Come fare sport a casa ai tempi del coronavirus evitando gli infortuni

Fare sport al chiuso aumenta il rischio di infortuni

L’emergenza Coronavirus costringe molti a fare sport a casa, al chiuso, ma questo potrebbe anche portare a un aumento del rischio di infortuni. Lo spiega un nuovo studio della George Mason University in collaborazione con il Mayo Clinic Health System Research. La carenza di vitamina D fornita dalla luce solare, infatti, ha delle conseguenze che è bene conoscere per evitare alcuni problemi fisici. A tal proposito ci sono dei consigli da mettere in campo, come il consumo abituale di alimenti ricchi di questa vitamina così importante.
Lo sport indoor è un tema centrale di queste settimane a causa delle misure restrittive, ormai diffuse in tutta Italia dopo il DPCM del 9 marzo, per limitare la diffusione del nuovo coronavirus. La raccomandazione, fino al 3 aprile, è quella di stare a casa e di uscire solo se necessario, dunque per un po’ sarebbe meglio accantonare le attività sportive all’aperto (non sono vietate ma bisogna mantenere la distanza interpersonale di 1 metro) e tenersi in forma tra le mura domestiche (qui vi diamo dei consigli sugli esercizi migliori da fare).
In questo periodo lo sport “fai da te” a casa è la soluzione ideale per restare allenati, ma a lungo andare potrebbe esporre il nostro corpo a un maggior rischio di lesioni e infortuni. Il motivo, secondo la ricerca della George Mason University, risiede nella carenza di Vitamina D, che vede nella luce solare una delle sue principali fonti.

Lo sport a casa ai tempi del coronavirus

Lo studio è stato condotto sui membri della squadra di basket maschile e femminile della George Mason University. I ricercatori, durante un’intera stagione sportiva, hanno sottoposto i soggetti a esami del sangue con cadenze regolari e raccolto informazioni sulla composizione corporea, la pigmentazione della pelle, l’esposizione al sole e la dieta: tutti fattori chiave per i livelli di Vitamina D nell’organismo.
I risultati hanno mostrato che 13 dei 20 partecipanti avevano un valore basale di Vitamina D insufficiente. Questo perché, per via delle ore passate in palestra nei mesi autunnali e invernali, i ragazzi erano abituati a trascorrere pochissimo tempo all’aria aperta. La radiazione solare, ricordiamo, è una delle fonti principali di Vitamina D, e una limitata esposizione della pelle al sole può comportare rischi sotto questo punto di vista.
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Questo studio non è il primo a evidenziare l’importanza dell’attività outdoor (e quindi al sole) per avere dei valori ottimali di Vitamina D. L’aspetto più interessante emerso dalla ricerca riguarda il ruolo dell’integrazione di questa vitamina negli atleti che svolgono principalmente attività sportive al chiuso. Gli esperti, infatti, sottolineano che le società sportive dovrebbero prendere più seriamente la questione, analizzando costantemente i livelli di Vitamina D degli atleti e fornendo delle adeguate dosi (attraverso particolari diete o integratori) a chi ne è più carente.

Aumentano gli infortuni e calano le prestazioni

Gli atleti con bassi livelli di Vitamina D rischiano di infortunarsi con maggior frequenza e di avere dei cali nelle prestazioni. Il motivo? La Vitamina D è fondamentale per mantenere le ossa sane e forti, in quanto necessaria per l’assorbimento di minerali quali calcio, magnesio e fosfato. A lungo andare, la carenza di questa vitamina può portare a dolori alle ossa, all’osteoporosi o ad alcuni infortuni molto comuni nello sport professionistico, come ad esempio le fratture da stress. Queste ultime, non a caso, avvengono quando abbiamo un deficit di densità minerale ossea, ossia una delle principali cause della carenza di Vitamina D. Le altre conseguenze negative per uno sportivo sono la riduzione della forza muscolare, l’aumento della fatica e una serie di disturbi infiammatori.
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Come si ottiene la Vitamina D?

Più della metà della Vitamina D a noi necessaria si ottiene esponendo la nostra pelle ai raggi ultravioletti del sole. Un terzo, invece, si ottiene dall’alimentazione: olio di fegato di merluzzo, pesci grassi (tonno, salmone, sgombro, aringhe), tuorlo d’uovo, funghi, gamberi, carne di fegato sono i cibi che ne sono più ricchi. E quali sono invece i valori minimi? L’Institute of Medicine statunitense parla di 20 nanomoli/litro, ma la maggior parte degli esperti sostiene che i valori ideali vadano dai 30 ai 100 ng/mL.

(Foto di copertina: tacofleur / Pixabay) 

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