che ci aiutavano a trasmettere le informazioni sul campo. Poi il lavoro con la Farnesina, la creazione di liste di persone con le dovute motivazioni per il salvataggio, la disponibilità di autorità politiche e militari. Senza dimenticare l’ottimo lavoro dell’Unità di Crisi, che ci ha permesso di indirizzare tante persone verso la salvezza”.

Roberto ci ha spiegato che senza internet tutto ciò non sarebbe stato possibile. La comunicazione con gli sciatori è stata facile grazie a Whatsapp, e le uniche difficoltà riguardavano la “necessità di risparmiare le batterie per poter comunicare per un paio di giorni senza possibilità di ricaricare i telefoni”. Con l’aiuto dei mezzi di comunicazione digitali, Baratelli è riuscito a percepire tutta la sofferenza di quei ragazzi in fuga da una situazione più grande di loro: “Ci raccontavano della calca all’aeroporto, dei bambini morti soffocati tra la folla. E poi la disperazione sui volti delle persone raffigurate nelle foto che ci mandavano, non per riprendere le persone, ma per farci capire la loro posizione”. Ora, tutta la squadra di sci è al sicuro: 22 membri sono in Italia e 9 in Francia, desiderosi di ripartire e di lasciarsi alle spalle queste settimane surreali. Ma lo straordinario lavoro di Roberto non è affatto terminato: “Ora vogliamo aiutarli a sviluppare un progetto di vita per loro e per le loro famiglie, possibilmente andando nella direzione che avrebbero voluto prendere in patria: praticando sport outdoor e lavorando in quell’ambiente”. In quest’ottica, è nata di recente una campagna di raccolta fondi con il Bamyan Sky Club: cliccando su questo link è possibile contribuire con una donazione.
[Foto di Roberto Baratelli]

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